Sparito il capitale sociale

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    Un giornalista coraggioso, che rischia consapevolmente in prima persona per il diritto a protestare contro i corrotti che occupano abusivamente il potere…noi che siamo soliti tenerci in alta stima e considerazione, saremmo capaci di altrettanto coraggio? o abbiamo troppo da perdere?

    Articolo di Maurizio Blondet, tratto da Effedieffe

    «In questo Paese occorre una rivoluzione», commenta un vecchietto di Wichita citato da Business Week.


    E’ una reazione sana al crack finanziario che sta facendo perdere le case a centinaia di migliaia di americani, agli eccessi rovinosi degli «hedge funds» specializzati in derivati, agli emolumenti miliardari dei mega-manager, mentre la gente in USA guarda i propri piani pensionistici privati ad accumulo, i «401 (k)», cui contribuiscono da decenni nella speranza della pensione, sciogliersi come gelati al sole perché le azioni di cui sono composti sono crollate.
    Se c’è ancora qualcuno in America che ritiene giunta l’ora di una rivoluzione per mettere fine all’oscenità della finanza globale, non tutto è perduto.
    Perché l’esito terminale della speculazione improduttiva è stato non solo la distruzione di grandi capitali finanziari, ma del capitale sociale.
    Ne leggo una definizione «americana»: il fatto che la maggior parte della gente preferisca fidarsi dei suoi dirigenti, piuttosto che ammettere che questa fiducia gli costa in ricchezza e in speranza.
    E’ questo il capitale sociale, il motore dell’ottimismo americano: la maggioranza non è abituata a porre in discussione i fondamenti del sistema, per quanto iniquo, ipocrita e mostruoso appaia a noi estranei.
    Questa fiducia è costruita nelle generazioni.
    E’ la speciale fiducia dei governati nei loro governanti, cui corrisponde la credenza che i governanti, almeno grosso modo, si assumano e sentano la responsabilità di cui la fiducia popolare li carica, ed agiscono di conseguenza.
    Questa capacità di fiducia – un rifiuto corale del cinismo, la convinzione che «il gioco sia leale» – è la fonte di tutti gli errori americani, ma anche di tutte le sue forze.Ora questa fiducia è rotta, e l’ha spezzata il capitalismo estremo, la legge del profitto assurta ad ideologia dogmatica ultima.
    I dirigenti economici hanno sottratto posti di lavoro ai concittadini, per esportarli in Cina e in India; si sono pagati stipendi stellari mentre danneggiavano la società, applauditi dai media, le corporation hanno fatto profitti enormi producendo sempre meno, e tendenzialmente nulla.
    Tutto questo ha mostrato che essi – i dirigenti – hanno perso ogni senso di responsabilità verso la comunità, e pensano solo a se stessi come gruppo privilegiato.
    Similmente le banche: finchè dovevano tenersi i mutui a carico proprio, prestavano con senso di responsabilità.
    Ora, hanno trovato il trucco di vendere i mutui accesi ad altri, in forma di titoli confezionati, ed hanno cominciato a prestare irresponsabilmente, addossando le perdite ad altri.
    E questo indica che il sistema non può andare avanti, obbliga i cittadini a riconoscere che la loro fiducia era malposta.
    S’intende che in USA non mancano i cinici.
    Ma la maggior parte degli americani, la «maggioranza silenziosa», detesta di sentirsi cinica.
    E persino le grassazioni dei machiavellici e disonesti poggiano, in definitiva, sulla maggioranza silenziosa che compie i suo dovere, crede alla propaganda, esegue ciò che le viene ordinato.
    Ora, questa maggioranza deve riconoscere che nulla delle promesse fatte è garantito.
    Le promesse del denaro in banca disponibile, delle assicurazioni, delle pensioni, dei mutui, dei contratti fissi in dollari, tutto diventa sospetto.
    Anzi peggio: una quantità pesantissima di responsabilità, che erano state affidate ai dirigenti nella fiducia cieca che le avrebbero adempiute, torna sulla schiena della maggioranza.
    Ciascuno deve cavarsela da sé di fronte al mutuo variabile impagabile, al posto perduto, alla pensione svanita nei giochi irresponsabili dei dirigenti economici e politici.
    Ogni reduce deve pagarsi le spese mediche per le ferite riportate in Iraq, ogni impoverito deve arrangiarsi.
    Era così anche prima, ma adesso se ne sta prendendo coscienza.
    E la gente detesta avere questa coscienza cinica, scettica sul governo del sistema.
    Per questo il vecchietto di Wichita, 87 anni, repubblicano da sempre, dice: «In questo Paese abbiamo bisogno di una rivoluzione».In America, rivoluzione ha un senso più vasto di quello – giacobino – che il concetto ha in Europa. Rivoluzione significa ordinata e condivisa liberazione da oppressori; la Rivoluzione Americana fu la cacciata degli inglesi.
    C’è dentro l’idea che un uomo libero non si deve adattare passivamente, per viltà scettica, al giogo di chi «non ha il diritto» di comandare.
    Per la sua dignità, l’uomo non può adattarsi a padroni indebiti, che lo rendono cinico.
    E’ il cinismo che deve sparire.
    Il capitale sociale deve essere ricostituito, non si può vivere sempre.
    Ai minimi termini, anti-intellettuali e radicalmente «americani», esso si esprime in questo modo brutale: «Il capitale sociale dà efficienza: se c’è capitale sociale, occuperò meno tempo a proteggere il mio denaro dai ladri privati e imprenditoriali e politici, e avrò più tempo e agio per farne».
    Ma dietro, c’è un altro pensiero.
    Quello che Thomas Jefferson espresse così: «L’albero della libertà va annaffiato di tanto in tanto col sangue dei patrioti e dei tiranni».
    Il vecchietto di Wichita ha certo in mente Jefferson, quando dice che è tempo di una nuova rivoluzione.
    Che è il tempo di farsi coraggio e versare il sangue, proprio e dei tiranni.
    La speranza è che non sia il solo a pensarlo, perché è il pensiero più sano in questi giorni.
    E’ questo che ha sempre reso la maggioranza silenziosa americana, troppo docile, potentemente temibile.
    E’ docile, segue i governanti nelle guerre più indegne, negli esperimenti sociali più mostruosi.
    Ma ha in casa le armi per il sangue di cui nutrire l’albero della libertà.
    Se il vecchietto di Wichita è solo, vuol dire che la maggioranza è diventata minoranza anche in America, e sarà la tragedia della passività, la fine della «liberty».

    Come da noi in Italia.
    Da noi il capitale sociale è sempre stato mancante; consumiamo le nostre energie migliori a proteggere disperatamente la nostra poca roba, di ciascuno di noi, dai furbetti, dai vicini, dai truffatori bancari, dai ladri fiscali, dai privilegiati.
    Anche chi non lo è – e per lo più non lo siamo – si gloria di essere «furbo», ossia cinico e scettico, sospettoso del potere.
    Ha ragione ad esserlo; ma il guaio è che si gloria di ciò di cui dovrebbe vergognarsi.
    Dovrebbe detestare la necessità di essere furbo, questo già sarebbe una speranza.
    La costruzione del capitale sociale, in Italia, è stata continuamente interrotta nella breve storia nazionale.
    E noi ce ne infischiamo, ignari del costo – anche economico – che l’assenza di capitale sociale ci impone.
    Do un esempio, che ho appreso di recente e che non conoscevo: per la bonifica della paludi pontine, il regime mise in preventivo un costo di 5.500 lire per ettaro.
    Alla fine, il costo risultò di 4.500 lire: nessuno aveva rubato sulle «opere pubbliche»; in tre anni sulla palude furono costruite città e aperti campi, spostate famiglie venete, in un’impresa che suscitò vero entusiasmo.
    Chiamatela propaganda, ma fate il confronto con quel che accade oggi ai preventivi di strade autostrade ed altre opere pubbliche, a come si gonfino e si moltiplichino le spese, gli sprechi, le tangenti.
    Apologia di fascismo?
    No, mi difendo subito: il fascismo seppe costruire un capitale sociale e poi lo dilapidò in una guerra furbesca, a cui ci gettò impreparati.
    Un siciliano ottantenne che ho conosciuto mi ha raccontato dei giorni in cui americani e inglesi convergevano su Messina, da Milazzo e da Catania: i tedeschi passavano lo stretto su barconi e zattere di fortuna, si ritiravano combattendo disciplinati, ordinati, cannoneggiando con imperturbabile precisione il nemico che avanzava.
    Intanto, l’allora giovane ragazzino vide soldati italiani «liberati» che rotolavano forme di grana saccheggiate dai magazzini di fureria e altre merci rubate, in un’aria di triste festa.
    Erano furbi di nuovo.
    Non del tutto per colpa loro.

    La destra sa generalmente costruire capitale sociale meglio della sinistra, per poi sprecarlo. Berlusconi ne ha dilapidato una quantità, forse l’ultima e non rimpiazzabile.
    La sinistra non ha mai costruito capitale sociale, il suo scopo è il contrario: la messa sotto accusa di interi settori della società come «sfruttatori» ed «evasori», in vista della loro distruzione.
    Fin dall’inizio Lenin insegnò che se il sistema scientifico non funzionava, ciò era dovuto ai «sabotatori»: da cercare, da denunciare con delazioni, da fucilare in massa.
    Stalin portò al parossismo la pratica, epurò continuamente il partito dai sabotatori interni, fucilò i generali migliori nell’imminenza della guerra: i 22 milioni di morti sovietici sono per la metà opera sua. (1)
    E’ nel patrimonio genetico della sinistra, questo spregio del capitale sociale: esercitare il potere col sospetto e col terrore, anziché suscitare energie entusiaste per la cooperazione.
    Lo si vede anche oggi.
    La fiscalità di Visco è deliberatamente punitiva.
    Coscientemente strangola le piccole imprese poco furbe e poco protette.
    Non rimborsa i crediti fiscali, sicchè le piccole imprese devono indebitarsi con le banche per pagare tasse non dovute.
    Mentre scrivo, è in corso una campagna di odio contro la Chiesa, accusata in blocco di «non pagare le tasse» (e non è vero: poveri preti pagano tasse salate sui vasti locali degli oratori).
    Nell’insieme, la «sinistra» accusa gruppi sociali imprecisati ma vasti, ed ampliabili a piacere, di cui vuole la distruzione finale: gli evasori come gli incendiari di boschi, contro cui organizza viete e vuote campagne di odio.
    Minaccia decenni di galera, del tutto inapplicabili: sono grida manzoniane, ma meno ridicole che velenose.
    E’ una scusa per farla finita col «garantismo», per imporre «l’obbedienza alle regole», ossia gli arbitrii della «Volontà Generale».

    Ogni libertà privata è sospetta per la sinistra, è criminale in essenza.
    E intanto aumenta la spesa pubblica, perché regala miliardi ai privilegiati pubblici, alla casta e ai suoi complici.
    Non difendo gli incendiari di boschi, estremo caso della furbizia criminale, del substrato arretrato, del detrito incivile che rigurgita di continuo dal fondo del popolo. (2)
    La rivoltante viltà del «particolare», del nascondere la mano che getta l’esca infuocata, però, non può essere curata dalle ipocrite indignazioni dei «governanti».
    Come può vergognarsi l’incendiario, quando un senatore a vita di 82 anni manda a comprare la sua cocaina «per uso terapeutico» agli agenti della sua scorta, Guardie di Finanza?
    Dovrebbe vergognarsi prima lui.
    Dimettersi.
    Essere costretto a dimettersi dal presidente della repubblica, e precisamente per «indegnità»: non è stato eletto, deve la sua carica e il ricco emolumento collegato, da miliardario pubblico, ad una presunta sua speciale dignità.
    Se ne è mostrato indegno.
    Se ne vada.
    Ma no, nessuno glielo chiede.
    Nemmeno l’opposizione.
    E l’esempio dilaga.
    Furbetti di sotto, vili, arraffano quel che possono restando oppressi dai furboni di sopra che si prendono quasi tutto.
    Ci lasciamo comandare da chi non deve comandare, e intanto affiniamo le furbizie.Tutto è preferibile a questa condizione.
    Anche la guerra civile di Thomas Jefferson.
    Se non altro, perché la base da cui furbetti e furboni estraggono il denaro che rubano e i beni che saccheggiano, si sta restringendo pericolosamente: persino in Italia c’è ancora gente che lavora e paga, che detesta aver sfiducia, altrimenti non si potrebbe rubare tanto.
    Solo che la maggioranza silenziosa, mai eccelsa, è ormai minoranza.

    Le condizioni non potrebbero essere più chiare: da una parte gli sfruttatori, che i soldi pubblici li prendono, dall’altra gli sfruttati, quelli che i soldi pubblici li danno, li pagano.
    Eppure, la rivoluzione è impossibile.
    Non c’è abbastanza capitale sociale nemmeno per una guerra civile.
    Bossi evoca «i fucili»: ma al di là dell’indignazione moralista, tutti sanno che parla e non fa.
    E’ la ridicola eterna figura del «baùscia» lombardo, lo spaccamontagne a parole, il reboante impotente e arruffone immortalato da Tino Scotti.
    Per di più, Bossi ha parlato in una valle bergamasca, davanti a qualche centinaio di militanti: non solo non hanno alcun fucile, ma sono pochissimi.
    Erano tanti e sono sempre meno, i «padani».
    Un altro capitale sociale dilapidato.
    Non ci sarà alcuna guerra civile, alcuna «rivolta fiscale», e gli illegittimi governanti lo sanno benissimo.
    Perché nessuno si fida dell’altro, nessuno è disposto ad unire le forze.
    Ogni gruppetto «lotta» per il suo particolare, dalla Val di Susa alla spazzatura di Napoli alla n’drangheta, è tutto un pullulare di secessioni vilissime, ristrette, e incapaci di comporsi in una protesta unitaria.

    Niente rivoluzione.
    Solo degrado senza fine, senza più un soldo di capitale sociale; e presto senza capitali monetari, che vanno di nuovo all’estero.

    Maurizio Blondet


    Note
    1) La caccia ai sabotatori, che si intensificò e divenne più feroce durante la guerra, ovviamente non migliorò per nulla le cose. Degli 80.300 aerei che l’URSS perse durante la guerra, il 47% furono abbattuti non dal fuoco nemico né da errori dei piloti, ma da difetti di fabbricazione. (Simon S. Montefiore, «Stalin the court of the red tsar», Londra, 2003). Nulla può sostituire il capitale sociale, che la sinistra non sa costruire.
    2) Di questo fondo rigurgitante è costellata come sappiamo la nostra storia. Il vilipendio a piazzale Loreto del dittatore per decenni acclamato è la vergogna iniziale di cui non ci vergogniamo, che anzi è alla base della nostra repubblica, gloria delle «radiose giornate della liberazione» per molti a sinistra. Eppure va ricordato che il fatto rivoltò il mondo, anche i nemici, che ci videro infierire sul corpo da cui loro, non noi, ci avevano liberato. Il 29 aprile 1945 il New York Times, quando pubblicò le foto del mattatoio coi corpi appesi, vi appose il seguente titolo: «Il popolo italiano sputa sul cadavere di Mussolini – il mondo sputa sul popolo italiano» (Oscar A. Marino, «Il cammino interrotto», Messina, 2006).