Israeliani “antisemiti”

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    E’ ormai noto che quasi tutti i paesi al mondo possano “vantare” all’interno del loro ordinamento giuridico apposite norme atte a sanzionare, anche con il carcere, chi mette anche solo in dubbio la veridicità di ciò che è usualmente definito “olocausto”. Pochi sanno invece che già dai primi anni ’60 in Israele, era assai diffusa una serie di fumetti che mescolavano erotismo morboso, campi di concentramento e sadismo perverso…insomma, il primo gesto di aperta offesa e delegittimazione dell’olocausto stesso fu israeliano!

    TEL AVIVL’ufficiale delle SS passa in rassegna i prigionieri. Ordina ai reclusi di abbassarsi i pantaloni. Ha il frustino, gli stivali lucidi, la camicia sbottonata lascia intravedere i seni. Siamo nello Stalag 13. Ed è uno dei segreti che gli israeliani non amano resuscitare dalla polvere degli scaffali di libri usati. Una serie di fumetti pornografici, letti di nascosto da una generazione di adolescenti. Che per la prima volta, tra torture perverse e divise naziste, scoprono i disegni erotici, in una giovane nazione puritana.

    È il 1961 e il Paese scopre per la prima volta anche gli orrori dell’Olocausto. Le voci dei testimoni al processo contro Adolf Eichmann vengono trasmesse in diretta alla radio per quattordici settimane. L’editore Ezra Narkis ci vede un mercato e pubblica il volume d’esordio di una serie: sette edizioni, 25 mila copie, un best-seller che dà il via al fenomeno. La trama è più o meno uguale, da uno Stalag all’altro: militari britannici o americani sono internati in un campo nazista («stalag», acronimo di Mannschaftsstammlager, era, appunto, il nome dei campi dove venivano rinchiusi i prigionieri di guerra) e vengono sadicamente abusati da prosperose soldatesse tedesche. Alla fine — succede sempre — si vendicano violentando e uccidendo le tiranne sessuali.

    Gli Stalag sono ancora oggi scambiati tra i collezionisti, un libro può arrivare a oltre 100 euro. Commerci segreti, da mercato nero. Un mondo che un giovane regista — la nonna, di origine italiana, sopravvissuta alla Shoah — ha voluto indagare. Per scoprire come sia stato possibile che per anni un misto di voyeurismo, perversioni e simboli del Reich abbia conquistato la fantasia di molti israeliani. «Le storie sono inventate, è tutta fiction — racconta Ari Libsker in un caffé di Tel Aviv —. Eppure un’intera generazione ha assorbito gli Stalag come parte della memoria collettiva sull’Olocausto. Non ci sono prigionieri ebrei, perché sarebbe stato troppo provocatorio. Ma è inevitabile il collegamento inconscio con la Shoah ».

    Il filmato (presentato in luglio al Festival di Gerusalemme e che verrà tramesso in televisione alla fine di ottobre) rintraccia gli autori dei fumetti. Tutti israeliani, anche se si nascondevano dietro a nomi d’arte inglesi. Ancora oggi, alcuni di loro hanno chiesto di essere ripresi con il volto oscurato. «L’editore voleva far credere che le storie fossero importate e tradotte. Anche se cinici, si vergognavano di ammettere di essere israeliani. L’idea venne da qualche prodotto americano». Uno dei titoli più celebri — Ero la prostituta personale del colonnello Schultz — venne bloccato da una decisione dei giudici e la polizia ritirò tutte le copie dalle edicole. «Il processo e lo scandalo — spiega Libsker — hanno segnato la fine del genere, attorno al 1964. Da allora gli Stalag sono circolati solo in maniera clandestina ». Eli Eshed, studioso di cultura popolare, si è impegnato a rintracciarli. «Non è una coincidenza — commenta — che le pubblicazioni cominciarono durante il processo Eichmann».

    L’editore Ezra Narkis ammette che fu il processo, con i dettagli dell’orrore raccontati dai testimoni, a trasformare i suoi libri in successo. «Le atrocità avrebbero dovuto essere sufficienti, senza aggiungere fiction», commenta Hanna Yablonka, docente di Storia all’università Ben-Gurion, al New York Times. Nel video, Libsker critica anche i libri di K. Tzetnik, pseudonimo di Yehiel Feiner De-Nur e un acronimo per i prigionieri dei campi di concentramento. «Gli studiosi hanno dimostrato che le sue opere morbose sono finzione letteraria eppure vengono assorbite dagli studenti israeliani come racconti storici. È assurdo che Primo Levi, invece, sia stato tradotto solo negli anni Ottanta. O Jean Amery, presentato per la prima volta otto anni fa». È convinto che K. Tzetnik, pubblicato negli anni Cinquanta, servisse meglio all’immagine che gli israeliani si erano costruiti dei sopravvissuti. «All’inizio vennero guardati con sospetto: che cosa avete fatto per scamparla? Dovete aver commesso qualcosa di immorale».
    Repubblica.it