Myanmar, il Belgio riapre il caso Total

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    Questa storia non è altro che la conferma di ciò che è a noi chiaro da molto tempo. Democrazia e capitalismo, dietro il loro apparente volto amichevole e rassicurante, nascondono un lato a dir poco ambiguo, agghiacciante. Hanno cominciato sfruttandoci nelle loro industrie, poi ci hanno trasferito in massa nel terzo settore, illudendoci col miraggio del benessere. Ma non ci hanno detto che, se andavano a produrre altrove, era perché noi non eravamo più disposti a farci sfruttare come da quelle parti. E intanto hanno spazzato via le nostre campagne. Ed oggi sono proprio diventati bravi: hanno capito come campare sulla fame del terzo mondo, come sostituirsi ai loro governi e renderli complici, con quale scusa fargli guerra se si oppongono; hanno imparato a mantenere i loro privilegi, tagliandoci le ali col lavoro precario, a lucrare sulle catastrofi, a farci consumare tutto ciò che non ci serve ed a manovrare i nostri governanti, tenendoli buoni con la garanzia di una poltrona sicura…si sa, chi contesta è “estremista” e non può governare!
    Quand’è che impareremo noi qualcosa?!

    Per Milena Kaneva è un gran giorno. “Un’ottima notizia – commenta da New York – che arriva dopo il caso Unocal”. A ridare fiducia alla giornalista che ha dedicato gli ultimi anni a denunciare le violazioni dei diritti umani in Birmania, concentrandosi sulle attività delle major energetiche è l’annuncio proveniente da Bruxelles: la magistratura belga ha deciso di aprire un’inchiesta sulla Total. La denuncia proviene da quattro rifugiati birmani. E pesa come un macigno: presunti reati di complicità in crimini contro l’umanità. Vale a dire non aver ostacolato l’impiego di condannati ai lavori forzati usati dal regime per la costruzione di un gasdotto.

    Ironia della sorte, il caso è stato riaperto proprio nei giorni in cui il regime di Yankon, al potere dal 1962, sta soffocando nel sangue la rivolta pacifica del popolo birmano. La denuncia fu presentata nel 2002 da alcuni rifugiati birmani, ma venne giudicata non ricevibile perché non erano di nazionalità belga. In Francia, dove altri birmani avevano investito la magistratura di un caso simile, il tribunale di Nanterre rispose con un “non luogo a procedere”. Una sentenza della Corte belga ha però riaperto il caso. Come rifugiati politici riconosciuti, i quattro birmani potevano proporre istanza perché equiparati a cittadini belgi nell’esercizio dei loro diritti. Si applica così quella legge di competenza che consente alla magistratura di Bruxelles di indagare sui crimini commessi ai danni di cittadini belgi anche all’estero. La procura potrebbe decidere già a fine mese se aprire o meno il processo. “Dopo il caso Unocal – spiega Milena – sarebbe la seconda volta”. Il suo acclamato documentario – Total Denial – racconta proprio della vittoria ottenuta dai 15 birmani contro la Unocal, (acquisita poi da Chevron), che ai tempi aveva una quota nella costruzione dell’oleodotto: “Nella regione dove transitava il gasdotto – racconta – l’esercito effettuò durissime rappresaglie contro la minoranza dei Karen, accusati di aver offerto rifugio ai dissidenti. I soldati del regime a guardia del gasdotto incendiarono interi villaggi. Gli avvocati delle vittime decisero di non rivelare i nomi. Era troppo pericoloso. Io avevo oscurato i volti delle persone filmate nel documentario e distorto le voci. Senza persone identificabili i legali della Unocal, che rispose di ignorare i fatti, riuscirono a bloccare la causa collettiva, che interessava migliaia di persone. Ma davanti al materiale raccolto e alle prove, preferirono raggiungere un accordo e pagare una compensazione alle 15 vittime. Quanto a Total, comunicò di non essere al corrente dei crimini e degli schiavi usati dal regime per costruire il gasdotto. Provvide subito a pagarli. Ma i soldati sequestrarono loro il denaro. Penso che Total deve ritenersi responsabile delle atrocità che accaddero vicino al gasdotto”.

    Roberto Bongiorni

    Il sole-24 ore, 3 ottobre