Di là dal “punto zero”. La metamorfosi dell’eroismo

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    di Julius Evola
    Le conventicole dei “critici” che fanno il buono e il cattivo tempo nella stampa e nella radio italiana si sono perfino accorte dell’esistenza di Ernst Jünger, dopo che il suo nome ha già acquisito una notorietà europea. Ma, come è naturale, la loro attenzione si è portata sugli aspetti suscettibili ad essere apprezzati in termini di mera “letteratura”.

    E proprio i libri ove siffatto aspetto è più in rilievo son stati tradotti o si stanno traducendo in italiano. A noi interessa invece un altro Jünger: l’adolescente che, fisicamente insofferente di tutto ciò che è “borghesia” già si arruolò nella Legione Straniera; il volontario della prima guerra mondiale, ferito diciassette volte e insignito della massima decorazione tedesca al valore. L’autore di “Fuoco e Sangue”, di “Tempeste d’acciaio” l’affermatore della teoria del “realismo eroico”, della “mobilitazione totale”, degli ideali della “persona assoluta”.

    Come pubblicista, questa parte della attività dello Jünger si sviluppò soprattutto nel primo dopoguerra; ma per le analogie che questo presenta con l’oggi, i problemi allora considerati dallo Jünger si mantengono vivi ed attuali. Qui accenneremo solo a ciò che in genere, si riferisce al concetto della guerra e dell’eroismo moderno.

    Chi sa ormai che cosa pensare circa la fola dell’“ultima delle guerre”; chi si oppone alla ideologia democratica che vorrebbe ridurre il guerriero più o meno ad un criminale e che non sa concepire la guerra se non nei termini di una “aggressione” di un “inutile macello” o di una “operazione internazionale di polizia” destituendoli dunque di ogni valore spirituale; chi continua invece a credere nei valori tradizionali dell’eroismo, oggi incontrerà una obiezione fondamentale chi si chiederà se, dopo le recenti esperienze, non se ne abbia ancora abbastanza, se ci si rende conto di ciò che ormai significa la guerra moderna come “guerra totale”: vicenda, nella quale un’opera inesorabile di distruzione non ha più limiti e che, più che la guerra dell’uomo contro l’uomo, sembra essere la guerra nella macchina, del materiale e della tecnica contro l’uomo.

    Questo problema lo Jünger se lo pose come combattente ancor prima che come scrittore. Le cose stanno pertanto nei seguenti termini. L’uomo occidentale si è creato ciò che un indù chiamerebbe un karma, un destino. All’atto di volgere, con la tecnica, alla conquista di ogni forza della natura egli ha per così dire, firmato una cambiale, che ora gli viene presentata allo sconto: egli ha creato qualcosa, che alla fine gli si ritorce contro. La forma più visibile di tale azione è appunto la “guerra totale” moderna nei suoi caratteri di fenomeno elementarmente distruttivo di fronte al quale l’individuo quasi scompare e, con esso, tutto ciò che di romantico e di ideale poteva servire di appoggio interno al combattente di ieri. Ma in questo carattere della guerra – secondo lo Jünger – viene particolarmente a nudo solo qualcosa che nella stessa vita ordinaria delle moderne civiltà tecnicizzate minaccia egualmente l’uomo è lo spirito di distruzione.

    Ora di fronte e questa situazione irrevocabile, esiste una sola possibilità: affrontare la propria creatura, cavalcare la tigre assumere tutto ciò che ha carattere distruttivo come una sfida utilizzandolo per un autosuperamento, per una superiore affermazione di sé. Per quel che propriamente riguarda la guerra, s’impazza una trasformazione del tipo del combattente e dell’eroe. Già un Remarque nel suo famigerato libro: “nulla di nuovo sul fronte occidentale”, aveva parlato di “coloro che sono spezzati anche quando le granate li hanno risparmiati”. Spezzati in che cosa? In tutto il romanticismo, in tutto un falso, bolso, parolaio idealismo col quale essi erano partiti per la guerra, la quale doveva poi presentarsi loro sotto tutt’altra luce. Appunto come fenomeno “elementarmente” distruttore, come lo sono certe grandi forze della natura.

    Ebbene, qui si pone l’alternativa di chi, appunto, si spezza (interiormente), e di chi sa invece creare una superiore dimensione del suo essere: quella, che lo Jünger chiama del “realismo eroico” e della “persona assoluta”, e con essa mantenersi in piedi, riaffermarsi. Si tratta di una forma pura quintessenziata, priva di orpelli, disindividualizzata di eroismo. Nella quale non conta più l’individuo e il “gesto”, ma la azione per se stessa; nella quale la prontezza, anzi la gioia nell’affrontare le situazioni più distruttive e logoranti si lega ad un grado estremo di lucidità, di controllo di ogni reazione istintiva ed animale, di inesorabile visione. In questi termini è quasi un nuovo tipo umano che prende forma. La “mobilitazione totale” qui viene interpretata anche spiritualmente è il pieno esser in atto del singolo, il saper esser assolutamente se stessi, “persona assoluta”, proprio nelle zone dalle “temperature estreme”, nelle terre di confine fra la vita e la distruzione, presso ad un cadere di ogni appoggio estremo, di ogni retorica, di ogni falso idealismo, presso a freddezza e lucidità supernormale.

    In tali termini la stessa guerra moderna può propiziare una invisibile, silenziosa soluzione delle essenze, di là da tutto ciò che è mondo “borghese” ed era persuasione dello Jünger che proprio gli uomini che hanno “il punto zero della distanza” non già dinanzi a loro, ma ormai dietro di loro, come una esperienza già assimilata, sarebbero stati, nelle loro gerarchie simili ad “Ordini”, i signori del domani, gli artefici del nuovo Stato. In effetti, considerazioni analoghe a quelle relative all’esperienza della “guerra totale” lo Jünger le ha soltanto per tutto ciò che, in genere, è civiltà meccanica, nel suo libro notevolissimo: “L’operaio- la sua figura e il suo avvento”. Per ragioni di spazio, qui non ne possiamo riferire. Forse lo faremo in un altro articolo.

    Julius Evola

    “Il Secolo d’Italia”, 5 Luglio 1952

    Articolo tratto da

    RAIDO

    Contributi per il Fronte della Tradizione

    N. 27/28 anno VIII – IX, Solstizio d’Inverno 2003 – Equinozio di primavera 2004