Per l’Onore – Appunti sulla Decima Mas nella RSI

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    di Mario Michele Merlino
    L’ 8 di settembre, mentre il Re e Badoglio fuggivano di notte simili a lestofanti, lasciando un esercito allo sbando e in balia dei tedeschi esacerbati dal tradimento, un solo tricolore svettava alto: alla caserma del Muggíano, nei pressi di La Spezia. “..:eravamo ormai un’isola in un mare di desolazione e di vergogna”: così pensò il capitano di fregata Junio Valerio Borghese, comandante della X Flottiglia MAS, dopo aver appreso per caso dalla radio dell’armistizio e deciso che “una guerra si può vincere o perdere, ma si deve saper perdere con dignità. Per un popolo, la sconfitta militare incide solo materialmente; ma perdere col disprezzo dell’alleato tradito e con quello del vincitore a cui si supplica di accordarsi, incide moralmente, e le tracce restano per secoli”. E’ così che nasce, ancor prima della stessa R.S.I., quella straordinaria avventura, quegli uomini ardimentosi, per dirla con Renzo De Felice, “una visione del mondo, uno stile mentale”. In pochi giorni, richiamati da chissà quale oscuro istinto ed eco trasmesso da chissà quale passa-parola, furono trentamila che si presentarono provenendo da ogni arma e regione d’Italia, giovani e meno giovani e giovani donne. Primo esempio di volontariato di massa per l’onore ed il riscatto nazionale. Con o senza Mussolini; con o senza il fascismo repubblicano ai suoi esordi. Sempre, nella storia, chi cede al detto “Francia e Spagna purché se magna” (i più) e chi, fedele all’esortazione paolina ETIAM SI OMNES, EGO NON, sente di doversi assumere una responsabilità non sua di certo, ma da espiare per una collettiva redenzione. Nella consapevolezza, che rende la scelta un atto etico e sacrificale, della sconfitta annunciata.

    Ma di questo spirito -che fu della Decima, ma in pratica della gran parte dei combattenti della R.S.I.- varrà riportare quanto scritto da Francesco Enrico Accolla, già corrispondente di guerra della X MAS, nella premessa al suo libro LOTTA SU TRE FRONTI: “E così sorse la Repubblica Sociale Italiana alla quale aderirono nella certezza della sconfitta e nella speranza della vittoria quanti anteposero alla personale salvezza l’onore della bandiera, l’indipendenza della Patria e -contestualmente- la protezione dei territori e delle genti dalla ritorsione tedesca. Questi due fronti: contro gli Anglo-americani da una parte e nei riguardi dei Tedeschi -pur alleati- dall’altra, furono dagli uomini e dalle donne della R.S.I. voluti. L’uno in reciproca funzione dell’altro. Il terzo fronte, quello orribile, quello della guerra civile, fu ad essi imposto” (pag.11).

    E varrà aggiungere quanto, in data 17 settembre 1943, annotava nel suo diario Attilio Bonvicini, fulgido esempio di eroe e martire, che, nonostante la gravità delle ferite riportate in Albania, volle arruolarsi anche lui nella Decima: “Ho aderito al partito repubblicano fascista. La adesione al nuovo governo rientra nell’unica linea di condotta che mi sento di prendere. La parte dell’onore è questa. Alle ore 21 c’è stato convegno di tutti gli ufficiali per discutere questa adesione e il testo dichiarativo. La fede di tanti fra i migliori mi ha vivamente commosso e confortato. E’ nata in me una speranza che è già nuova vita” (pag.57). Con questo spirito, che non verrà mai meno, affluivano a La Spezia migliaia e migliaia di volontari nella caserma di San Bartolomeo, creando immaginabili e difficilissimi problemi di organizzazione ed inquadramento ed equipaggiamento, ma che furono tutti superati, magari in modo discutibile come sottraendo armi ai tedeschi. Tant’è. Già ai primi di marzo un battaglione della Decima, il Barbarigo, raggiunge il fronte di Anzio, conquistandosi subito il rispetto e la simpatia dei camerati germanici, di fatto poco inclini alla stima e soprattutto nei confronti degli italiani. Basterà ricordare come, in tre mesi di combattimenti, vi saranno oltre 200 morti, più di cento dispersi, quasi 200 feriti su un totale di 1.180 uomini. E basterà ricordare il guardiamarina Alessandro Tognoloní che, pur ferito, resisterà con il suo plotone all’avanzata dei carrarmati americani e, dato per morto, sarà insignito della medaglia d’oro alla memoria. Oggi, architetto, è fra gli ideatori e creatori de IL CAMPO DELLA MEMORIA, nei pressi di Nettuno, a testimonianza di tutti i caduti di tutti i reparti in armi della R.S.I.. Umberto Bardelli, comandante del Barbarigo, reduce dal fronte di Nettuno, l’8 luglio del 1944 cade in vile agguato partigiano insieme a nove suoi uomini. I loro corpi furono ritrovati spogliati, derubati degli anelli e dalla bocca strappati i denti d’oro, imbrattati ed un palo, estremo sfregio, conficcato lungo il corpo di Bardelli. L’episodio di Ozegna, non unico nel suo genere, rimane esemplare dell’ “ingenuità” dei marò della Decima ed, ovviamente, dell’infamia e della bestialità dei loro avversari, che fossero partigiani italiani o bande slave in Dalmazia e in Venezia Giulia. Infatti il comandante Bardelli aveva dato ordine- ai marò di scaricare le armi perché voleva dimostrare ai partigiani presenti che lo scopo primo ed unico della Decima era e rimaneva non la guerra fratricida, ma il leale e diretto combattimento contro gli alleati oramai padroni di metà della nostra penisola. Lungo sarebbe l’elenco dei caduti della guerra civile -e forse inutile perché il sangue generosamente versato non si traduce nell’aridità delle statistiche, non rientra nei pro e nei contro ma, quale lavacro purificatore, deve trasformare la nostra mente ed il nostro cuore affinché, ora e sempre, si sappia non dimenticare. Due momenti di lotta della Decima vanno ancora ricordati: sul Senio con il battaglione Lupo e a Tarnova della Selva con gli uomini del Fulmine. Il Senio è un corso d’acqua nell’alta Romagna, con alti argini sui cui s’attestarono nel dicembre 1944 e nei mesi successivi i marinai (o fanti di marina, come è più corretto) e che seppero difendere, con pagine giornaliere di singolo eroismo, praticamente fino allo sfondamento definitivo del fronte. Le postazioni erano buche scavate nel terreno con un modesto parapetto su cui appoggiare le armi ed il nemico di fronte, tanto vicino da ascoltarne la voce e quasi vederne il colore degli occhi. Tarnova della Selva, poche case ricoperte dalla neve gelata e spazzate da furiose raffiche di bora, sopra Gorizia e punto strategico a impedimento del dilagare titino. Qui, nei giorni di gennaio del 1945, 214 marò del battaglione Fulmine furono assaliti dal IX Korpus sloveno superiore in armamenti e in numero di uomini (dai 1.000 ai 2.000). Fu una resistenza accanita ed incredibile fino all’arrivo dei soccorsi: la valle dell’Isonzo e Gorizia erano salve. A conclusione (ma termine così inadatto per la viva fiamma che deve ardere a perenne memoria della Decima e del suo eroismo in ciascuno di noi) le parole del comandante Junio Valerio Borghese: “…volontari con uno spirito meraviglioso e nuovo, uno spirito anticonformista verso tutto e tutti meno che verso l’essenziale, che non si discuteva; uno spirito refrattario a galloni promozioni decorazioni parole e promesse, sensibile invece -e solo- alle doti di coraggio, lealtà e purezza d’intenti, al fatti concreti che si pretendevano da chi aveva il difficile compito del comando e della guida al combattimento”. Prof. Mario Michele Merlino Tratto da RAIDO – CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE Anno II numero 7 – ROMA – Equinozio di Primavera 1997