La limitatezza della ragione

    359

    Tempo fa il Papa aveva annunciato quello che sarebbe stato un po’ il filo conduttore di tutto il pontificato fino ad ora: la fede e la ragione non sono in conflitto. La ragione è troppo poco, troppo umana, troppo individuale per sentire Dio. E Dio è qualcosa che non può essere capito e che non va capito. Che Dio sia un’evidenza alla quale ci si rapporta con naturalezza è un fatto, un fatto che va sentito, una verità che ci viene da dentro, innata. Piuttosto sarebbe da dimostrare il contrario. Perciò la fede non può invadere il campo della ragione, le due cose sono complementari. L’una si occupa delle cose terrene e può solo descriverle, non capirle. Semmai è “l’occhio del cuore” che può tentare di comprenderne le sue leggi. È questa l’unica verità che qualsiasi ricerca scientifica seria non potrà che rivelare.

    Uno dei filosofi più influenti di tutti i tempi, Immanuel Kant scrisse: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Proviamo un senso di timore reverenziale di fronte alle meraviglie celesti, sappiamo che ci sono miliardi galassie ciascuna delle quali contiene miliardi di stelle, e ci sentiamo molto più piccoli. Nella nostra mente si affollano le domande: “Che importanza posso avere io? Perché esisto? Dopo tutto, chi sono?” è degno di nota che man mano che la scienza impara di più sulla terra e sull’universo, alcuni scienziati sono portati a credere che si debba attribuire tutto a un’intelligenza suprema. Così un famoso astronomo, Gorge Greenstein espone nei dettagli “ciò che può solo sembrare una sbalorditiva sequenza di combinazioni stupende e improbabili che prepararono il terreno alla comparsa della vita. C’è un elenco di coincidenze, tutte essenziali alla nostra esistenza”. Visto che l’elenco continuava ad allungarsi, dice Greenstein, e che le coincidenze non potevano essersi verificate per caos, era giocoforza pensare che fosse all’opera qualche ente soprannaturale. “E’ possibile – egli ragiona – che l’improvviso ci siamo imbattuti senza volerlo nella prova scientifica dell’esistenza di un Essere Supremo? Fu Dio a intervenire e a progettare il cosmo in maniera così provvidenziale per il nostro beneficio?”. Questa idea suscita in lui “un’intensa repulsione”, tanto da indurlo a dire: “Dio non è una spiegazione”. Tuttavia l’elenco sempre più lungo delle ‘coincidenze’ lo ha costretto a porsi tutti questi interrogativi. Nel suo libro l’Universo intelligente, un altro astrofisica, il premio Nobel Fred Hoyle, considera queste stesse numerose coincidenze che hanno tormentato Greenstein e dice: “Tali proprietà sembrano costituire attraverso la struttura del mondo naturale una catena di casi fortunati, ma queste strane coincidenze, essenziali alla vita, sono così numerose che sembra sia necessaria una spiegazione che le giustifichi”. Anche Hoyle come Greenstein, riconosce che non possono essersi verificate per caso. Perciò, dice Hoyle, “l’origine dell’universo presuppone una ‘intelligenza’, un’intelligenza ben più grande della nostra, un’intelligenmza che ci ha preceduto e che si è indotta a mettere insieme, come un deliberato atto di creazione, una struttura per la vita”. Anche Einstein parlò di Dio ma non come ne parla la religione tradizionale. Il suo concetto di Dio aveva relazione con lo “spirito immensamente superiore” che vedeva riflesso nella natura. Non a caso qualcuno ha scritto che “E’ facile capire pèerchè i fisici moderni, che negli ultimi secoli hanno allargato le frontiere della conoscenza penetrando nell’ignoto forse più di tutti gli altri scienziati, accettano quel grande mistero dell’universo comunemente chiamato Dio prima della maggior parte dei loro colleghi”.

    Fonte: http://www.libero-news.it