Una nuova recensione – Tempeste d’Acciaio

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    Si è svolto nei giorni scorsi, presso i locali dell’Associazione Raido, il convegno “Tempeste d’Acciaio – da Junger ai proscritti”. Il relatore Maurizio Rossi, è stato presentato e introdotto al folto pubblico da un membro della comunità di Raido. Junger è stato uno di quegli intellettuali meno indagati dalla cultura ufficiale del dopoguerra. La sua presunta adesione agli ideali nazionalsocialisti ha scatenato per reazione un granitico ostracismo da parte degli ambienti accademici postbellici sulla sua figura di intellettuale precorritore dei tempi moderni. Per comprendere meglio la sua cifra esplicativa è necessario riandare con la mente al periodo storico compreso tra le due guerre, quando la repubblica di Weimar stava ormai archiviando la Belle Epòque in seguito al collasso tedesco del 1918.

    I trattati di Versailles furono la “ciliegina” finale collocata dai cuochi firmatari, sulla torta velenosa che le miopi democrazie europee servirono alla Germania sconfitta. Il territorio nazionale decurtato del 10%; la popolazione del 13%; l’esercito ridotto a un mero simbolo; gli enormi indennizzi da corrispondere alle potenze vincitrici; gli espropri di generi alimentari e bestiame; la carestia; l’inflazione; i banchieri che confiscavano abitazioni e proprietà, l’umiliazione, precipitarono presto la Germania in un abisso di miseria e disperazione. Torme di sbandati senza lavoro e privi di qualsivoglia prospettiva futura vagavano in preda al nichilismo e al degrado morale e civile. La nazione rischiava di finire invischiata nella rete del ragno socialista che già aveva ghermito la vicina Russia. Ben presto, infatti, le insurrezioni comuniste cominciarono a divampare ovunque nel corpo piagato della nazione tedesca e le autorità di Weimar, imbelli e vili, erano del tutto incapaci di reagire. La nascente Lega Spartachista iniziava a fare proseliti e l’alba del XX secolo, foriera di mille promesse, ora proiettava un bubbone falce e martello color rosso sangue sul futuro dei figli della Germania. E’ a questo punto che il giovane Junger, reduce dagli infernali carnai delle trincee, decorato dell’Ordine Pour le Merite proprio lì dove le speranze teutoniche erano state definitivamente sepolte, scrive il capolavoro “Nelle tempeste d’acciaio”. L’opera, in stridente contrasto con il contemporaneo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, non si limita nell’angusto recinto della sterile demonizzazione del conflitto. E il registro espositivo della lucida relazione di Maurizio Rossi verte proprio su questo cardine concettuale di primaria importanza. Junger, a differenza di Remarque, narra con asettica imperturbabilità gli orrori e le turpitudini che accompagnano immancabilmente ogni conflitto bellico. E’ consapevole che nell’uomo albergano uno accanto all’altro, secondo la mitologia classica, Eros e Thanatos, e non si limita a maledire le oscure pulsioni che condannano l’essere umano a una folle corsa perennemente in bilico tra la propria e l’altrui distruzione. Remarque è annientato dall’orrore. Junger nella morte della patria vede null’altro che la scomparsa del vetusto patriottismo borghese ottocentesco, e si incarica con prospettiva socratica di suscitare un nuovo dominio dello spirito. E questi non è altro che il nascente nazionalismo novecentesco, antiborghese e “futurista”. Dalla Vaterland all’Heimat, insomma. L’uomo di Osnabruck pare richiudersi in una sorta di esilio interiore che rammenta tanto l’avversione tipica del mediocre che detesta il sole perché non può sopportarne il fulgore. Il vate di Heidelberg, al contrario, si sforza di interiorizzare questo conflitto, di elaborarlo e farlo proprio. Egli cerca di porsi nella condizione di colui che riconosce la tigre celata nel profondo di ognuno di noi e si accinge a cavalcarla alla maniera evoliana, ad addomesticarla in modo da uscire più forti, trasformati positivamente dal conflitto. E paradossalmente, il nichilismo nietzscheano si incanala nell’alveo di un nascente e più fecondo superomismo. Un superomismo cui ripugnano le aride categorie dei piani quinquennali. Per l’Ubermensch la falce rappresenta solo ed esclusivamente il simbolo cosmico dell’eterno alternarsi di morte e rinascita nel ciclo della natura. Per lui il martello è e rimane un mero strumento di lavoro. No. L’uomo della futura Germania non sarà mai un timbratore di cartellini o un frustrato alla catena di montaggio come desidererebbe la vulgata marxista e come lo condannerebbe la sterile nevrosi remarquiana, ma un combattente, un eroe mitologico. Se unica dimensione dovrà essere non sarà certo quella marcusiana del burocrate ma quella omerica dell’ulisside. Remarque maledice la disumana modernità. Junger invece non rifiuta nulla dei terribili doni portati all’uomo dal nuovo secolo. La tecnologia? E sia! La guerra tecnologica renderà l’uomo più potente, simile agli dei. Navi, aerei, sottomarini, carri armati. Per la prima volta nella storia la tecnica farà dell’uomo un Prometeo. Un Prometeo senza più catene. Tra gli stridori dei cingoli d’acciaio dei Panzerfaust, danza Zarathustra. E cosa c’è di più bello dell’ebbrezza che si prova nel “picchiare” con uno Stukas ululante sullo schieramento avversario per spargervi il terrore? L’istituto rivoluzionario della leva provoca l’irrompere delle masse informi sul palcoscenico della storia? Benvengano anche le masse. Junger preconizza così il soldato politico, “impegnato”, l’uomo che abbraccia l’etica del conflitto come dimensione estetica e spirituale. In guerra si lotta, ci si spara, ci si uccide. Ma in tutto questo non c’è odio. C’è soltanto il compimento di un dovere. Una missione da adempiere. Ecco, questo è il concetto “saliente” di Maurizio Rossi. L’obiettivo del guerriero non deve essere tanto quello di vincere, ma la consapevolezza di un adempimento. Il “Doppelganger” qui è rappresentato dal celebre passo del Mahabbaratha nel quale il guerriero Arjuna, tormentato dal dubbio, viene confortato dal dio Krishna apparsogli nelle sembianze del suo auriga. Krishna rivela ad Arjuna l’impermanenza della realtà. Tutto è Maya, apparenza, e la sola cosa che conta è l’adempimento del proprio dovere. Vincere o soccombere non è importante, poiché nulla è come appare ma tutto è come deve essere. Comunque vada, l’ordine divino impone al guerriero l’imperio del combattimento e solo in aderenza a quest’ordine vi può essere salvezza. Dall’Homo Novus junghiano al nazionalsocialismo il passo è breve. Il narratore aderisce entusiasticamente alle formazioni paramilitari dei Freikorps, che si incaricheranno nel 1919, sollecitati dal cancelliere Ebert, del massacro dei capi della Lega Spartachista. In un bagno di sangue vengono eliminati Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e numerosi seguaci “leghisti” sollevatisi contro il legittimo governo di Berlino. Poi è la volta di Walther Rathenau, ministro degli Esteri, ucciso con la collaborazione attiva dello scrittore Ernst Von Salomon, lo stesso Von Salomon, autore del romanzo “I proscritti”, il cui percorso esistenziale postbellico ha avuto molti punti in comune col cantore delle “Tempeste d’acciaio”; di Matthias Erzberger , ministro delle Finanze; di Philipp Scheidemann, Ministerpresident; di Karl Gareis, membro dell’Uspd. Si tratta dei principali responsabili della “Dolchstoss” – la pugnalata alla schiena inferta alla Germania dai politicanti guglielmini del II Reich – e dell’ignominia di Versailles. I movimenti filobolscevichi assistono impotenti all’emorragia di consensi a vantaggio delle formazioni nazionalsocialiste delle Sturmabteilung di Ernst Rohm. La Germania è proiettata ormai irresistibilmente verso un futuro incerto ma entusiasmante. Junger ora si ritrae atterrito all’idea di unire il suo destino a quello di Hitler, intuendone le immani potenzialità autodistruttive, ma ormai è troppo tardi. Il resto è storia nota …..

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