Usa, Iraq e soldati. Di entrambe le parti.

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    Mentre l’amministrazione USA offre l’immunità ai killer prezzolati della Blackwater, riserva ben minori riguardi ai suoi soldati regolari esposti agli effetti collaterali della guerra per la “democrazia”….. i “valorosi” militari malati avrebbero sicuramente preferito morire in combattimento ma il destino beffardo li ha condannati ad un calvario ben più amaro.
    Il nostro pensiero corre però ai civili iracheni “liberati” che sono, da un punto di vista più generale, condannati per generazioni vista l’esposizione continua ai mefitici effetti delle armi dei servi di Sauron.

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    Il calvario del sergente Lauderdale
    da effedieffe.com
    Maurizio Blondet
    31/10/2007
    STATI UNITI – James Lauderdale era stato abbastanza fortunato da tornare vivo dal Vietnam.
    Quarant’anni dopo, tutto il suo reparto della Guardia Nazionale di Tucson è stato spedito in Iraq, al confine col Kuweit: alla bella età di 58 anni, Lauderdale ha dovuto partire, col grado di sergente dell’esercito.
    Un mattino si è alzato dal suo letto a castello con un forte mal di gola.
    Diciotto mesi dopo è morto, alla fine di un calvario atroce.
    I medici gli hanno diagnosticato un cancro del cavo orale, forma di tumore che riguarda i forti fumatori, forti bevitori e masticatori di tabacco.
    Lauderdale non aveva alcuno di questi vizi.
    Ricoverato nell’aprile 2005 al Walter Reed, il grande ospedale per i reduci, fu subito sottoposto ad un vasto intervento chirurgico che lo sfigurò: la rimozione di metà della lingua.
    Due mesi dopo, altro intervento per portar via altri tessuti tumorali del cavo e della gola.
    Cinque mesi dopo, si rese necessario un altro atto chirurgico: per rimuovere tumori apparsi improvvisamente nel collo del sergente.
    Secondo i protocolli, Lauderdale fu poi sottoposto a massiccia chemioterapia coniugata con radioterapia.
    Il paziente ebbe un gravissimo attacco cardiaco, che obbligò ad un intervento chirurgico arterioso.
    Due settimane dopo, il cancro riapparve e crebbe con velocità galoppante: quarto intervento chirurgico, nel gennaio 2006.

    L’effetto della chirugia fu questo: a Lauderdale furono asportati i tessuti di gran parte del collo e della spalla.
    Non era più in grado di deglutire, era alimentato con una sonda inserita nello stomaco.
    Si tentò di ricostruirgli una lingua artificiale, usando tessuto di altra parte del suo corpo.
    Il sergente fu sottoposto a 39 sedute di radioterapia, con l’aggiunta della chemioterapia che gli procurava gravi complicanze.
    Tale era la pesantezza delle radiazioni, che una notte il paziente si svegliò sanguinando profusamente dall’intera pelle.
    Ogni volta, dopo la radiazione «terapeutica», nuovi tumori esterni sorgevano sul suo corpo, proprio al margine del campo di tessuto sottoposto alla «cura»: i medici stessi furono orrificati dal fenomeno.
    Fenomeno poi non proprio inspiegabile, visto che aggiungevano la «cura» della radiazione esterna alla radiazione interna, incessante, dell’uranio impoverito che Lauderdale aveva in corpo.
    «Si tratta di un’affezione così aggressiva  da proliferare sotto chemio-radiazione», scrisse il suo oncologo: «bisogna concludere, a questo punto, che non c’è cura possibile».
    A quel punto, il tumore s’era espanso ai polmoni e alla spina dorsale.
    Sua moglie ricorda che, fatto più pauroso, «centinaia e migliaia di tumori» erompevano continuamente in tutta la parte alta del corpo.
    «I medici dicevano che non avevano visto mai niente del genere».
    Il giornale che ha riportato il caso (1) ha cercato di contattare quei medici curanti al Walter Reed, senza ottenere risposta.
    Allora ha portato la cartella clinica del sergente, con la descrizione del decorso, alla massima autorità in fatto di tumori cranici e del collo in Arizona, Harindel Garewal, che l’ha esaminata con cura.
    «E’ un caso dolorosissimo», ha concluso, «un comportamento così aggressivo per un tumore orale.  Pare che il sistema immunitario per qualche motivo non riesca a fronteggiare il cancro».
    Ha spiegato che, nei non-fuimatori e non-bevitori, il cancro orale è raro: ma quando appare, è più aggressivo.

    James and Dixie Lauderdale

    Il sergente Jim Lauderdale è spirato il 14 luglio 2006.
    E’ sepolto ad Arlington.
    Vittima della guerra che il suo governo ha scatenato anche contro i propri soldati e il proprio popolo.
    La sua vedova e i suoi figli fanno ora parte del gruppo – che s’infoltisce ogni giorno – di parenti di reduci dall’Iraq che si ammalano e muoiono, quasi sempre di forme tumorali che proliferano con velocità mai vista, divorante.
    La famiglia rilegge le lettere che il sergente mandava dalla zona d’operazione.
    Dove descriveva l’aria densa di fumi neri petroliferi, di polvere del deserto, di polvere di cemento di odori chimici.
    E parlava del bruciore agli occhi, dei mal di testa, dei mal di gola che colpivano continuamente lui e gli altri uomini.
    La divisione cancro del Walter Reed, scrive l’Arizona Daily Star, è sovrafollata di giovani tornati dalla guerra, con cancri galoppanti.
    Una delle madri ha mostrato al giornalista varie foto del figlio, fra l’altro che lo mostra a fare il bagno in un’acqua marrone.
    «Mio figlio è morto di cancro renale».

    Un altro reduce – sergente Frank Valentine, 35 anni, ora con cancro del colon terminale – ha vissuto insieme a Lauderdale nella stessa  zona d’operazione: descrive i neri fumi di raffinerie, una fabbrica di cemento, una fabbrica di cloro ed acido solforico che emetteva liberamente sostanze nell’aria. «Un giorno, mentre camminavamo verso il porto, c’è stata un’esplosione di acido solforico dalle ciminiere», racconta: «Ne siamo stati tutti coperti, ci si bruciava la mimetica, siamo tornati indietro a cercare gli infermieri. Poco dopo quell’episodio, il sergente Valentine ha cominciato a soffrire di fortissimi dolori rettali: emorroidi, gli hanno risposto i medici per mesi. Alla fine, la diagnosi: cancro colo-rettale aggressivo».
    Intervento immediato con asportazione del tratto colpito: ora il sergente ha un ano artificiale sulla pancia (colostomia) e defeca dentro un sacchetto di plastica attaccato alla ferita aperta.
    Franchi, i medici gli hanno dato due anni di vita.
    Li ha superati da qualche settimana.
    Ma la chemioterapia non fa più effetto, e il sergente è stato informato che il suo cancro è avanzato nel fegato e nei polmoni.
    «Non so quanto mi resta», dice.
    E’ tornato a casa sua, in Florida, con la moglie e i suoi tre bambini, ad aspettare.

    Maurizio Blondet


    Note
    1) Carla McClain, «Cancer in Iraq vets raises possibility of toxic exposure», Arizona Daily Star, 28 ottobre 2007.

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