Eutanasia fatta in casa, omicidi organizzati

    291

    EutanasiaArrivano da diverse parti d’Europa, parcheggiano la macchina con chi li accompagna, e si infilano dentro un’altra. Sul cruscotto e’ pronta la pozione mortale, che decretera’ la morte in un’oretta. Il tutto si svolge in un parcheggio, in Svizzera. Eutanasia organizzata. Il dubbio che viene, e’ che la notizia sia stata pubblicizzata per poter giustificare tra qualche anno legalizzazione di tali operazioni, che, dira’ qualcuno, “vanno fatte in posti piu’ sicuri (che dovrebbero essere gli ospedali…dovrebbero…) di un parcheggio”. Oggi due sono le giustificazioni principali all’aborto, altro omicidio legalizzato: 1) la violenza subita (che riguarda una percentuale irrilevante di chi abortisce) giustifica un tale gesto e 2) il fatto che ci sia piu’ sicurezza nell’uccidere il feto in un’ospedale piuttosto che illegalmente. Quello che diranno anche per l’eutanasia.

    MAUR (Zurigo) — Il candidato alla morte è arrivato dalla Germania, ha parcheggiato ai margini di un bosco, davanti a un ristorante chiuso ormai da anni. I suoi occhi hanno seguito le mani dell’infermiera che appoggiavano la pozione letale sul cruscotto. Oltre il vetro lo squallore di quel parcheggio, più in là i colori bellissimi dell’autunno, gli ultimi istanti dei suoi 65 anni. Il candidato l’aveva deciso da giorni, non era più tempo per chiedere prestiti al futuro. Ha preso la pozione e l’ha mandata giù. Dai due ai cinque minuti per perdere conoscenza, da venti minuti a un’ora per costringere il cuore alla resa. Così voleva, il tedesco, come si può volere l’aria che si respira. «Peccato solo che debba succedere in macchina», è stato il rammarico di chi l’ha accompagnato fin lì. «Fin lì» è Maur, un Comune a est di Zurigo, sul lago di Greifensee. E il caso del sessantacinquenne morto in auto la settimana scorsa non è stato l’unico.

    Un altro uomo due giorni prima di lui (ancora una volta un tedesco, 50 anni) aveva chiesto e ottenuto l’assistenza al suicidio ma non l’autorizzazione a morire in una casa, un albergo, un ospedale. L’abitacolo della sua macchina era stata la soluzione possibile e lui aveva detto sì, qualsiasi luogo pur di liberarsi della sofferenza. «È vero, l’associazione ha dovuto accontentarsi di un’auto parcheggiata perché non le restava altra scelta», conferma Ludwig Minelli, 74 anni, avvocato e fondatore di Dignitas, l’organizzazione di aiuto al suicidio che ha assistito i tedeschi, tutti e due malati terminali. Dignitas non ha più casa da agosto. C’è la sede legale a Forch, nel Canton Zurigo, ma Minelli e la sua équipe medico infermieristica hanno dovuto lasciare l’appartamento zurighese che hanno affittato per otto anni. Sfrattati. Perché la gente del palazzo non ne poteva più dell’andirivieni di bare e agenzie di pompe funebri dal quarto piano.

    Dignitas allora ha provato a Stäfa (sempre nel Canton Zurigo). Niente da fare. Ha cercato a Maur, dove vive lo stesso Ludwig Minelli. Anche lì, rifiuto. In un caso è stato usata la camera di un albergo di Winterthur ma i gestori, che non ne sapevano nulla, quando l’hanno scoperto sono andati su tutte le furie e adesso non c’è albergo in tutta la Svizzera che accolga moribondi con infermieri e medici al seguito. Tutto questo con lo strascico prevedibile di reazioni politiche, di cause e di ricorsi. Tutto sul piano amministrativo, perché dal punto di vista penale non c’è partita. Anche il procuratore zurighese Jürg Vollenweider fa sapere che l’accompagnamento assistito verso la morte non può essere impedito nei termini in cui lo fa l’associazione. Nessun Comune ci tiene a diventare noto per il turismo della morte e gli amministratori di Maur hanno impedito a Minelli di utilizzare casa sua per gli aspiranti suicidi. «Un sopruso, una dittatura inaccettabile», si infiamma lui, tirando in ballo la Costituzione. «Non lo sanno questi signori che sulla sua proprietà ciascuno ha il diritto di fare ciò che vuole?». Finché i pazienti sono elvetici il problema non esiste perché sono i medici a spostarsi nelle loro case.

    Ma il fatto è che la maggioranza dei candidati alla morte arriva dall’estero, prevalentemente Germania. L’anno scorso la Dignitas ha assistito 195 suicidi, 120 erano tedeschi, 26 britannici e gli altri di nazionalità varie. Solo 15 gli svizzeri. La chiamano «la dolce morte» e la Dignitas più che somministrarla la prepara: lo fa l’infermiera più fidata di Minelli, Erika Luley. L’aiuto al suicidio passivo qui è autorizzato soltanto se il paziente (o la paziente) compie da solo il gesto finale. Nessuno può indurlo a bere, né passargli la dose senza ritorno di pentobarbital sodico diluito con l’acqua. E fino all’ultimo istante può ripensarci, come qualche volta è successo. Quando tutto è finito Erika controlla il polso, chiama Minelli per comunicargli l’ora del decesso e telefona alla polizia che come sempre aprirà un’inchiesta che finirà in niente. Poi torna a casa e beve un bicchiere di vino rosso, «alla salute, alla vita».

    Giusi Fasano
    (ha collaborato Vittore De Carli)

    09 novembre 2007

    link all’articolo: http://www.corriere.it/cronache/07_novembre_09/fasano_svizzera.shtml