Perugia, una città nell’abisso

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    La testimonianza diretta di chi a Perugia ci vive, sulla vicenda della morte di Meredith…

    da Controventro Perugia

    Una tragedia alle porte del centro storico di Perugia, colpisce improvvisamente al cuore della città. Ma, malgrado in molti prevalga lo sgomento, è sentire comune una non meglio identificata sensazione che porta immediatamente a ritenere che un pò tutti ce lo saremmo aspettato.

    L’omicidio brutale della studentessa inglese Meredith Kercher, ventidue anni, trovata seminuda e sgozzata all’interno del casolare in cui risiedeva con altri universitari fuori sede nella zona del Bulagaio, appena fuori le mura medievali della parte nord del capoluogo perugino, è un caso tanto macabro quanto inspiegabile. Un’altra vittima della furia cieca e della degenerazione dei “soliti” loschi figuri che, al di là di etnia o religione d’appartenenza, sembrano sempre pateticamente in cerca di chissà quale allucinata fuga dalla realtà ed in preda al più totale delirio edonistico e vizioso. Arrivata nel nostro capoluogo tramite il progetto di studi Erasmus, da anni noto ponte di interscambio culturale tra gli atenei di tutta Europa, da circa due mesi aveva trovato alloggio in quell’isolata residenza, lungo la strada che collega la periferia nord-ovest

    Università per stranieri. Una zona franca, tanto ai piedi ed in prossimità dell’acropoli quanto buia ed abbandonata, in cui i pochi italiani rimasti, da tempo denunciano un degrado crescente che coinvolge non solo quel lungo viale ma tutto il rione di Porta Sant’Angelo, dal Tempio Pagano sino alle zone dell’ex Policlinico Monteluce. Un teatro di spaccio e consumo di stupefacenti e violenza sin dalla metà circa degli anni Ottanta, ma che ha conosciuto solo negli ultimi dieci anni un peggioramento impressionante, in relazione all’aumento della popolazione immigrata.

    E seguendo le direzionali che costeggiano a mò di ipotetica sezione aurea la collina su cui si erge la nostra città, partendo da lì, non è difficile intraprendere un cammino attraverso quartieri ed aree ad altissimo rischio. A cominciare dal nucleo suburbano Elce – Ponte Doddi – San Marco, dove i domicili degli studenti fuori sede, spesso chiassosi e viziosi, superano quelli degli italiani, percorrendo poi il vialone di San Galigano che ci porta sino alla Stazione Centrale di Fontivegge, autentico scenario di ogni più bieco istinto delinquenziale, dove ad ogni angolo si rischia di trovarsi a tu per tu con un tossico, di imbattersi in spacciatori o in extracomunitari poco affidabili, se non in prostitute di ogni risma (orientali, africane, balcaniche e così via…). Da qui, potremmo provvisoriamente abbandonare la via immaginaria che ci permette di costeggiare la città, per addentrarci nell’intimo della Seconda Circoscrizione, che è – appunto – seconda per densità di abitanti solo alla Prima (centro storico) e superiore alle altre undici (eh sì, perché il Comune di Perugia è stato così geniale nell’escogitare un’ennesima strategia di clientela, da far sì fittiziamente che una città di appena centosettantamila abitanti avesse ben tredici circoscrizioni!). Dalla Stazione, passando per l’enorme edificio di Piazza del Bacio, che un tempo ospitava la Perugina (quando non era ancora stata svenduta alla Nestlè) e che oggi ospita principalmente gli uffici della Regione e il primo McDonald che la città abbia mai avuto, possiamo arrivare alle soglie di un parco che, dalla sera alla mattina diventa praticamente inavvicinabile: si tratta della Verbanella. A dire il vero non è il più grande che esista in città e nemmeno uno dei più belli, ma la sua vicinanza tanto alla Stazione quanto al centro storico lo rende un perfetto luogo di incontro per spacciatori, tossici e ucraini in preda a “misticismo alcolico”, nello sfondo paesaggistico offerto da montagne di sporcizia e pavimenti di siringhe usate.

    Il via vai in certi mesi diventa impressionante e si estende anche alle ore diurne, nella più completa impunità e carità pelosa, tanto che il Comune ha riservato anche un bagno mobile ad apertura elettrica per consentire ai “poveri criminali” di espletare le loro pratiche organiche, mentre la diocesi di sant’antonio lì a due passi, in forza della tipica tradizione cristiano-clericale, riserva accoglienza alla peggiore feccia.

    Riprendendo frastornati il nostro cammino, pur restando nella medesima zona, giungiamo nella chilometrica via della Pallotta, da circa otto anni al centro di infinite polemiche legate principalmente all’immigrazione sudamericana e balcanica. Come da copione, al centro della vicenda c’è ancora di mezzo un prete: don Leonello Birettoni, ex parroco della chiesa di quartiere, ha già subito numerose denunce per sfruttamento dell’immigrazione clandestina, usura e truffa, organizzando inspiegabilmente e nel giro di pochissimi anni, un esodo di massa di circa cinquemila ecuadoregni, inizialmente stipati in alloggi oltre il limite dell’umanità, in condizioni oltre il limite della dignità, con modalità oltre il limite della decenza, e poi pian piano integrati e arricchiti da pesantissime agevolazioni fiscali ed iniziative, di cui il Comune e le sue associazioni non hanno perso tempo a farsi portavoce. Pur tra le polemiche, e nonostante i processi subiti, questo figuro è sempre riuscito nei suoi intenti e tutt’ora svolge liberamente la sua professione di “uomo di pace e accoglienza” (come suole definirsi). I numerosi spazi verdi presenti nella zona sono in gran parte preda di clandestini e spacciatori, come l’area a fianco dell’Hotel Grifone, dove persino la fermata del piccolo treno della linea MUA è diventata luogo di spaccio, specie nelle prime ore serali. Anche parchi apparentemente più tranquilli, come quello di Sant’Anna, diventano così luoghi impraticabili al tramonto del sole, pur in assenza di chiari segnali di pericolo, per la paura generale ormai insita nel cittadino medio, foriera di atteggiamenti di rinuncia e di difesa preventivi.

    La convivenza risulta difficilissima, soprattutto per l’arroganza e la delinquenza mostrate in questi anni da una parte degli immigrati, che hanno recentemente spinto gli italiani (qui comunque numerosi) a formare un comitato cittadino autonomo per la sicurezza.

    Da qui possiamo proseguire il nostro iter e passare alla periferia sud della città, quella dei ponti: Ponte San Giovanni, Ponte Pattoli e Ponte Felcino sono tre dei più vasti sobborghi ai piedi dell’acropoli, nati circa due secoli fa, sulle rive del fiume Tevere. Noti quali uscite del tratto forse più trafficato della E45 – quello che va dal Verghereto ad Orte –, sono da anni periferici scenari di delinquenza a causa di meridionali pregiudicati trapiantati, stranieri e tossici, dove il tasso di extracomunitari incide in maniera destabilizzante sulla popolazione: basti pensare che fino al 2004, dei diciottomila abitanti di Ponte San Giovanni, ben tremilaseicento erano stranieri, e che dei novemila di Ponte Felcino circa duemila erano gli immigrati. Quote sproporzionate già allora, che ora stanno toccando probabilmente punte del 35%, venendo a determinare ovvi disagi ed altrettanto ovvi settarismi etnici, per cui ogni comunità pare avere la sua strada, sulla base del fallimentare e catastrofico modello americano di società multirazziale, sponsorizzato e veicolato, specie tra i più giovani, da media addomesticati e pericolosi come Mtv.

    Proseguendo per riallaciarci dall’altra parte, entriamo in zona Ferro di Cavallo – Monte Malbe – Madonna Alta, dove attorno allo stadio del nostro eroe Renato Curi, in cui tutti i perugini ancora legati ai simboli della propria città sono cresciuti, da molti anni pare non avere mai termine la presenza sulla strada di prostitute, principalmente africane, costrette sul marciapiede da chissà quali orrendi neo-schiavismi. La Questura è giusto poco più giù, oltre il vasto parcheggio appena rimesso a nuovo dal Comune per preparare tutto al meglio in vista dell’inaugurazione di uno dei più orripilanti aborti meccanici mai costruiti: il minimetrò. Anni di reperimento liquido (quasi del tutto pubblico, dacchè la quota privata di tale progetto proviene per la maggior parte dalla società del trasporto pubblico e da quella della gestione parcheggi a pagamento), anni di lavoro e di devastazione ambientale, dalle zone dello stadio Curi fino al centro storico, nel più totale e strisciante silenzio della cosiddetta “sinistra ambientalista” che sostiene la maggioranza a Palazzo dei Priori e nella più ridicola complicità dell’ex Ministro berlusconiano Lunardi e, ovviamente, dell’attuale Di Pietro, per un progetto che ha portato alla realizzazione di una rotaia sopraelevata lungo gran parte del tratto, che si incanala a livello terra all’altezza di via Cortonese per poi risollevarsi ed infine addentrarsi nel sottosuolo all’altezza del Parcheggio della Cupa, un luogo geologicamente e morfologicamente impraticabile, immediatamente sotto al centro storico. Un autentico delirio infrastrutturale, chiaramente incompatibile con il territorio locale sia per l’impatto ambientale assolutamente catastrofico, sia per l’inutilità in relazione allo scopo preposto. Le dichiarazioni del Sindaco, Renato Locchi, a proposito di un grande progetto per lo snellimento del traffico e per il miglioramento della viabilità, suonano quasi come una presa in giro dal momento che questo trabiccolo ha una capienza di venti persone. E non oso immaginare quanto possa costare il biglietto per una corsa. Ad ogni maniera, anche aumentando la frequenza delle navette all’ennesima potenza, appare subito chiaro da semplici calcoli che in giorni come il sabato, non sarebbero sufficienti a trasportare nemmeno un decimo delle persone che affollano le vie del centro storico, oltrechè risultare eccessivamente e pesantemente onerose per quanto concernerebbe le spese di manutenzione di un sistema sfruttato a un tale livello.

    In realtà la posta in palio è molto più alta e tutte le aree che spiccano intorno a questa rotaia – aree spesso rimaste “stranamente” degradate ed inutilizzate per decenni – in virtù di tale progetto hanno aumentato il loro valore e dovrebbe aver fatto gola a molti la concessione di appalti per due nuovissimi centri residenziali dall’aspetto radical-chic altoborghese (uno in via Cortonese e uno in via Mario Angeloni) e ben due centri commerciali unidirezionali posti uno all’inizio e l’altro alla fine del percorso, causando addirittura squilibri commerciali insostenibili anzitutto per i piccoli e piccolissimi commercianti (completamente ignorati dalle autorità) che ogni settimana animavano lo storico Mercato Coperto, costruito dal Fascismo nel ventennio e da molti decenni emblema e punto di ritrovo per tutti i perugini, ma ormai destinato alla chiusura.

    Fa sorridere pensare che dalla nostra Regione è prontamente partita una carovana di gente per il Piemonte a dar man forte ai sedicenti “compagni” nei cortei politici contro la Tav, mentre sotto il loro naso le autorità locali realizzavano uno scempio ben maggiore e ben meno legittimo.

    Si potrebbe andare avanti nel nostro viaggio: mancano ancora parti di città e su tutte, il centro storico, ormai terra di conquista di delinquenti, clandestini e tossici ed irraggiungibile ed invivibile per i molti perugini costretti negli ultimi dieci anni ad abbandonarlo in cambio di più umani mutui od affitti nei cordoni periferici.

    Per ora preferisco concludere qui questo immaginario viaggio minuzioso e dettagliato ma necessariamente generale e d’insieme, intorno e dentro le mura di quella che un tempo era una delle dodici lucomonie etrusche, una delle principali roccaforte dell’Impero di Roma, una delle più autorevoli terre medievali e una delle più nobili e colte città rinascimentali.

    Impegnato nel suo monopolio urbano a costruire centri commerciali mega galattici e quartieroni o residence radical-chic per noti professionisti, e a garantire lo sballo settimanale ai giovani più stupidi, attraverso luoghi di alienazione mentale come centri sociali “addomesticati” e discoteche, il Comune lascia in balìa di questo far west odierno i cittadini meno abbienti e più onesti, costretti a subire e a stare zitti di fronte alle più gravi ingiustizie, alle iniquità sociali e alle paure con cui devono convivere appena usciti dal portone di casa.

    Di Andrea Fais, Perugia.
    Pubblicato su Rinascita sabato 10 novembre.