Cos’è il kathecon?

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    Maurizio Blondet, da effedieffe

    17/11/2007

    Pubblichiamo quella che sarà la sostanza dell’intervento del direttore Blondet al Master Enrico Mattei 2007 presso l’Università di Teramo.

    Oggi è egemone nella Chiesa «aggiornata» la corrente giudaizzante, che si pretende un ritorno alle origini, alle arcaiche «fonti primordiali» del cristianesimo, depurato delle concrezioni accumulate in due millenni.
    In questa corrente, un cardinale ha perfino estrapolato un presunto «vangelo aramaico» che starebbe sotto i quattro Vangeli canonici: arcaicismo ridicolo, visto che i Vangeli furono scritti fin da principio nel greco comune dell’epoca (koinè).
    Del resto, già un secolo prima di Cristo i saggi ebrei di Alessandria avevano dovuto tradurre in greco la Torah – è la Bibbia detta dei Settanta – perché la maggior parte degli ebrei dell’epoca, specie nella diaspora dove gli ebrei erano più numerosi degli ebrei viventi in Palestina, parlavano greco e non capivano l’ebraico.
    La corrente giudaizzante chiama gli ebrei d’oggi, sentimentalmente, «fratelli maggiori».
    Ma non nel senso biblico (nella Bibbia i fratelli maggiori sono regolarmente diseredati a favore dei minori), bensì in quello di fratelli che, essendo più vecchi, ci possono insegnare cosa sia la fede. Con ciò, ignora il fatto che l’ebraismo quale oggi vige – basato sul Talmud – è nato un secolo dopo Cristo, quando la distruzione del Tempio fece perdere il centro del culto, e i rabbini (farisei) tramutarono la religione del popolo in una religione del Libro: e la nuova religione fu influenzata dal cristianesimo, almeno nel senso che si rielaborò anche in funzione anti-cristiana, sicchè gli ebrei contemporanei sono se mai «fratelli minori».
    C’è di peggio: questa tendenza (o moda) abbraccia quali autentici ebrei arcaici gruppi come i Lubavitcher, movimento moderno ed ereticale, ferocemente esclusivista, influenzato dal protestantesimo americano, e sorto fra ebrei australiani e poi andati a New York «a studiare da askhenaziti polacchi» (vedi Ariel Levi di Gualdo, «Erbe Amare», Bonanno editore, presto disponibile nel nostro shop).
    Questi giudaizzanti clericali ci ricordano continuamente, quasi non lo sapessimo, che «Gesù era ebreo».
    Ed esercitano una forte diffidenza verso San Paolo, colpevole secondo loro di aver innestato la fede nel «vero ebreo Gesù» nel tronco di una cultura estranea, greco-romana, e così snaturato il messaggio ebraico del Messia.
    Il cardinal Martini s’è dispiaciuto che San Paolo fosse «influenzato da ambienti antisemiti».
    E altissimi prelati, oggi, considerano un po’ troppo «antisemita» anche il vangelo di Giovanni.
    Per sospettare Saulo di Tarso di antisemitismo occorre aver dimenticato quello che Paolo dice di se stesso: è uno studente rabbinico, è andato a scuola dal più influente rabbino dell’epoca, Gamaliele.
    E’ uno zelota e persecutore di cristiani.
    E dopo la conversione misteriosa e traumatica sulla via di Damasco, mentre si dedica anima e corpo a far conoscere Cristo ai goym (ai gentili) ancora scrive: «Preferirei essere dannato io stesso (anathema) purchè fossero salvati i miei fratelli» carnali, il suo popolo.
    Ancor più ridicolo è definire un Paolo «influenzabile».
    Nelle sue Lettere, e negli Atti degli Apostoli spicca un uomo energico, straordinariamente accorto, pratico, abile anche nei rapporti sociali.
    A Corinto, a salvarlo dal linciaggio da parte degli ebrei è il governatore romano Gallione, uomo che gli mostra cordialità, e che accelera la sua partenza per Roma onde sottrarlo alle ire della sinagoga.
    Gallione – pochi ne tengono conto – è fratello di Seneca, il filosofo allora istitutore di Nerone adolescente, e di fatto capo del governo imperiale.
    Esiste una corrispondenza Seneca-Paolo, a lungo ritenuta apocrifa, di cui la storica romanista Marta Sordi («I cristiani e l’impero romano») ha affermato l’autenticità: del resto sarebbe strano se Paolo, così accorto ed ebraicamente pratico ad approfittare delle situazioni, non si fosse fatto dare da Gallione una lettera di presentazione al potente fratello.
    Accade così che nelle lettere, in Luca e negli Atti, gli autori salutino continuamente dei «cesariani», o «quelli della casa di Cesare»: si tratta di esponenti della corte imperiale, forse potenti liberti che erano di fatto ministri governativi.
    Apparentemente, il primo cristianesimo fece breccia non tra le plebi come dice una certa propaganda, bensì nei quartieri alti di Roma.
    Del resto Tiberio, già attorno al 35 dopo Cristo, aveva proposto di riconoscere a quegli ebrei seguaci di Cristo lo stato di religione riconosciuta («religio licita»); ne fu impedito dai senatori per ripicca burocratica, perché il riconoscimento di religioni estere era una prerogativa del Senato.
    Fu emanato così il senatusconsultum fatale («Non licet esse christianos») che – avendo forza di legge – legalizzò le future persecuzioni.
    Tiberio non potè far altro che porre il suo veto, come un presidente americano: lui vivo, la legge non avrebbe avuto vigore.
    E’ sicuramente questo veto ciò a cui Paolo allude nella II Tessalonicesi come «kathecon» (ciò che trattiene).
    Oggi, scrive, c’è «qualcosa che trattiene» l’Anticristo; prima che si manifesti, bisogna che sia tolto di mezzo «colui che trattiene» la sua manifestazione.
    Ed usa qui il maschile, non più il neutro: allude a Tiberio, la cui scomparsa avrebbe ridato vigore al senatusconsultum.
    Paolo era informatissimo di ciò che accadeva nel Palazzo.
    Da Seneca o da altri «cesariani», non importa.
    Importa qui vedere l’atteggiamento del potere romano: la sua «cordialità», come la definì lo storico (ebreo) Ernst Bloch nel notare che Roma estese sempre più generosamente la cittadinanza a popoli prima vinti: fino a darla, nel 200 dopo Cristo, a ciascun abitante dell’impero.
    Ciò che significava aprire a tutti le cariche politiche pubbliche, locali e centrali, militari e civili. Senza alcuna discriminazione.
    Questo è il segreto del potere romano, il motivo per cui si resse cinque secoli con forze militari esigue (150 mila uomini al tempo di Augusto) per un così vasto impero: non c’era bisogno di esercitare sempre e solo la violenza, perché ogni persona, di ogni razza, etnia o cultura, poteva diventare «romana», con i diritti che Paolo ben conosceva: quando si dichiarò «civis romanus», i funzionari che l’avevano fatto fustigare si spaventarono a morte, e s’affrettarono a dargli quel che chiedeva, l’appello all’imperatore, il processo di ultima istanza spettante ai cives.
    Augusto non si vantò (come Bush) della forza militare, ma della «Pax Augusta».
    Pace sul mondo.
    «Di tutto l’orbe terracqueo hai fatto l’Urbe», scriveva ancora Rutilio Namaziano, al tramonto di Roma.
    Roma fu il più grande e costante sistema d’integrazione che mai la storia abbia visto.
    Come dice Ortega y Gasset: «La chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme», a condividere onori, oneri e responsabilità.
    Ciò fin dall’inizio: Mommsen definisce già la Roma prisca, dei mitici sette re, un sistema d’incorporazione (sinecismo): stranieri vengono chiamati a «vivere insieme», in un preciso status giuridico.
    Per questo, quando San Paolo dice che dopo Cristo «non c’è più né giudeo né greco», non aggiunge «né romano».
    Perché le prime due erano etnie in cui si nasceva; essere romano invece era una condizione giuridica.
    Nessun apartheid, quale quello che vige nello Stato odierno d’Israele, nessun razzismo.
    Chi ci ricorda continuamente che Gesù «era ebreo», èvoca senza forse saperlo (o forse sì) una religione ebraica che fin dal principio discrimina gli uomini in due parti, in due destini: gli eletti e i non-ebrei, che «non avranno parte del mondo a venire».
    Una religione che non accetta conversioni, basata sul sangue (ebreo è chi è nato da madre ebrea), che si dà infiniti tabù alimentari e di purificazione per distinguersi dagli «altri».
    Convinta che Dio abbia fatto la sua promessa solo a un popolo, ad esclusione degli altri: e che questa promessa consista in un potere terreno, in un impero mondiale.
    Ma era «quel» tipo di ebreo, Gesù?
    Egli loda la fede del centurione.
    Quando deve fare un esempio di bontà, cita un samaritano, un eretico.
    I farisei, antenati dei rabbini attuali, lo accusano continuamente di violare il sabato.
    Di infrangere le norme kasher.
    Di esentare i suoi discepoli dalle abluzioni rituali.
    Di chiamare le sacre regole talmudiche «precetti di uomini».
    Di «mangiare con pubblicani e prostitute», esseri impuri con cui i farisei non si sedevano a tavola. Di farsi toccare da una peccatrice, che gli lava i piedi.
    Studiosi acrobatici hanno tentato di negare la dirompente novità di Gesù, di ridurlo ad esponente di una delle tante sette pullulanti dell’ebraismo.
    Sulla base dei rotoli di Qumram, hanno voluto farne un esseno: ma gli esseni, sappiamo ora, erano dei fanatici così settari che non solo mai avrebbero mangiato «con pubblicani e prostitute», ma non mangiavano insieme ai farisei, non ritenendoli abbastanza kasher.
    Cristo è libero da tutto questo.
    Di una spregiudicatezza scandalosa per gli ebrei.
    E la sua libertà ha natura regale: può violare il sabato, perché Dio è Signore anche del sabato.
    Giustamente un moderno rabbino, Neusner, dice: solo se Cristo è davvero Dio può violare il sabato. E per questo, lo rifiuta: Neusner rifiuta il possibile messia per stare attaccato ai divieti rituali, ai cibi proibiti e permessi, alle abluzioni discriminanti.
    San Paolo prese le distanze da tutto questo.
    Dichiarò che la Legge non salvava.
    Che salvava la Carità universale, di fronte a cui non c’è più «né ebreo né greco».
    Per questo lo accusano: è lui, non Cristo, il fondatore del cristianesimo.
    E con questo, ha tradito il messaggio del «Cristo ebreo», sussurrano a mezza bocca.
    Ma questa obiezione – guarda caso – non gliel’anno fatta gli altri discepoli.
    Che erano tutti ebrei.
    Non Pietro, non Giacomo «fratello di Gesù»: gente tanto attaccata all’ebraismo da restare a Gerusalemme, continuare a frequentare il Tempio e la sinagoga, tanto da pretendere dai nuovi convertiti goym la circoncisione.
    Paolo si adirò su questa faccenda della circoncisione e dei cibi proibiti, rimproverò Pietro – il primo Pontefice, designato da Cristo – perché evitava di farsi vedere a mangiare coi gentili.
    Pietro avrebbe potuto replicargli: ma chi sei tu?
    Non eri con noi al seguito di Gesù.
    Non l’hai visto vivo.
    Sei venuto dopo, dici che ti è apparso sulla via di Damasco…
    Cosa ne sai del suo vero messaggio?
    Ebbene: Pietro non gli rispose così.
    Gli disse che aveva ragione lui.
    E così la Chiesa primigenia, quella di Giacomo, non lo espulse né rigettò.
    Era la Chiesa tutta ebraica, che andava in sinagoga e nel Tempio perché si sentiva ancora parte della promessa, non aveva coscienza di essere diversa dagli ebrei circostanti.
    Eppure, vide che Paolo aveva ragione.
    Di quel che aveva detto e fatto Cristo, ne sapevano qualcosa, loro: e non dissero che Paolo distorceva quel messaggio.
    Evidentemente, l’universalità del messaggio era chiara anche a loro, la chiamata universale alla salvezza.
    Povera prima Chiesa ebraica: fu sterminata completamente dai fanatici che seguirono un falso messia, Bar Kokhba, il Figlio della Stella.
    Costoro entrarono nelle sinagoghe e chiesero a ciascuno se Maria era vergine.
    Gli ebrei di Cristo non potevano negare: la professione aperta della propria fede è un obbligo, anzitutto, di lealtà verso gli altri uomini, non c’è dissimulazione lecita possibile.
    Così furono identificati (la prima psico-polizia) e massacrati.
    Se San Paolo non avesse diffuso il messaggio fra i gentili, oggi non ci sarebbe il cristianesimo.
    Sbagliò a innestare la fede in Cristo nella cultura estranea?
    Ma come abbiamo visto, c’era un punto comune fra quella fede e quella cultura, fra Roma e Cristo: la «cordiale» universalità, la chiamata a tutti, senza distinzione di razza, a «fare qualcosa di grande assieme».
    L’affinità fra Roma e Cristo è sempre stata riconosciuta: i cristiani hanno sempre ritenuto provvidenziale che Gesù di Nazareth sia apparso nel mondo unificato dall’impero romano.’
    Ora, i giudaizzanti prelatizi misconoscono la provvidenzialità di Roma.
    La credono una concrezione superficiale e traditrice.
    Con ciò, mostrano la loro stessa superficialità: l’affinità è più profonda di quanto si creda.
    Da cosa si vede?
    Da un fatto inaudito: che sia la civiltà romana, sia la religione cristiana, si riconoscono «secondarie».
    Roma, la superpotenza mondiale, avrebbe potuto sancire: la civiltà comincia da noi, prima c’era la barbarie oscura, cancelliamo tutte le culture che abbiamo sconfitto con le armi.
    Invece, Roma sa di essere sorta in un mondo che è già stato civilizzato: dalla Grecia.
    E’ nata nella storia, e la storia non comincia con Roma.
    C’è stato Socrate, Platone, Aristotile.
    Non si possono cancellare, bruciare i libri greci.
    Roma manda i suoi figli a studiare ad Atene.
    Roma stessa s’innesta nella cultura precedente, senza orgoglio, con cordialità.
    La Chiesa fa lo stesso.
    La religione cristiana si riconosce «secondaria», derivata da un’altra religione, l’ebraismo.
    Ed è un caso unico.
    Non pensa che, prima di Cristo, tutto fosse errore e peccato o barbarie.
    Non pensa che nei Vangeli sia contenuta «tutta» la verità che serve alla vita, come pensano molti musulmani del Corano, sicchè la sapienza di prima non occorra.
    Non vivono il Vangelo come un codice né come una enciclopedia.
    Per il sapere, anch’essi si rivolgono ai greci.
    Vedono in Socrate, Platone e Aristotile i «profeti dei pagani», da cui è bello imparare: «Habent suos gentes prophetas», dice Sant’Agostino.
    Non bruciano i libri, li copiano e ricopiano perché la saggezza umana precedente, pagana, non vada perduta.
    E’ Cristo l’ebreo che gliel’ha insegnato.
    Come, quando?
    Senza parole: con la sua incarnazione.
    Egli non è nato in uno spazio astorico.
    E’ nato in un preciso paese, è morto sotto un preciso e identificato governatore romano, tra i regni di Augusto e Tiberio.
    Incarnazione significa: venire al mondo come uomo «dentro la storia».
    La storia non comincia con Cristo, è già cominciata quando appare, e si deve cominciare dalla storia, inserirsi in essa.
    Senza purismi.
    Senza discriminazioni, senza razzismi.
    E’ la stessa cordialità romana, la stessa storicità romana, la stessa «secondarietà» di Roma, che si allarga a tutto il mondo, a ciascun uomo.
    «Farsi tutto in tutti», dice San Paolo.
    Questa apertura cordiale è ciò che ancora oggi, anche i secolarizzati e laici, riconoscono come
    «la civiltà», la chiamata universale alla civiltà, al diritto, alla dignità umana.
    Se vogliamo è civiltà «occidentale», perché è nata in questa parte del mondo in tremila anni.
    Ma «occidentale» non significa esclusivismo, né un privilegio di alcuni: significa riconoscersi un compito, di gente che sa di essere in un mondo con altre civiltà degne di esistere, e che chiama anche loro.
    Solo per questo possiamo invitare anche i musulmani ad aprirsi, a diventare «come noi»: venite, siate «romani».
    Non si rinuncia a niente, ad essere romani.
    Non si rinuncia all’etnia, alla cultura propria: romano è una condizione giuridica, precisi diritti e doveri, per ogni razza o cultura.
    Anche noi stiamo imparando del resto: esattamente come voi, non siamo «nati» romani, né greci. Spesso non siamo stati abbastanza romani né cristiani, ci siamo chiusi, abbiamo discriminato, massacrato altre razze.
    Come vedete, anche noi dobbiamo imparare.
    Per questo critico Israele: non è l’avamposto dell’Occidente, ma il suo esatto contrario.
    Uno Stato basato sul sangue e sul suolo, esclusivista e discriminatorio, va combattuto in nome della civiltà universale.
    Ovviamente mi prendo per questo dell’ «antisemita», e ovviamente rifiuto questa etichetta, anzi me ne infischio.
    Siccome non sono razzista, ma «romano e cristiano», non riconosco negli ebrei una razza, men che meno una razza unica e privilegiata.
    Sarei razzista se «amassi» gli ebrei in quanto etnia: sono fatti così, è la loro razza…
    Appartenere a una razza non è una colpa ovviamente, un africano non può diventare biondo e bianco.
    Ma gli ebrei possono cambiare: ciò che li rende esclusivisti, discriminatori, settari, non è la razza, ma la «cultura».
    Quella cultura farisaica, rabbinica e talmudica che li fa vivere nel disprezzo e nella paura degli altri uomini, che ha fatto loro costruire un muro di 700 chilometri in cui si sono chiusi, che nega ogni diritto ai palestinesi («Sono bestie, sono animali»), che li ha resi il Paese più armato del Mediterraneo, con 500 bombe atomiche, missili per lanciarle, e pure il «secondo colpo nucleare» – e tuttavia non acquieta la loro ansia e paura.
    Non è la razza che li ha resi così.
    E’ la cultura ebraica.
    Quella che insegnano nelle loro yeshivot, ai loro figli.
    E’ questa cultura a creare i coloni che sparano ai bambini, il blocco di Gaza ridotto a Lager affamato, l’aggressione continua alla Siria e la minaccia di bombardamento all’Iran, le pressioni occulte dietro le quinte ai governi occidentali, documentati dal saggio «The Israeli Lobby» di Walt e Mearsheimer.
    Con l’azione dietro le quinte, fra l’altro, gli ebrei dimostrano che non sanno, che non possono «comandare».
    Il comando è «chiamare genti diverse» a compartecipare al comando; ma la loro cultura gli insegna che gli altri, tutti gli altri uomini, «non avranno parte del mondo a venire».
    A nessuno si può chiedere di cambiare razza.
    Ma si può ben chiedere – anzi esigere – di cambiare una cultura così incivile, così aggressiva e retriva, e così pericolosa per gli ebrei stessi.

    Maurizio Blondet