Brutti scherzi sul web

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    SuicidioChe brutti scherzi gioca l’amore… Una bambina si innamora di un ragazzo, si amano, si fidanzano e lui la lascia. Tanto per cambiare lei è malata di depressione ed ecco il fattaccio: la bambina di 13 anni si suicida. Peccato che tutto il rapporto (?) fosse esclusivamente basato su Internet. E che questo crudele ragazzo non esista ma fosse solo un’identità creata da due adulti. Per giunta genitori di un’amica della bambina suicida. From Usa…

    ST.LOUIS (Missouri) – Sedici anni, simpatico, bello, lui. Lei, quasi 14 anni, perennemente a dieta, insicura, da qualche anno in cura per depressione. Quando lui si affaccia su MySpace e inizia a fare l’amico, lei quasi non ci crede. Così Josh Evans entra nella vita di Megan Meier e illumina le sue giornate trascorse nella tranquilla provincia americana di Dardenne Praire, vicino a St. Louis. Ma quella che sembra una innocua amicizia virtuale fra ragazzini, innocua non è e finisce in tragedia. Da un giorno all’altro Josh scarica Megan senza motivo, coprendola di insulti. Lei non capisce e non si dà pace. “Tutti sanno chi sei. Sei una persona cattiva e tutti ti odiano. Che il resto della tua vita sia schifosa. Il mondo sarebbe un posto migliore senza di te”: questo è il testo dell’ultimo messaggio che Megan legge sconvolta, prima di suicidarsi per la disperazione, impiccandosi all’armadio di camera sua.

    Non è finita qui. Josh – salta fuori dopo la morte di Megan – non è mai esistito. La sua identità virtuale, con tanto di foto e profilo dettagliato su uno dei siti più amati dagli adolescenti, è stata creata da due adulti: i genitori di una bambina di cui Megan era stata amica, ma con cui poi aveva litigato. Abitavano nella stessa strada e continuavano a vedersi ogni tanto. Era un “gioco”, uno scherzo per farle credere che qualcuno si fosse davvero interessato a lei, per scoprirne i segreti e le confidenze e poi riportarla bruscamente coi piedi per terra, facendo sparire il ragazzo e ricordandole che “Megan è una p…”, “Megan è grassa” e “nessuno vuole diventare amico di una ragazza che tratta male i suoi amici”.
    Troppo perverso per essere vero? Eppure non è un film. E’ successo negli Stati Uniti, in Missouri, come racconta il giornale locale, il St. Charles Journal. E al di là della tragedia personale di Megan, adolescente depressa che da quando aveva trovato Josh sembrava diventata un’altra, solleva nuovamente il dibattito sui pericoli del cyberspazio e del cybermobbing, in particolare se a farne le spese sono ragazzini, adescati sui siti frequentati dai loro coetanei.

    La madre di Megan non riesce a farsene una ragione: sapeva bene che su MySpace, con i suoi 70 milioni di utenti, non sempre chi si incontra è chi dice di essere. Sul sito la lista delle regole da rispettare è lunga, ma i controlli sono scarsi. Per questo controllava sempre quello che succedeva mentre Megan era collegata, ma proprio quel pomeriggio era dovuta uscire all’improvviso. Al suo ritorno a casa, aveva trovato Megan disperata e inconsolabile per quei messaggi cattivi. Neppure col padre aveva voluto parlare: era salita in camera dove si era chiusa, mentre i genitori erano di sotto a preparare la cena, e lì si è uccisa.

    Dalla tragedia, successa nell’ottobre del 2006, la famiglia non si è più ripresa. Il colpo di grazia è stato scoprire, qualche settimana dopo, che dietro al ragazzo che aveva spezzato il cuore della loro figlia fino a farla morire c’erano due vicini di casa, che avevano pianto con loro la perdita della bambina. A rivelarlo è stata un’altra vicina di casa, che ha spiegato come sua figlia, della stessa età di Megan, avesse partecipato allo scherzo pensando che non ci fosse nulla di male, visto che ad idearlo erano stati i genitori della sua amica. La ragazzina aveva la password per accedere al finto profilo di Josh e sembra sia stata proprio lei a mandare quell’ultimo messaggio, il più spietato, che ha fatto disperare Megan.

    La storia finisce qui: non ci saranno accuse penali per la morte di Megan, e i genitori non faranno causa, ma vogliono giustizia. La loro battaglia ora è per cambiare la legge: vogliono che quello che è successo alla figlia, di cui sono responsabili degli adulti, diventi un reato. Ed è per questo che raccontano il loro dramma. Alla fine, la scelta è stata di Megan, ricorda il padre Ron. “Ma è come se qualcuno le avesse messo in mano una pistola carica”.

    Fonte:

    http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/internet-suicidio-megan/internet-suicidio-megan/internet-suicidio-megan.html