Yukio Mishima [In memoriam]. Tate no kai

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    Mishimada Azione Tradizionale Novembre 2007

    Il 25 novembre del 1970, Yukio Mishima, considerato il maggior scrittore giapponese dell’epoca, insieme con altri quattro aderenti all’associazione Tate-No-Kai, “La società degli scudi”, si recano presso la caserma del Quartier Generale dell’Armata Jietai a Ichigaya nel cuore di Tokio. Il loro piano è ardito, rapire il generale Mashita, comandante dell’Armata Orientale, e arringare i militari presenti. La loro speranza è di sollevare l’esercito contro il Governo e porre in essere un vero e proprio colpo di stato (…). Per otto minuti, Mishima indossando l’uniforme imperiale, si rivolge ai soldati radunati nel cortile, esaltandoli a rimanere fedeli alla Tradizione, all’Imperatore e alla Patria (…). La sua fronte era stretta dalla Hackimaki, la candida benda della concentrazione e del sacrificio, il volto era teso (…). Mishima, fallito il tentativo di sollevare l’esercito, si recherà nella stanza dove il generale Mashita è tenuto prigioniero, e dopo il canto funebre “Tenno Heko Banzai”, compirà il Seppuku, il sacrificio rituale, che segnerà la fine terrena di un uomo che ha saputo risvegliare il senso dell’Onore, del Coraggio, della Lealtà e del Sacrificio.[1]

    TATE NO KAI di Yukio Mishima

    MishimaL”Associazione degli scudi”, da me organizzata, non supera i cento membri, non possiede armi ed è il più piccolo esercito del mondo. Poichè non ho intenzione di superare i cento uomini, io mi limiterò a rivestire il grado di capitano di compagnia.

    Non c’è paga, ma gli uomini saranno forniti di una divisa estiva e di una invernale; avranno una divisa ed un cappello d’ordinanza, una divisa da combattimento e scarponi militari. (…)

    L”‘Associazione degli Scudi” ha una semplice bandiera dall’emblema tinto di rosso sul fondo di seta bianca. Il disegno dell’emblema l’ho fatto io: è il prodotto della sintesi di due tipi di antichi elmi giapponesi. Lo stesso simbolo è impresso sia sul berretto che sui bottoni.

    Per divenire membri dell`Associazione degli Scudi” è preferibile essere studenti universitari. La ragione è, semplicemente, che essi sono giovani ed hanno tempo libero. Un cittadino impegnato in un’attività non può prendersi un mese di vacanza a suo piacere.

    Per divenire dei militanti si riceve un addestra­mento di un mese nel Jetai (“corpo di autodifesa”), reparto dell’Esercito, ed è richiesto che si porti a termine il proprio servizio di un mese, pur senza strafare. In seguito bisognerà presenziare una volta al mese a incontri regolari e, alla fine, all’addestramento e all’attività di una squadra composta da dieci elementi. Si entrerà poi, per la seconda volta, dopo un anno, per un breve periodo nel Jetai dove si seguirà un corso di aggiornamento. Adesso i membri sono occupati negli esercizi per la parata che si terrà sul terrazzo del Teatro Nazionale, il 3 novembre.

    L”‘Associazione degli Scudi” è un esercito sempre in allarme. Quando verrà il momento dell’azio­ne non lo so. Potrebbe anche darsi che non venga mai. Ma potrebbe venire anche domani.

    Fino all’ora l’ ”Associazione degli Scudi” non farà nulla. E non farà neppure dimostrazioni in piazza, non avrà un manifesto, non lancerà bottiglie molotov, non lancerà pietre. Non farà attività contro niente.

    Non terrà incontri di studio, non parteciperà nulla uorché all’ultimissima battaglia. E’ il più piccolo esercito del mondo, fatto da persone rivolte verso i valori dello spirito, con muscoli ben temprati e senza armi. (…)

    Per quanto riguarda 1’”Associazione degli Scudi”, mi assumo tutte le responsabilità. Questa è una faccenda di cui sono responsabile personalmente. Non succederà che, se tutti i membri morissero, io resterò in vita. Inoltre sapevo, iniziando questa attività, che qualcuno avrebbe accennato ai finanzia­menti. Per quanto riguarda la mia Associazione non ho ricevuto da nessuno neppure un centesimo e nessun aiuto. I fondi provengono esclusivamente dai miei diritti d’autore. La ragione per cui non posso aumen­tare oltre i cento il numero dei membri è appunto questa. (…)

    Sono stanco dell’ipocrisia del dopoguerra giappone­se: non voglio assolutamente dire che il pacifismo sia un’ipocrisia, ma non credo che ci sia un altro paese all’infuori del Giappone in cui il pacifismo sia sinonimo di ipocrisia tanto per la sinistra quanto per la destra. In questo paese, nel quale non ci sono più grossi pericoli, il modo di vita da tutti rispettato è quello un pò sinistroso dei pacifisti e dei sostenitori della non-violenza. La cosa strana è che costoro criticano tutti tranne che sè stessi: il conformismo di simili intellettuali è senza limite. Io ritengo invece che gli intellettuali siano piuttosto delle persone che debbano condurre un modo di vita

    pericoloso. D’altra parte l’influenza degli intellettuali e dei salotti socialisti si è sviluppata in modo assurdo.

    Intimano alle madri di non dare ai propri bambini giocattoli come le armi da fuoco e considerano milita­resco additare degli esempi, sicchè i bambini inconsciamente si comportano come i deputati in seduta.

    Perciò tu come intellettuale è meglio che agisci secondo l’ideologia, così ti diranno alcuni. Ma io come letterato mi sono accorto che in Giappone ogni linguaggio è diventato leggero, è un’imitazione traspa­rente, simile al marmo plastico e che un’idea è usata per nascondere altre idee, un alibi buono per scappa­re e nascondersi dappertutto. In tutte le parole si è infiltrata l’ipocrisia.

    Come scrittore credo che la letteratura sia un mondo assolutamente senza relazioni con le battaglie o le responsabilità. Sarà forse perchè io amo in modo speciale la tradizione dello yuga all’interno

    della letteratura giapponese, al fine di far rinascere una nuova tradizione giapponese ed una nuova tradizione di amore al combattimento, e al samurai occorre agire facendo a meno del linguaggio e delle regole. (…)

    Con la prosperità economica, la maggior parte dei giapponesi é divenuta mercante e i bushi sono andati in declino e sono scomparsi. L’idea di rischia­re la propria vita per le proprie convinzioni è ora fuori moda. Il pensiero è divenuto una difesa che assicura l’incolumità del corpo.

    I1 fatto che gli intellettuali abbiano scoperto che bisogna risarcire la vita per l’idea (ma è stata una scoperta tardiva) ha fatto si che gli studenti che pensano di essere loro seguaci si siano improvvisamente ribellati contro di loro usando la violenza. Le ribellioni studentesche attuali danno l’impressione che contro i sofisti di Socrate che avevano confinato i giovani nell’agorà, la stessa agorà si sia solleva­ta in rivolta. Ma io credo che i giovani debbano compiere un cammino diviso in parti uguali fra l’agorà e la palestra, non essendo solo studenti: tutti gli intellettuali dovrebbero essere così. Penso che sia sbagliato difendere la discussione con la discussione: l’idea si difende col proprio corpo, con le arti marziali. (…)

    Nella primavera del 1967, a me, che avevo 42 anni, fu permesso in via sperimentale di entrare nel Jetai per due mesi e così m’arruolai in questo reparto dell’Esercito, come allievo ufficiale. I miei commilitoni erano tutti giovani di 22-23 anni. Insieme con loro, con lo stesso impegno, fui addestrato a correre, marciare e alla contro-guerriglia. (…) Nella primavera del 1968, come prima esperienza, ho comandato un gruppo di venti studenti: siamo andati ad un “campo” ai piedi del monte Fuji. All’inizio dell’addestramento mensile, il personale militare era molto scettico. Pensavano che i giovani, educati nel dopoguerra, tenuti lontano generalmente dalla disciplina e dalla fatica fisica, non avrebbero resistito all’addestramento serrato di un mese. Ma essi lo portarono a termine perfettamente e alla fine di una marcia di 45 chilometri conti­nuarono a correre per altri due chilometri. Inoltre, nell’addestramento al combattimento in caso di attacco ad un accampamento nemico, mostrarono uno splendido stile di comando di squadra. Trascorso il mese, quan­do ci si divise dagli ufficiali istruttori e dai sottouffiliali, con gli occhi in lacrime, ci stringemmo le mani e ci dispiacque molto della separazione.

    In seguito, nelle vacanze primaverili ed estive, verso la metà del mese di addestramento con i nuovi membri studenti sperimentavo la vita del “campo” correndo con loro e partecipando ai loro addestramenti più faticosi. Tutto questo era diventato un mio nuovo costume di vita. Questa associazione nell’autunno del 1968, fu chiamata “Associazione degli Studi”. (…) Sto facendo tutto questo più che altro per rendere pubblico che la fiamma dello spirito samurai si sta spegnendo nel Giappone. Per concludere voglio raccontare con tutta sincerità un episodio di quest’estate che bene esprime lo spirito dell”‘Associazione degli Scudi”.

    MishimaAccompagnato da una trentina di studenti a me molto legati, sono andato al campo ai piedi del monte Fuji. Alla fine di una giornata di intenso addestramento al combattimento ed in cui tutti avevamo lavorato con impegno sotto il sole cocente, ritornai al campo, dopo cena e il bagno, quattro o cinque studenti si riunirono nella mia tenda. Nella pianura fiammeggiavano lampi di un viola intenso e si sentiva tuonare da lontano, dalle finestre entrava il canto dei primi grilli dell’anno. Dopo aver discusso insieme sull’addestramento a livello di compagnia, uno studente venuto da Kyoto tirò fuori un flauto custodito in un bel cofanetto. E’ questo uno strumento musicale che anticamente si usava per la musica cerimoniale di corte e le persone che oggigiorno lo studiano sono estremamente rare. Lo studente intonò un’antica, bella e patetica melodia. La musica faceva pensare ai campi d’autunno velati di rugiada. La musica cerimoniale di corte è la musi­ca che accompagnava il “Ghenji Monogatari”, scritto nell’XI secolo. Ghenji, il Principe Risplendente, accompagnato da questa musica, danzò la danza detta “Kiyoumi tami”. E mentre ascoltavo tutto rapito il suono del flauto, sotto ai miei occhi, in quel momento per la prima volta nella storia del Giappone del dopoguerra, accadde, anche se per un brevissimo tempo, che si unissero felicemente la tradizione del “yuga” (eleganza raffinata) e dei bushi! Ed io mi sentii perfettamente realizzato. Era ciò che avevo cercato per anni.

    Mishima Yukio


    [1] Raido, Mishima: La spada, la penna, il sangue. Brano tratto dalla premessa.Acquista il quaderno degli atti del Convegno organizzato da Raido per Mishima.Vedi il Fascicolo dedicato a Mishima.

    Vedi la pagina dedicata lo scorso anno su at.com.

    Vedi il video tributo a Mishima.