Annapolis, l’ultimo trucco

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    AnnapolisE’ troppo importante ricordare il lento sterminio cui i palestinesi sono condannati dalla nostra insipiente vigliaccherria.

    Maurizio Blondet

    27/11/2007

    GAZA – Uno Stato palestinese, finalmente!
    Tzipi Livni, la ministra degli Esteri israeliana, prima di andare ad Annapolis, ha detto che ci sarà uno Stato palestinese.
    Incredibile.
    Senonchè, ha parlato in questi termini: «Uno Stato palestinese fornirà una soluzione nazionale per tutti i palestinesi, compresi quelli che vivono all’interno di Israele» (1).
    Se le parole hanno un senso, vuol dire che Israele si prepara ad espellere gli arabi con cittadinanza israeliana, gli «arabi del ‘48», come si chiamano.
    Teniamolo presente, perché in questi giorni tutti i media stanno parlando di Annapolis come un «evento storico».

    Di colpo, c’è ottimismo.
    Di colpo, i regimi arabi collaborazionisti vanno al cosiddetto vertice sorridenti e speranzosi. D’improvviso, Olmert si dice pronto a fare concessioni, ma dice che Annapolis è «un incontro, non un tavolo negoziale».
    Di colpo, Bush ricorre alla diplomazia internazionale, diventa un campione del negoziato e del «soft power», e tutto il mondo gli regala il prestigio e il credito che, fino a pochi giorni fa, pochi gli riconoscevano.
    C’è chiaramente un trucco, una cortina di fumo stesa su di noi.
    Un atto di guerra psicologica mascherato dai sorrisi corali (2).

    Ricordiamo freddamente i fatti oggettivi, per non farci travolgere dalla propaganda.
    Il vertice di Annapolis è il primo negoziato tra Israele e i palestinesi dove «i palestinesi non sono stati invitati».
    Sì, c’è Abu Mazen, il povero resto di un OLP confinato ai Territori, dove gli insediamenti ebraici sono accelerati e dove si spara ogni giorno sui palestinesi.
    Abu Mazen non ha più alcuna forza negoziale né legittimità, e non potrà rifiutare niente di ciò che verrà deciso.
    Ma non c’è il governo che i palestinesi hanno votato, Hamas.
    Anche questo confinato a Gaza, insieme con 1,4 milioni di prigionieri del lager, circondati dal Muro, che stanno morendo di fame e di malattie a causa del blocco totale di merci e uomini che dura da un anno.
    In questi ultimi giorni, in vista del vertice, il nodo scorsoio giudaico è stato stretto ancor più: l’elettricità è fatta mancare agli ospedali, per le pompe dei pozzi, per gli impianti di riciclaggio delle cloache.
    Non arriva più nemmeno il cemento per le povere tombe arabe, persino i cadaveri non si possono più seppellire.
    Il popolo prigioniero viene strangolato, perché non possa gridare.
    Ogni accordo raggiunto coi palestinesi sarà un patto leonino, che Abu Mazen dovrà accettare perché non può fare altro.

    In vista di Annapolis e del suo già deciso «successo», il parlamento israeliano ha approvato una legge che autorizza lo Stato ebraico ad incamerare Gerusalemme Est, la parte araba, come parte permanente di Israele, in violazione aperta e definitiva delle infinite risoluzioni ONU.
    I grandi media non ne hanno parlato.

    In vista di Annapolis, è stato annunciato un nuovo video di bin Laden, stavolta diretto agli europei.
    Osama ha ordinato ai jihadisti di «diffondere loro (agli europei) la realtà che hanno perso la loro guerra e che devono affrontare realisticamente la verità che non vedono».
    Di fatto, nessuno ha ancora visto il messaggio; ma che il messaggio abbia questo contenuto lo dice l’organizzazione che la diffonderà presto, la quale è il solito SITE, della ben nota Rita Katz, figlia di un agente del Mossad (3).
    E’ una ben evidente minaccia: europei rassegnatevi a ciò che avverrà e che è stato già deciso, non tentate di opporvi altrimenti «al Qaeda» vi colpirà.

    In questo fumo minaccioso, le sole parole sincere sono quelle che Tzipi Livni ha pronunciato, per uso interno: chiameremo un brandello di terra che a noi non serve, circondato dal muro, «Stato palestinese», e lì trasferiremo gli arabi a cui dovemmo dare nel 1948 la cittadinanza israeliana.
    Li priveremo dei passaporti, li sbatteremo via: ora avete uno Stato, sloggiate.
    L’espulsione della razza inferiore, sognata e proclamata ad alta voce finora solo da estremisti sionisti come Avigdor Lieberman, diventa politica del governo israeliano.

    Lo ha confermato indirettamente Condy Rice: «Lo scopo di tutti (ad Annapolis) è la creazione di uno Stato palestinese».
    Un lager dove scaricare a forza coloro che gli israeliani, quando parlano in ebraico, chiamano «un cancro nel corpo della nazione», o «scarafaggi impazziti chiusi nella bottiglia», o almeno «quinta colonna».
    «Ogni discorso di giustizia è stato deliberatamente cancellato dai negoziati», dice Gideon Levy, il giornalista di Haaretz.
    La pulizia etnica.
    Lo Stato della purezza razziale ebraica, abitato solo da intelligenze geneticamente superiori.
    La soluzione finale del problema palestinese.
    E’ il Quarto Reich.
    Con la sua ideologia razzista, il suo lager, i suoi cittadini ornati di stella gialla e prossimi ad essere espulsi.

    Né mancano altri particolari dettagli.
    Il Terzo Reich aveva le sue scuole pre-militari, dove gli studenti erano preparati alla guerra.
    Nelle scuole medie di Chicago, già studenti in uniforme vengono addestrati da Marines a sparare. Per adesso sono 3.500.
    E’ un nuovo programma, ma si espanderà (4).
    La sola differenza è nel sovrappiù di menzogna.

    I giornali israeliani salutano «Gli USA, tornati leader del Medio Oriente», esclamano: «Quando gli USA chiamano, il mondo siede con essi dalla loro parte».
    E’ «il colpo definitivo» ad Hamas, è la «vittoria» di Bush, il salvataggio mediatico della sua presidenza ripugnante, la volontà di farlo passare alle storia – per i servizi resi alla razza superiore – non come il criminale che è, ma come il sistematore del Medio Oriente.
    Tutti ciò viene già chiamato «soft power».
    E già ci preparano ad accettare questo orrore come il trionfo della «democrazia».

    Nei giorni di Annapolis, si svolge a Roma un grande convegno organizzato da una entità misteriosa, il CeAS di colpo fornita di grandi mezzi.
    Titolo: «La conquista delle menti e dei cuori, il soft power nel contrasto al jihadismo globale».
    Quel jihadismo che esiste solo nei comunicati di Rita Katz.
    E’ appunto questo il nome che ci faranno usare per la «soluzione finale del problema palestinese».
    Vi parteciperanno Claudio Scaiola, presidente del COPACO (il controllo dei servizi segreti), Franco Frattini, Giuliano Amato, Carlo Pelanda; aprirà il convegno «il ministro degli Esteri Massimo D’Alema», lo chiuderà «l’onorevole Gianfranco Fini», in perfetto accordo.
    Ovviamente, il convegno è imbottito di agenti israeliani e della CIA (Alexis Albion del Dipartimento di Stato, Ely Karmon della centrale di disinformazione di Herzlyia in Israele, Daniel Kimmage, di Radio Free europe, l’immancabile Magdi Allam).
    Tutti al servizio del Reich, ma chiamatelo «soft power»: è un obbligo.

    Noi ci limitiamo a ricordare una sommessa profezia: «Quando diranno pace e sicurezza, allora di colpo precipiterà su essi la rovina» (prima lettera ai Tessalonicesi, 5: 3).
    E’ l’antidoto contro la menzogna totale.
    In Iraq hanno fatto il deserto e lo chiamano «pace».
    In Palestina, si ha la selezione razziale e il lager, e si chiama «sicurezza».

    Maurizio Blondet


    Note
    1) Jahwad Boulous, «Did Livni mean what she said?», Haaretz, 27 novembre 2007.
    2) Kathleen e Bill Christison, «Fantasy vs. Reality in Palestine-Israel», Counterpunch, 26 novembre.
    3) «Bin Laden to air message to Europeans: Qaeda media», AFP, 26 novembre.
    4) «Military training for teens expands in US», AFP, 26 novembre.