Primo Carnera, un grande italiano

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    CarneraDurante un ciclo di conferenze che tenni a Roma su un mio libro dedicato a primo Carnera nel centenario della sua nascita incontrai lo scrittore Michele Mario Merlino e su mia richiesta mi donò un suo scritto sul Campione friulano che con il suo permesso offro ai lettori.

     

    Emilio Del Bel Belluz

    “Il palazzetto dello sport di Udine è dedicato a Primo Carnera. Nell’estate del 1992, trovandomi in qualità di commissionario d’esame presso il liceo classico Stellini, ebbi occasione di ascoltarvi un concerto di Franco Battiato. Un vecchio amore, quest’ultimo, nato nel febbraio 1981 quando ci recammo, un gruppo allora di giovani, al teatro olimpico di Roma e, irriverenti per vocazione, riutilizzammo con espressioni ironiche e colorite la pretesa di un monopolio culturale e politico.
    Un modo altro e alto (alcune delle battute furono particolarmente felici e aderenti al testo delle canzoni) per fare nostra una delle voci altra ed alta della musica “povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere…”. Questa patria è la nostra terra, povera terra, l’unica però che conosciamo e alla quale, nonostante tutto, siamo inscindibilmente legati e per essa vibriamo nell’intimo. Invettiva tanto dura quanto struggente la musica a levarsi in quello spazio, il cui nome altro ed alto rimanda ad un’Italia impastata di pane raffermo e severa dignità.
    L’Italia di Primo Carnera, ormai lontana e dispersa con i suoi modelli e valori, che si sforzò, magari con molte illusioni e qualche inganno di troppo, di trasformarsi in uno Stato moderno e conservare al contempo la frugalità dei costumi. Di quella civiltà contadina dal sapore arcaico e magico Primo Carnera era figlio e friulano era Pierpaolo Pisolini, che avvertì la ferita insanabile fra quel mondo, identificato con le lucciole sotto il cielo stellato, e quello industriale, prigioniero del grigio e dello smog delle ciminiere. Quello stesso poeta che, nell’ultima sua poesia in friulano, rivolgendosi ad un giovane erroneamente avverso, lo esorta: “difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienila nel cuore. La confidenza col sole e la pioggia, lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega!”.
    Primo Carnera, un uomo e un pugile. Una sfida. E non è casuale aver scritto un uomo prima che un pugile in quanto incarna e si conserva forte esempio di quello sport, che in primo luogo è vita, capace di opporsi alla logica dell’oggi, protesa ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Come insegnava un altro pugile, Giovanni Parisi, è meglio morire sotto le onde del mare che lasciarsi trascinare dalla marea. Contro le tute sgargianti e colorate, la musica soft, le macchine sempre più sofisticate, il profumo di borotalco e di creme orientali. La palestra di pugilato è odore acre di sudore, stracci e spugne e secchi, sacconi sdruciti e dondolanti, il quadrato ove si concentra la luce, quasi altare per il rito nobile e sacro. Da soli, sapendo che non conta tanto essere messi al tappeto, conta quanto s’è capaci di rialzarsi, una sfida che è, soprattutto, agone interiore. Un’icona forse da film noir francese o d’innumerevoli produzioni made in USA. Però Primo Carnera ci ricorda la povertà e la forza, la caduta e l’ascesa, l’essere dell’uomo la vittoria e la sconfitta, ma di pochi saper trattare entrambi con l’animo sereno di chi sa riconoscerne l’impostura.
    L’amico Emilio Del Bel Belluz ha scritto un libro, coinvolto l’autore e coinvolgente il lettore. Quando la penna dà voce alla passione e alla bontà; quando uno scrittore – ed Emilio è fra costoro – fa proprio l’estremo dire di Catone “agli Dei piace la causa dei vincitori, Catone quella vinti”, se si scrive perché le rovine non possono soffocare il cuore avventuroso e la mente ardita, che altro poter o dover aggiungere? Sarebbe inutile forzatura, perdente stonatura. Eppure vorrei raccontare un episodio riferitomi da un amico, peso piuma dilettante. Una domenica, siamo nell’inverno dei primi anni novanta, andarono a correre scalando il Subasio, sopra Assisi. La vetta appariva sempre più distante, ma ognuno tenne duro pur di terminare la corsa. Con loro Gianfranco Rosi. Sull’erba andava posandosi la prima neve. Giunti in sommità, Gianfranco si chinò a raccogliere un manciata di neve ed esclamò: “mangiatene un pugno ed esprimete un desiderio”. E ciascuno si chinò a raccogliere la sua felicità e vedere più nitida l’immagine del proprio sogno. Qual è il desiderio, caro Emilio, che possiamo formulare avendo Primo Carnera, simbolicamente, a pugno di neve? Nietzsche ci ha educato a prendere la distanza. Lontani con la mente, lontani con il cuore riconoscerci in un’altra ed alta Italia, di cui Primo Carnera, disperato e fiero, fece parte. ”

    Mario Merlino