Benzin – Linea Wotan [Racconto]

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    StalingradHo fatto un sogno stanotte. La guerra era finita, ero tornato a casa, a Cluj, ma era tutto cambiato. Invece delle case con i vasi di fiori alle finestre c’erano palazzi quadrati di cemento, simili a formicai. Al posto della gente che conoscevo c’erano zingari, ovunque vedevo solo loro che mi fissavano come se fossi io quello fuori posto, e una voce mi diceva che per decisione del comitato ora erano loro i rumeni. Non noi, noi eravamo estranei sulla nostra terra, chiusi negli stessi casermoni grigi che ho visto qui in Russia, con lo stesso sguardo spento che vedo nella gente che ci abita.

    Ma è solo un sogno, il popolo rumeno non potrebbe mai ridursi così, vero? E’ per impedire cose simili che ci siamo uniti alla crociata contro il Comunismo. E’ per questo che ora siamo qui, trincerati davanti alla testa di ponte di Serafimovich, a proteggere la sinistra della sesta armata tedesca impegnata a Stalingrado. Ci avevano detto che dopo natale la guerra sarebbe finita, che i russi stavano per arrendersi. Oggi è il 19 novembre 1942 e i russi non sembrano proprio intenzionati alla resa, il loro bombardamento mi ha svegliato dal sogno prima dell’alba. Sono andati avanti per ore, poi c’è stato l’assalto con un numero senza fine di soldati, li abbiamo respinti, abbiamo fatto contrattacchi dove si poteva, per un attimo ci siamo persino permessi di sperare.
    Poi sono arrivati i carri armati, li vedo ora a centinaia lungo tutta la linea dell’orizzonte, i nostri proiettili anticarro da 45 mm rimbalzano sulle corazze di enormi carri KV, i soldati si difendono con le molotov prima di essere seppelliti vivi nelle loro trincee. Il colonnello di fianco a me osserva col binocolo e sorride.

    “Mandano i carri contro posizioni fortificate.. significa che hanno capito che la loro fanteria non può sfondare. Ottimo lavoro. ”

    ” Ed è buono questo per noi ? ”

    ” No, ma significa che abbiamo fatto il massimo possibile per una forza di fanteria, anche le divisioni tedesche non sarebbero state migliori. Ora dipende tutto dai nostri alleati, se mandano riserve corazzate a contrastare lo sfondamento possiamo ancora cavarcela. In caso contrario moriremo con la coscienza di avere fatto il nostro dovere fino in fondo. ”

    Non ho nulla da rispondere, mi chiedo solo quanto ci metteranno per superare la prima linea e arrivare qui. Ma soprattutto mi chiedo se veramente è stato fatto tutto il possibile per impedire a un sogno di realizzarsi.
    Ho preso congedo dal colonnello, per prima cosa sono andato dal cappellano a chiedere l’assoluzione, poi correndo in giro come un ossesso ho raccolto tutti quelli che conoscevo come persone decise, strappandoli ai loro plotoni fino a mettere assieme una squadra di una dozzina di uomini me compreso. Siamo piombati nel deposito del reggimento e abbiamo strappato a forza tutto quel che dei soldati a piedi possono usare contro i carri armati, con le braccia piene di esplosivi ci siamo precipitati per la strada.
    La strada da cui arriveranno i carri russi a un certo punto fa una curva, c’è un fossato di fianco da utilizzarsi come riparo in caso di incursione aerea. Poco più indietro, protetto da una barricata di sacchi di sabbia, c’è un pezzo controcarro da 75 avuto in prestito dai tedeschi. Si prende posizione nel fossato, bisogna rapidamente svuotarlo dalla neve, che poi utilizziamo per nascondere le mine tutt’intorno. Siamo dodici nascosti in un buco circondato da mine e pieno di sacchi di esplosivi da demolizione, abbiamo un lanciafiamme e una mitragliatrice leggera ZB30, l’unico rimpianto è non aver avuto il tempo per un caffè caldo. Vicino alla postazione del cannone c’è anche Janos, il nostro tiratore scelto, il suo fucile non è che un normale ZB24 a cui si è legato con lo spago il mirino a cannocchiale che il colonnello aveva sotratto durante la sua ultima visita al comando di Von Paulus. Janos Hrovàty è ungherese di sangue, se un giorno potremo regolare i conti con l’Ungheria per la Transilvania, probabilmente lui rivolgerà contro di noi le sue capacità, ma qui in Russia siamo dalla stessa parte.

    Quando arrivano è lui il primo a sparare mentre noi rimaniamo nascosti, i capicarro sono costretti a chiudere le loro torrette, attraverso le feritoie non notano quei mucchi di neve davanti a loro. Il T-34 di testa salta su una mina proprio davanti a noi.. immobilizzato.. prontamente Marian e Radulescu afferrano una delle cariche a sacco e in due la fanno volare sul cofano del motore dietro la torretta. L’esplosione trasforma il carro in una torcia, una nuvola di fumo denso chiude la visuale, un carrista con la giubba in fiamme salta fuori gridando e si getta nella neve. Certe volte si finisce a pensare che quei mostri di metallo abbiano una volontà propria, ci si dimentica che ci stanno dentro delle persone.
    Gli altri carri arrivano attraverso il fumo, lanciamo cariche da demolizione tra i cingoli, li finiamo con il lanciafiamme, quelli tirano alla cieca con le mitragliatrici. Si abbassano le teste, si sente l’esplosione di un’altra mina, ci rialziamo per lanciare altre cariche da demolizione, siamo un’isola in un mare di fiamme e fumo soffocante, pieni di scottature in mezzo alla neve. I russi dovrebbero capire che entrare alla cieca in quella cortina nera è da suicidi, ma continuano a venire, soldati a piedi caricano e vengono falciati dal nostro fucile mitragliatore e dalle bombe a mano. Se invece che correre in massa fossero scivolati tra le carcasse di carri in fiamme, avrebbero potuto arrivarci addosso non visti, un paio di granate nel nostro buco e sarebbe finito tutto. Si vede che non sono addestrati. Praticamente non abbiamo più aria da respirare, siamo assordati e con gli occhi gonfi, Dobrogeanu si è preso una scheggia, l’elmetto gli ha salvato la pelle, ma è fuori combattimento. A questo punto se fossimo in un film arriverebbe la salvezza miracolosa, forse un angelo che scende dal cielo a portare il castigo divino sui comunisti. Alzo lo sguardo, il cielo neanche riesco a vederlo, comunque non si sente rumore di trombe angeliche. Invece si sente il motore di un carro ancora vivo, deve avere aggirato la nostra posizione e ci ha superati. Ci penseranno quelli del pezzo anticarro, non abbiamo già fatto abbastanza noi? No, non è ancora abbastanza. Tra le cose che abbiamo portato c’è una traversina d’acciaio lunga come un manico di scopa, la prendo, salto fuori dal buco, gli altri mezzi soffocati non capiscono, ma sparano ugualmente per coprirmi.
    Finalmente una boccata di aria quasi pulita, la testa gira, ma non mi sono mai sentito tanto lucido, mi avvicino di corsa al T-34 da dietro, pianto la spranga in mezzo agli ingranaggi di un cingolo, sprizzano scintille. Mi allontano mentre il carro col cingolo bloccato gira su se stesso, espone il lato della torretta al nostro cannone, un proiettile da 75 lo decapita. Ancora una volta c’è un carrista che riesce a uscire fuori, ma lo ributto dentro io con una pistolettata in faccia, perchè si, perchè ho deciso che paga lui per tutti. Magari non era neanche comunista.

    Di ritorno al buco, due stanno medicando Dobrogeanu, gli altri mi fissano come se volessero dire qualcosa. Quando sento l’umido capisco, ho un pezzo di torretta di T-34 conficcato a poca distanza dal collo e non me ne ero accorto. Fra un po comincerà a far male. Intanto abbiamo un attimo di tregua, cariche da demolizione finite, il lanciafiamme ha combustibile forse per un ultimo getto, una compagnia corazzata è in fiamme davanti a noi, dodici T-34, ce ne siamo fatti uno a testa.
    E adesso? Seccare quel russo mi ha fatto bene, riesco a ragionare a cuore più leggero ora, è inutile buttare le vite di quelli che mi hanno seguito fino a qui, è il momento di ritirarsi. Tre eroi rimangono in posizione col fucile mitragliatore mentre trasciniamo via Dobrogeanu e il lanciafiamme scarico, ci raggiungeranno dopo, 200 metri più in la dietro ai sacchi di sabbia del cannone. Fatti quei 200 metri non dipenderà più nulla da noi, starà al colonnello tirarci fuori dai guai, starà ai carri armati tedeschi che non arrivano. Noi rumeni abbiamo fatto veramente tutto il possibile.

     

    Perseo