Don Emilio e i vecchi ricordi

273

Quante volte Don Emilio aveva cercato di aiutare i bisognosi e non vi era riuscito, ma non si arrendeva mai, per lui l’importante era andare avanti sempre senza fermarsi. Spesso le situazioni anche più disperate hanno una via di scampo, l’importante era trovare quella via che magari uno ha sotto gli occhi. Quante lacrime aveva dovuto asciugare, e quante lacrime lui aveva fatto. Quando arrivò nella sua prima parrocchia, vennero a prenderlo alla stazione con i buoi, con un carro che ad ogni metro sembrava cedesse, lui non aveva altro che l’entusiasmo di un giovane prete, che aveva messo la sua vita al servizio di Dio. Spesso gli capitava di ricordare quel paesetto di montagna dove lo attendevano gli abitanti, e dove la povertà si poteva toccare con mano. Ma Don Emilio aveva saputo trarre vantaggi da quella forza che aveva consolidato con gli anni trascorsi in seminario, in quegli inverni dove nella sua stanza il freddo faceva congelare l’acqua posta sulla brocca. Il freddo era talmente intenso che era impossibile riscaldarsi. Quante notti aveva rimpianto la casa dove abitava con sua madre. Quante notti aveva sognato di poter stare nella stalla a difendersi dal freddo, a sentire il tepore che emanano gli animali. Ma aveva saputo andare avanti. La vita del seminario era dura. Le tante ore trascorse al tavolo con le mani gelate, il volto paonazzo, sognando una bevanda calda, quelle che sua madre gli portava quando era chiuso nella sua camera a studiare. Una bevanda calda che lo aiutasse a vincere il freddo e anche la fame. E ricordava spesso la malinconia che lo avvolgeva quando era lontano dalla famiglia e da quei suoi cari amici con i quali giocava. Ricordava pure il tempo in cui, vinto dalla nostalgia, aveva pianto come un bambino che cerca aiuto. In seminario ci si conosceva tutti, ma non c’era molto tempo per socializzare, tuttavia Don Emilio aveva stretto amicizia con alcuni seminaristi. Le amicizie del paese erano più semplici, bastava poco per essere felici, magari andando a molestare gli uccellini nel loro nido o andando a pescare nel fossato vicino a casa. Durante le estati più belle si trovava e con loro andava a gettare la lenza nei posti più pescosi. Così trascorreva parte del suo tempo libero, divertendosi davvero. I fossi allora, come i canali irrigui, ospitavano molto pesce, e capitava persino di prenderlo con le mani o con qualche altro mezzo di fortuna. Era molto felice in quelle estati spensierate e già allora aveva nel cuore la scelta che avrebbe fatto più tardi: una scelta di cui si convinceva ogni giorno di più. Era lui che offriva il suo aiuto in parrocchia. Si dedicava con scrupolo alla pulizia della chiesa e ad altri semplici lavori. Aiutava i chierichetti a indossare la veste e spiegargli quello che bisognava fare durante le funzioni. Don Emilio non aveva mai dimenticato il primo incarico come parroco, il suo arrivo al paese dove c’era l’impronta del vecchio curato. La gente lo aveva accolto con gioia e con disponibilità. Subito il sacrestano gli aveva mostrato la vecchia chiesa, che aveva una grande e antica crepa su un muro portante e avrebbe avuto un’urgente necessità di essere restaurata. Il giovane parroco Don Emilio pieno di entusiasmo e di energia si era messo al lavoro, aiutato dai parrocchiani e era diventato un ottimo manovale. Un manovale di Dio che si dava da fare per togliere alla chiesa il pericolo di un eventuale crollo. La gente si era meravigliata di questo giovane sacerdote che non aveva voluto perdere tempo, e si era messo a lavorare sodo per raggiungere il suo scopo. In quel paese c’era molta povertà e lui, pure povero, per vivere accettava tutto quello che gli veniva offerto. Alla sera una donna gli portava un piatto caldo: una semplice minestra di patate che il parroco gradiva. L’unica vera sua tristezza era la solitudine che accompagnava questi pasti serali. Prima di coricarsi confidava a Cristo tutto quello che era successo durante la giornata. A mezzogiorno alcune famiglie, a turno, lo invitavano a pranzo. Erano tutte famiglie povere ma lo accoglievano tanto volentieri e dividevano con il loro parroco quel poco che avevano. Quando furono ultimati i lavori di restauro della chiesa, venne fatta una festa a cui tutti parteciparono. Il gigantesco Don Emilio si era fatto due mani grandi e callose da sembrare due badili. La canonica che era annessa alla chiesa, aveva e un passaggio che portava alla sacrestia, come quelle botteghe artigiane che avevano in comune con l’abitazione un passaggio. A volte, di sera, dopo aver consumato l’umile cena, Don Emilio si ritirava in chiesa per sentirsi meno solo. Gli era capitato anche di addormentarsi con il breviario tra le mani, tanta era la stanchezza accumulata durante il lavoro della giornata. Alcuni parrocchiani per dimostrare la loro riconoscenza al giovane prete così attivo e generoso, pensarono alla sistemazione della canonica perché anch’essa aveva bisogno di essere restaurata. Il sogno del giovane prete era quello di creare una stanza da adibire a scuola elementare. I pochi alunni del paese dovevano fare molta strada a piedi per raggiungere la scuola del paese più vicino. Proprio in quell’anno era successa una grave disgrazia che aveva sconvolto il paese. Due bambini morirono mentre si e recavano a scuola, scivolando lungo un dirupo e avevano fatto una fine orribile. Erano fratelli e la loro madre era impazzita dal dolore, e manifestava idee suicide. Era rimasta vedova con questi due figlioletti gemelli di dieci anni. Ogni mattina dovevano fare a piedi diversi chilometri per raggiungere la scuola, e una mattina d’inverno la morte li aveva inghiottiti per sempre. Durarono alcuni giorni le ricerche e li ritrovarono cadaveri ai piedi di un’altura abbracciati nel tentativo di difendersi dal freddo. Don Emilio aveva benedetto qui piccoli corpi con la morte nel cuore, e non aveva saputo trattenere le lacrime durante la cerimonia funebre. Don Emilio, dopo aver portato la tragica notizia alla madre, informò il medico il quale giunse subito a visitare la sventurata e cercare di sostenerla con dei tranquillanti. Consigliò il parroco di non lasciarla sola in quella casa isolata dove i ricordi l’avrebbero inghiottita. Don Emilio chiese subito l’aiuto ad un vecchio saggio del paese affinché lo aiutasse a trovare una soluzione a questo problema. Il saggio aveva si era preso a cuore questa situazione, ma nessuno in paese si sentiva di ospitare questa povera mamma, che doveva essere aiutata psicologicamente. Don Emilio allora aprì la canonica e tutto il suo cuore e la prese con sé. La donna accettò volentieri. Era ancora molto giovane per con i suoi trentacinque anni, ma il volto era cupo e vi si leggeva tanta tristezza. Giunse alla canonica con l’unico animale che possedeva: un asinello che aveva sempre utilizzato per i trasporti del legname. Era piuttosto malridotto però lei vi era molto affezionata, forse poteva servirle come terapia per vincere un po’ di sofferenza. Don Emilio lo fece sistemare nella piccola stalla che aveva vicino alla canonica dove il suo predecessore teneva un tempo una mucca da latte. Era un ambiente che poteva ospitare pochi animali. Aveva la mangiatoia e un piccolo fienile, dove venivano sistemate le riserve di fieno per l’inverno. Durante l’estate l’asinello avrebbe pascolato in un prato vicino a un piccolo torrente che portava l’acqua alla canonica. Accanto al prato un piccolo appezzamento di terreno dove venivano coltivate le patate. La vedova si dimostrò subito attiva e riconoscente. Si occupava quotidianamente della cura della canonica e di tutto ciò che occorreva alla chiesa. Ma Don Emilio non era in grado di mantenerla economicamente, ma lei non gli avrebbe chiesto nulla oltre l’ospitalità e il vitto. A volte Don Emilio la vedeva piangere e di notte udiva i lamenti che provenivano dalla sua stanza quando il dolore le riaffiorava più forte che mai. Lui la sera durante la cena le parlava come un fratello e le sue parole erano come un balsamo. La donna, a poco a poco si riprese e cominciò a vivere normalmente, andò a lavorare nei campi con i contadini del paese per guadagnare del denaro e contribuire alle spese del suo benefattore. Visse con Don Emilio per alcuni anni, condusse una vita modesta ma tranquilla. Si dedicò anche alla lettura di libri di carattere religioso che le davano un certo sollievo, come riceveva conforto dalla messa. In quella comunità Don Emilio era costretto a una vita dura, ma la sua gente lo amava e lo aiutava sempre. Lui ricordava quando era riuscito ad avere un’insegnante per i bambini, affinché non si ripetesse una nuova tragedia. Anche la maestra era stata accolta in canonica, e nelle sere d’inverno aveva cominciato a insegnare alla vedova a farsi più sicura nel leggere e nello scrivere. Lei aveva portato in paese una linfa nuova, una ventata di vita, che aveva reso felice il prete. Don Emilio da vecchio era ritornato in quel piccolo paese di montagna dove, giovane prete, aveva svolto la prima esperienza da parroco. Ora tutto era in rovina, le poche case che sorgevano accanto alla chiesa erano disabitate, e in paese vi vivevano solo i vecchi, che non erano riusciti ad andarsene. Erano due decine di persone che vivevano con quel poco che la terra dava loro. Quando ritornò dopo tenta anni, alcuni lo riconobbero. La vedova fattasi anziana e acciaccata aveva mantenuto il suo posto in canonica, e la maestra si era trasferita. Quel giorno era stato colto dalla nostalgia e dalla stanchezza per il percorso fatto. Non era più giovane e gli anni si erano portati via una parte della sua vita e della sua forza. Appena giunto, visitò la chiesa, che trovò mal ridotta anche la porta d’ingresso era in cattivo stato: un certo abbandono che gli fece male . E guardandosi le mani segnate dal tempo, sentì il desiderio di fare di nuovo il manovale, di riprendere in mano la situazione come quando era giunto in quel luogo appena venticinquenne. Ora era un vecchio parroco che continuava la sua missione in un’altra parrocchia. Visitò la vedova che lo accolse con benevolenza. Lei aveva mantenuto i rapporti attraverso una assidua corrispondenza, informandolo continuamente di tutto ciò che accadeva in paese, anche dei fatti tristi che arano accaduti, durante la grande guerra che si era portata via alcuni giovani. Don Emilio lesse i nomi di quei caduti in una lapide attaccata alla chiesa. Si commosse nel vedere le foto di quei giovani soldati ma apprezzò i fiori freschi posti davanti alle foto. Don Emilio era stanco. La vedova lo fece accomodare e gli offrì una bibita anche se lui avrebbe preferito un bel bicchiere di vino rosso. Anche se in quel paese non aveva ancora conosciuto il piacere del vino. La vedova gli raccontò un fatto che era accaduto: il suicidio del vecchio Giovanni che non aveva retto alla morte dei suoi due figli caduti sul Piave e si era impiccato nella stalla la notte di Natale. Don Emilio ripensò al vecchio e non poté che elevare una preghiera al Cristo: lui lo avrebbe capito. Il lungo sentiero percorso per raggiungere la sua prima e indimenticabile parrocchia lo aveva veramente affaticato e chiese alla donna di dargli ospitalità per la notte. Sarebbe ripartito la mattina del giorno dopo. Quella sera, gli abitanti del paese gli fecero visita e fu una festa anche se un po’ velata di tristezza. Don Emilio lasciati i vecchi parrocchiani si ritirò nella sua vecchia stanza, mentre l’orologio del campanile batteva la mezzanotte. Quei battiti gli ricordarono la sua giovinezza e l’entusiasmo di allora.