Elezioni Usa: sul voto il rischio della frode

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Dubbi sulla democrazia digitale: i sistemi elettronici adottati, spesso a livello di singola contea, non lasciano tracce cartacee che permettano verifiche successive

STANFORD – David Dill è un Carneade americano. Eppure, ha contribuito a cambiare il sistema – complicato e diabolico – per eleggere l’uomo più potente del mondo: il presidente degli Stati Uniti. Dalla sua stanza angusta e caotica alla Stanford University, dove insegna computer sciences, Dill ha esaminato a lungo le macchine per il voto elettronico usate nel 2000 e nel 2004 sentenziando che, affidabili, non lo sono affatto. Dopodiché ha redatto una petizione per chiedere di adottare sistemi capaci di lasciare almeno un «sentiero di carta», utilizzabile per verificare la correttezza del risultato, in caso di contestazioni. Firmato da migliaia di persone, e da centinaia di esperti di computing, il documento è stato accolto da 31 Stati della federazione. Quattro o cinque si sono già mossi. Tutti gli altri, applicheranno quelle raccomandazioni il prima possibile. Diciamo entro il 2010.

Le presidenziali alle porte corrono il deliberato rischio di venire contestate per la terza volta consecutiva. Comunque la si pensi, alla democrazia americana, bene non farebbe.
Gli ingredienti ci sono tutti: come prefigurano i sondaggi, il duello fra McCain e Obama si deciderà all’ultimo voto. I cosiddetti swing states, gli Stati che oscillano da un’elezione all’altra – non come la democratica California o il repubblicano Texas – sono tanti e, in molti di questi, i consigli di Dill sono rimasti inascoltati. Il pallido spettro della frode elettronica, il pur semplice sospetto che la democrazia della Superpotenza possa essere scassinata come fanno gli hacker con le password, è destinato ad aleggiare anche sui risultati dell’imminente consultazione. Dopo i casi del 2000 (quando Bush strappò la Casa Bianca a Gore per una differenza di 537 voti in Florida, peraltro contestata) e del 2004 (quando John Kerry perse l’intera partita in Ohio, dopo che gli exit poll l’avevano dato vincitore al 54%) c’è già chi scommette sul possibile, prossimo Stato dello scandalo: la Pennsylvania. O forse la Virginia.

Dill non ha il piglio dell’arruffapopolo. O del paranoico che vede cospirazioni ovunque. Del caso delle schede di una contea della Florida, che parevano fatte apposta per sbagliare, dice che «ormai non ci sono più e il problema è risolto». Di Robert Kennedy Jr. (figlio di Bob e nipote di Jfk) che ha scritto un lungo articolo su «Rolling Stone» per denunciare il furto elettronico delle elezioni 2004, e in particolare in Ohio, dice che «tutti i sospetti girano intorno agli scarti fra gli exit poll e il voto finale, non c’è la minima prova che sia successo per davvero». Ma il problema c’è eccome, assicura Dill. «Tutti devono essere sicuri che il risultato delle urne sia corretto. E se è corretto, ma la gente ha ancora validi motivi per sospettare, resta evidentemente una questione di legittimità politica». Due volte di fila, sono già troppe. O non c’è due senza tre?

Il sistema, si diceva, è complicato e diabolico. «Nel 1787, a Philadelphia, i padri della Costituzione andarono avanti per compromessi – commenta Gerhard Casper, costituzionalista tedesco e cittadino americano, presidente emerito di Stanford – e fu sancita una regola di base: i singoli Stati hanno tutti i poteri che non spettano al governo federale». Gli Usa non hanno un unico meccanismo elettorale. Non ne hanno neppure 50, uno per ogni Stato. Sono centinaia di meccanismi diversi. Ci sono Stati come l’Oregon, dove tutti votano per posta, e Stati come la Virginia, dove ognuna delle 95 contee decide autarchicamente se usare la scheda elettorale, il touch-screen o lo scanner. Le contee americane sono 3.141. Il Delaware ne ha tre, il Texas 254 e in Louisiana si chiamano parish, parrocchie. Per votare, a New York usano ancora delle antiquate macchine azionate con delle leve. A novembre, nel New Mexico useranno le schede di carta e lettori ottici per scrutinarle: i “vecchi” e costosi touch-screen, dopo gli incidenti del 2004 analoghi a quelli dell’Ohio, sono andati in soffitta. Ma intanto, in 58 delle 67 contee della Pennsylvania (e in 91 delle 95 in Virginia), il voto è squisitamente digitalizzato. E non lascia sentieri di carta alle spalle.

Se Dill è un Carneade per il grande pubblico, è però – diciamo così – conosciutissimo dalle aziende che producono macchine per il voto elettronico, come Sequoia Voting Systems, ES&S o la Premier Election Solution. Quest’ultima è stata scorporata di recente dalla Diebold, un’azienda dell’Ohio che produce sistemi d’automazione, in seguito a uno spiacevole incidente diplomatico: l’ex Ceo, Walden O’Dell, sei mesi prima delle ultime presidenziali aveva detto pubblicamente: «Farò del mio meglio per assicurare l’Ohio al presidente Bush». Capirete che non è fair.
Dill ha avuto modo di mettere le mani su un paio di esemplari Diebold, esaminando l’hardware e il software. E ha scritto più di un rapporto, per testimoniare la loro fallibilità. «I casi di malfunzionamento sono molto frequenti – osserva – e se non c’è una copia di sicurezza su carta, il voto è perso». Incalzato, si rifugia dietro a un diplomatico «sì, certo, ogni macchina può essere violata. E l’idea di collegare a Internet le macchine elettorali, come ha fatto qualcuno, è stata pessima».

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Tratto da Il sole 24 ore