Dove devono arrivare i confini della Nato?

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Uno dei maggiori esperti di Relazioni internazionali da’ la sua visione dell’attuale crisi in Georgia e del ruolo degli Stati Uniti e della Nato nel mondo, dicendo, in modo molto chiaro e conciso, molte verita’…

di Sergio Romano
Il «ritorno alla guerra fredda», di cui si parla ormai da qualche mese, è soltanto un cliché. Un tic verbale, la molla che scatta automaticamente in molti occidentali quando la Russia appare sulla scena internazionale come una grande potenza. Negli anni della vera guerra fredda i due blocchi avevano rapporti economici limitati e controllati. Oggi l’economia dell’Occidente capitalista è legata a quella russa da una molteplicità di intrecci industriali e finanziari. Mentre Washington e Londra denunciavano l’arroganza imperiale della Russia in Georgia, la British Petroleum, il colosso britannico dell’energia, concludeva felicemente il suo lungo contenzioso con i soci russi di una società in cui detiene il 50 per cento delle azioni.
Ma anche l’economia, se i toni del contrasto non verranno smorzati, rischia di cedere il passo alla cattiva politica. Il discorso che il vicepresidente degli Stati Uniti ha pronunciato a Cernobbio nei giorni scorsi è un feroce atto d’accusa contro la Russia. Dick Cheney ignora la politica avventata del presidente georgiano Mikhail Saakashvili e attribuisce al Cremlino tutte le responsabilità del conflitto. Denuncia il riconoscimento russo dell’indipendenza abkhaza e osseta, ma non ricorda che gli Stati Uniti hanno sostenuto e favorito l’indipendenza del Kosovo. Descrive come inammissibile la reazione russa all’installazione di basi antimissilistiche in Polonia e nella Repubblica Ceca e dimentica che i missili americani non saranno molto più lontani dal territorio russo di quanto fossero i missili sovietici di Cuba dal territorio degli Stati Uniti. Sostiene che la Russia fa un uso arrogante delle sue risorse petrolifere e dimentica quale parte il petrolio abbia avuto in alcune delle più discutibili iniziative della politica estera americana. Sventola di fronte alla Russia lo stendardo della democrazia e non ricorda ai suoi ascoltatori che una delle tappe del suo recente viaggio caucasico è stato l’Azerbaigian, una repubblica dinastica dove l’attuale presidente regna per grazia del padre, membro del politburo dell’Urss ed esponente di spicco del Kgb nella regione. Ciò che maggiormente colpisce nelle parole di Cheney è la mancanza di qualsiasi cenno alla possibilità di convergenze e di intese.
Con il tono arcigno del predicatore, il vicepresidente chiede semplicemente alla Russia di convertirsi e riformarsi. Particolarmente interessante in questa prospettiva è il ruolo assegnato alla Nato nel suo discorso. Secondo il vicepresidente, la Nato deve continuare ad allargarsi sino a includere verosimilmente, insieme a Georgia e Ucraina, altri paesi. È presente con la sua flotta nel Mediterraneo, con le sue truppe in Afghanistan e in Kosovo, con i contingenti di alcuni suoi membri in Iraq. Sarà chiamata ad assumere molte missioni. Difenderà e promuoverà nel mondo i diritti umani e civili. Sarà quindi, nella concezione di Cheney, il braccio armato, su scala mondiale, di una grande «Lega delle democrazie». La prospettiva potrebbe essere interessante se questa Lega non fosse diretta da una grande potenza che considera democratici soltanto i suoi amici, che è stata capace in questi anni di avventate iniziative unilateraliste e che sembra decisa, in questo momento, a farne un uso prevalentemente antirusso.
È questa la Nato di cui i paesi fondatori della Comunità europea e la Spagna desiderano essere membri? Beninteso, il discorso di Cheney è il testamento di un vicepresidente uscente. Speriamo che gli eredi abbiano una diversa visione del mondo.

da Panorama.it