Le tombe dei soldati guardano il cielo

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di Emilio Del Bel Belluz

Niente è più vivo di una storia quando la storia ci appartiene. E di lì riconosci una strada, un cielo, un tempo che scorre, le cose e i volti. Non c’è storia più antica della memoria, quando si dice c’era una volta”. Silvio Micheli

Furono tanti quelli che partirono per la guerra, nelle loro uniformi scintillanti e l’entusiasmo che sapeva di gloria. Alla stazione. Al momento della loro partenza per il fronte, erano presenti le loro fidanzate, e le loro madri. Il vortice della guerra dopo qualche tempo li avrebbe inghiottiti per sempre. Erano i soldati di tutti gli eserciti che vedevano nel loro sacrificio una nuova Europa. Li univa il senso del dovere, l’obbedienza verso i superiori e la lealtà e quel cameratismo che solo la guerra riesce a far emergere. Marciavano a ranghi compatti e compatti fino all’ultimo, fino alla difesa estrema di quell’onore e di quella forza che per loro era più sacra della vita stessa. Quella guerra che era iniziata come un gioco, per molti di quei giovani divenne la loro ultima azione, l’ultimo canto, poi una tragica scintilla li avrebbe portati tutti nel cielo degli eroi. Molti di loro non rividero più il cielo che li vide nascere, non sentirono più l’odore del bosco, l’amore della famiglia che li attendeva, non si seppe più nulla di loro. Le ragazze che li avevano accompagnati alla stazione e che li avevano salutati con i bianchi fazzoletti, li ricordavano nelle foto con l’uniforme addosso in quegli atteggiamenti fieri che si richiedono a chi sfida la morte per la patria. In un drammatico libro – Le terre di caino di Donovan Websrer, uscito qualche anno fa che sottolineava ciò che resta della guerra dopo tanti anni, ci si rivolgeva pure con un velo di grande tristezza a quelli che morirono per uno stato che non doveva dimenticarli. Una interessante opera che rivisita i luoghi dove si è combattuto e dove rimangono ancora le ferite che mai si rimargineranno. La natura un po’ alla volta restituisce ciò che ha conservato per tanti anni. In Francia dopo novant‘anni dalla fine della grande guerra, ancor oggi, alcuni uomini rischiano la vita per recuperare gli ordigni ancora inesplosi che giacciono nelle viscere della terra. E ancora il Websrter dice: “E’ all’estremità più settentrionale della Francia, là dove il fiume Somme va a gettarsi nella Manica, che finisce di compiersi il destino degli ordigni inesplosi delle guerre che hanno devastato il suolo della nazione Francese”. Questi coraggiosi uomini con una pazienza certosina, si inoltrano nei campi di battaglia, bonificano le foreste, i campi dove si nascondono le bombe e dove giacciono i resti dei soldati uccisi, uniti in un unico abbraccio. E pare sia ingiusto disturbare il loro sonno. Questo accade anche in Italia, specialmente in queste estati torride, quando i ghiacciai si ritirano fanno emergere i resti dei caduti. Anche se sono trascosi oltre novant’anni, la montagna li ha tenuti nel suo grembo come una madre. Il mondo editoriale non gli ha dedicato molto spazio, eppure ai nostri giovani, studenti lontani per fortuna dalla guerra, sarebbe di sicuro utile farli riflettere sul signicficato vero e sempre tragico della guerra. Nella sua opera l’autore continua: “Ancora oggi per la nazione francese, la Prima guerra rimane un terribile incubo. Ha distrutto un’intera generazione dei nostri uomini. Vale a dire ha distrutto anche le nostre fattorie, i nostri campi, le nostre case. Mio nonno mi raccontava che, alla fine della guerra, la gente era talmente povera che molti saltavano in aria nel tentativo di rimuovere il rame dalle bombe inesplose. Era quella la posta in gioco. Eravamo poveri e c’era del rame, sepolto nel campi là fuori. Rame che potevamo rivendere per la ricostruzione”. Queste parole scritte da Webster ci fanno ritornare alle pagine che Mario Rigoni Stern scrive nei suoi numerosi libri parlando del lavoro dei recuperanti, molti dei quali lasciarono la loro vita nelle montagne, feriti mortalmente dalle bombe che avevano recuperato. Purtroppo le montagne, dove si era combattuto, erano dei depositi di materiale bellico. Esse però restituivano i soldati che la guerra aveva fatto cadere. I resti di molti italiani e tedeschi si trovano ancora là dove sono stati colpiti a morte, e qualche volta alcuni di loro, i più fortunati, vengono identificati i loro corpi raccolti e riportati in patria per una giusta e onorata sepoltura. Appena finita la guerra, molti corpi furono recuperati, assieme alle loro poche cose e portati negli ossari, senza tante cerimonie. Comisso nelle sue pagine più belle ricorda quando alla fine della guerra andò a vistare i luoghi delle battaglie e narra nel filo del ricordo gli avvenimenti. Sono pagine che parlano di nostalgia per la guerra e per i soldati che sono morti. Egli assiste al ritrovamento di alcuni soldati e si commuove davanti al dramma della morte. Vede uomini che cercano di mettere assieme i corpi dei soldati che la terra un po’ alla volta restituisce, cercando di ricavarne i nomi. Poi a migliaia andranno a riposare nei sacrari affinché l’uomo non dimentichi la bestialità della guerra. Nel libro le Terre di Caino vengono evidenziati i ricordi più toccanti della Seconda guerra mondiale. Il momento più cruento avviene nella primavera nella primavera del 1941 quando le armate di Hitler attaccarono la Russia. Trovarono subito una popolazione fiduciosa che li considerava come liberatori da Stalin. In questo modo le truppe tedesche riuscirono con la loro forza d’urto a catturare quasi cinque milioni di prigionieri. Molti di loro si arruolarono poi nelle armate tedesche cedendo alle lusinghe di Hitler. I soldati tedeschi nella grande e poderosa discesa in Russia riuscirono ad occupare nel 1942 i territori dei Cosacchi del Don, del Cuban e del Caucaso. Il malumore dell’esercito russo fu il fulcro che portò migliaia di Russi ad unirsi ai tedeschi. Basti pensare al colonnello tedesco von Pannwitz che vincendo la diffidenza di Hitler riuscì a creare la prima divisione dei Cosacchi. Poi le vicende della guerra furono particolarmente dure con i Cosacchi che vennero consegnati dagli Inglesi a Stalin, e molti di loro preferirono suicidarsi in massa piuttosto che finire nelle mani del dittatore. Questa vicenda umana è stata ampiamente descritta anche dallo storico Pier Arrigo Carnier nei suoi libri. Un capitolo molto significativo sulla guerra contro la Russia l’hanno scritta anche gli italiani. Si dice che centomila di loro non fecero più ritorno in patria. Su questo argomento non si è scritto ancora abbastanza; la dimostrazione la si è vista anche nelle celebrazioni dei sessant‘anni dalla fine della guerra. Non si è avuto il tempo per ricordare gli italiani che dalla Russa non sono più tornati. Molti di loro sono morti nei lager di Stalin, dove non ebbero nessun trattamento umano in spregio ad ogni convenzione di guerra. Quelli che ebbero la fortuna di tornare sono stati ancora una volta dimenticati dalla patria e dai politici. In un articolo pubblicato nel Corriere della Sera il 27 gennaio 1992 dal titolo – Nei lager di Stalin 50.000 Italiani- l’autore A. Bo. Scrive : “Degli uomini che hanno osato invadere il suolo sovietico non torneranno in patria neppure le ossa”. “Questa frase pronunciata da Stalin è rimasta per decenni l’unico epitaffio sulle fosse comuni di milioni di soldati tedeschi, italiani, rumeni, finlandesi, caduti o dispersi durante “ la grande guerra patriottica”, come i russi chiamano la s

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Seconda guerra mondiale. Una condanna senza appello. La mitologia Sovietica sugli anni 41-45 non ha mai contemplato la pietà per gli sconfitti, e non senza ragione ….” Ma chi scrisse queste parole forse ha dimenticato i Gulag e lo sterminio che il comunismo ha fatto nel mondo, e continua con questi sistemi. Ma negli ultimi anni i Russi hanno lasciato che i resti dei nostri soldati possano tornare. Dei centinaia di cimiteri fatti dai soldati italiani in Russia ne sono rimasti pochi, per lo più sono stati distrutti o coperti dal cemento o l’aratro del contadino vi è passato sopra. Ma non ci si poteva aspettare nulla da un popolo che ha prodotto una macchina di morte come è stato il comunismo che non si è ancora democratizzato, che non è ancora diventato il male assoluto come Gianfranco Fini ora dice del Fascismo e di Mussolini, In un film che accese gli animi degli italiani nato dai libri di Giovannino Guareschi, si vedeva una madre che raccomandava al curato Don Camillo di ricordarsi di portare un fiore sulla tomba di suo figlio morto in Russia. Ma dove c’era il cimitero ora sorgeva un campo coltivato. il cui concime erano i nostri poveri caduti. E il curato Don Camillo al suo ritorno dalla Russia non ebbe il coraggio di riferire quello che vide a quella madre italiana che rappresentava tutte le madri. E la rassicurò solo di aver posato dei fiori sulla tomba di suo figlio. L’8 maggio di quest’anno, durante la celebrazione dell’anniversario della fine della guerra, il popolo Russo è riuscito a far sfilare gli uomini potenti del mondo senza che si nominassero i nostri morti. Credo che a Putin gli si sarebbero raddrizzati i capelli diritti se Berlusconi gli avesse chiesto di portare un fiore sulla tomba degli italiani. Un fiore non si nega mai a nessun caduto. Durante questa solenne cerimonia nessuno ha potuto o voluto ricordare le migliaia di donne violentate dai vincitori della guerra, dai portatori della democrazia nel mondo. Lo scrittore reduce Willi Henrich nel suo libro uscito in Italia nel 1960 “La generazione tradita- Baldini e Castoldi scrive: “Gli Americani persero a quel tempo il loro credito in Germania. Si sono comportati peggio dei francesi. Dopo la capitolazione le armate tedesche volevano portarsi nella zona occidentale, ma gli Americani hanno sbarrato loro il passo e li hanno consegnati ai Russi. Lei lo sa per esperienza. Non hanno consegnato solo le divisioni di SS, ma tutti. Persino la popolazione civile, donne e bambini”.

La guerra è sempre un capitolo difficile da analizzare. I soldati germanici non hanno mai potuto scrivere la loro storia. Ebbene nel libro “Le terre di Caino” si specifica solo lo stato di abbandono in cui si trovavano i campi di battaglia dove i soldati osservavano ancora il cielo. Alcuni anni fa nel 1991 con la Germania nuovamente unita dice “Ero alla ricerca dei campi di battaglia per un documentario a commemorazione dei 50.000 soldati austriaci caduti a Stalingrado. Fui io a mostrare a Seledec gli ossari a cielo aperto. Le sue macchine da presa lì filmarono questo, per la prima volta dalla fine della guerra. Quando il programma venne trasmesso in Austria, la reazione del pubblico fu sconvolgente. I titoli di testa dei giornali furono: – I CAMPI DI MORTE DI STALINGRADO- , e anche SCHELETRI E PIASTRINE-. Il mensile – Wiener- stampò una foto a doppia pagina che mostrava uno scheletro steso sull’erba, con ancora indosso la divisa della Wehrmacth, completa di stivali. La didascalia diceva: “Nessuna croce, nessuna corona di fiori. Questo milite ignoto non è mai riuscito a raggiungere neppure una fossa comune. Ancora oggi, giace sulla steppa attorno a Volgograd, nell’identico punto in cui cadde cinquant’anni fa. I bottoni della sua camicia, della sua uniforme, giacciono tra le costole spolpate della sua cassa toracica”. Dopo questo documentario che in Italia non è mai stato proiettato, si cominciò a cercare i resti dei soldati germanici, cercando di localizzare i campi dove si trovavano le ossa dei soldati, sperando di recuperare le piastrine per l’identificazione. Ecco che nel 1992 la macchina per il recupero dei resti si mise in moto e furono rinvenuti molti ossari a cielo aperto. Ma non so se lo stato italiano si sia messo alla ricerca dei nostri caduti. Sempre nello stesso libro che ha valore scientifico si parla espressamente degli italiani e si legge: “E’ in questo campo che l’anno scorso ho trovato i resti di molti soldati rumeni e italiani”, dichiara: “E anche quelli di un gran numero di soldati della Sesta Armata tedesca. Era un accampamento di grosse dimensioni. Ho trovato anche una notevole quantità di pugnali e di medaglie. Oltre ai morti insepolti, davvero tanti, come può vedere, qui c’erano anche due diversi cimiteri. Erano pieni di militari caduti durante i combattimenti nel centro di Stalingrado e sepolti prima che la terra congelasse nel freddo intenso dell’inverno”.