Jan Palach

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Riportiamo una lettera arrivata all’editorialista del Corriere Sergio Romano e la relativa risposta, per far conoscere – a chi non gia’ non la conoscesse – la figura di Jan Palach. Teniamo a precisare che l’ultima parte dell’analisi di Romano la condividiamo meno, perche’ piu’ personale e meno “storica”. Consigliamo pertanto la lettura anche di questo articolo per saperne di piu’ sui motivi del suo suicidio…

Nelle minuziose analisi e ricostruzioni della Primavera di Praga può notarsi come venga citato marginalmente il suicidio di Jan Palach.
Facevo il liceo. La sua figura divenne oggetto di discussioni e assemblee. Un eroe. E si mescolava a nozioni libresche: «libertà va cercando». Da adulta, in piazza San Venceslao, trovai sulla lapide fiori di plastica anneriti dallo smog. Ora mi dico: un idealista? Un anarchico? Un illuso? Oppure semplicemente «nessuno»?
Non ho mai saputo chi fosse. Pertanto le chiedo: chi era veramente Jan Palach?
Silvia Delaj, sdelaj@virgilio.it

Praga e il ricordo di Palach le ambiguita’ del suicidio – Fonte: corriere.it/romano
di Sergio Romano

Cara signora,
E’ giusto ricordare anzitutto che Jan Palach non fu il solo suicida della protesta antisovietica dopo l’invasione delle forze del Patto di Varsavia nell’agosto 1968. Quando tornò a Praga nel gennaio del 1969, poco dopo la sua morte, Enzo Bettiza mandò una corrispondenza al Corriere in cui annotò che vi erano stati in quei giorni anche la morte misteriosa di una sua amica e due tentati suicidi. Il gesto di Palach aveva creato fra i giovani una sorta di contagio che il regime dovette considerare particolarmente pericoloso.
Palach si uccise quando Dubcek era ancora segretario del partito, ma il suo sacrificio si consumò nel clima di restaurazione e normalizzazione avviato dopo la controriforma comunista dell’estate precedente. Il regime capì tuttavia di non potere ostacolare le solenni cerimonie con cui la società ceca intendeva rendere omaggio alla vittima. Fu organizzata una veglia funebre nell’aula magna dell’università di Carlo. Apparvero bandiere listate a lutto, lumini dietro le finestre delle case e manifesti, soprattutto in piazza San Venceslao, che riproducevano il breve testamento politico con cui il giovane Palach si era congedato dal mondo. I soldati sovietici vennero consegnati in caserma e sostituiti nelle vie della città da ronde della polizia cecoslovacca. Nel giorno del funerale il suono delle sirene a mezzogiorno e il rintocco delle campane trasformarono l’intera città (sono parole di Bettiza) in un «paesaggio pietrificato» dove tutti rimasero fermi e silenziosi per cinque minuti. Il funerale non poté attraversare piazza San Venceslao, dove Palach si era dato fuoco, ma la sosta nell’altra grande piazza dove sorge il monumento di Jan Hus, riformatore religioso del Quattrocento boemo, acquistò in quelle circostanze un significato ancora più pregnante. Hus era stato arso vivo e Palach apparteneva alla corrente hussita del protestantesimo. Le autorità comuniste non avevano previsto quali suggestioni quell’accostamento avrebbe suscitato nella mente dei loro connazionali.
Il fatto che Palach fosse protestante non impedì che un rito ecumenico venisse celebrato nella chiesa cattolica di San Tommaso e che il vescovo cattolico Frantisek fosse presente ai riti della Chiesa evangelica e alla tumulazione nel cimitero di Olsany. Quel giorno l’intera Cecoslovacchia tributò a Palach gli onori riservati a un eroe.
Fu davvero un eroe? Palach fu certamente una personalità fortemente religiosa, animata da nobili motivazioni ideali. Ma non mi sorprende che il ricordo del suo sacrificio possa suscitare nelle generazioni seguenti un certo imbarazzo. Il suicidio non può essere celebrato come un modello di comportamento civile anche e soprattutto perché le ragioni profonde del gesto scendono nella tomba insieme alla vittima. Accade che la società attribuisca al suicidio una particolare motivazione. Ma si tratta spesso di una reazione emotiva o ideologica. Anche quando il morituro lascia dietro di sé, come nel caso di Palach, la motivazione del suo gesto, non è possibile sapere quali fantasmi, incubi e ossessioni abbiano spinto un uomo a togliersi la vita. Il suicido è l’unico delitto in cui omicida, vittima e testimone sono la stessa persona: un essere umano a cui non possiamo più chiedere la ragione del suo atto.