Knut Hamsun: un grande scrittore

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di Emilio Del Bel Belluz
Provate ad immaginare uno scrittore che nel corso della sua esistenza ha dato vita ad opere ammirevoli, capaci di incidere profondamente l’animo di milioni di lettori. Per un attimo figuratevi questo nobile signore nella sua casa, ricolma di migliaia di libri, seduto su una sedia accanto a un enorme scrittoio stipato di fogli redatti dopo aver trascorso una notte insonne di lavoro e di studio. I preziosi libri di questo autore hanno illuminato il cuore di tanti lettori, conquistati dal suo stile arioso e semplice, animato da una filosofia di vita chiara e altrettanto lineare. Immaginate ora un terribile fatto che gli è realmente accaduto.

Un giorno degli estranei penetrarono nella sua abitazione, dove aveva faticosamente raccolto tutti i suoi libri, i suoi ricordi, nella casa dove aveva respirato il tepore della poesia e della letteratura. Gli presero i libri e li gettarono in strada, sapendo che, con quel gesto di disprezzo, lo ferivano in ciò che aveva di più caro. Venne prelevato e portato in una casa di cura. Era il maggio del 1945; l’uomo di cui parliamo aveva quasi ottantacinque anni. Il suo nome era Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. Era nato nel 1859 da una famiglia di contadini norvegesi. Ricevette un’educazione molto severa da parte di uno zio pietista: un’educazione improntata alla massima severità, che ne segnò profondamente l’esistenza.

Lo scrittore Hamsun ci lasciò opere mirabili, tradotte in moltissime lingue e pubblicate anche in Italia, dove venne conosciuto grazie ai tanti editori che diedero alle stampe i suoi libri. Volendone ricordare uno tra i più significativi potrei citare il romanzo Fame, che narra la storia di uno studente privo di mezzi che scrive qualche articolo per sbarcare il lunario. Questo romanzo è stato ristampato dopo la seconda guerra mondiale nell’edizione Adelphi, e fu tra i rari libri pubblicati alla fine del primo conflitto. Fino ad una quindicina di anni fa le sue opere non si potevano trovare che in qualche rigatteria, in edizioni molto modeste, oggi diventate una rarità. Il motivo di un simile trattamento era l’accusa di aver collaborato con il regime nazionalsocialista che avevano occupato il suo paese, e di aver usato la sua penna in suo favore. Hamsun fu internato in un manicomio, subendo la stessa sorte dell’americano Ezra Pound. Vennero così messe delle catene a dei pensatori il cui ingegno aveva prodotto le più belle pagine di quei tempi. Hamsun venne umiliato, non gli fu risparmiato nessun oltraggio. Ma questo vinto, questo uomo senza patria dileggiato da tutti riuscì ugualmente a scrivere dei capolavori, nonostante le condizioni disperate in cui si trovava.

Lo scrittore Carlo Bo lo ricorda così nella rivista Gente, all’interno della sua rubrica Vita culturale: “Hamsun: conobbe la fame e ne fece un romanzo”, e il sottotitolo del suo articolo recita: “Continuando la serie dei più clamorosi casi letterari, Carlo Bo rievoca lo scrittore norvegese che si affermò raccontando la propria miseria, e venne condannato per la sua adesione al nazismo”. In questo suo pregevole ricordo di Hamsun, lo scrittore ligure ne rievoca la figura con una lucidità descrittiva notevole: “Per certi aspetti Hamsun assomiglia a molti scrittori americani che hanno fatto della loro vita il loro primo mondo di letterati: avventure, lavori di tutti i generi e una grande miseria. Hamsun ha fatto due lunghi soggiorni negli Stati Uniti fra il 1882 e il 1887, sempre alla ricerca della fortuna e con il premio della miseria. Fame nasce direttamente da queste sue prime esperienze ed è nello stesso tempo invenzione e restituzione; creazione e memoria”. Come prima accennavamo, questo libro di poco più di duecento pagine ebbe una notevole fortuna letteraria, in Italia e nel mondo. Nelle antiche scaffalature di qualche antiquario si possono ancora ritrovare alcune edizioni delle sue opere, come ad esempio Pan, pubblicate prima della seconda guerra mondiale dalla Sonzogno di Milano. Mi è capitato recentemente di rinvenire a Trieste Storia di un amore, edito dalla casa editrice Gentile nel 1944, Vagabondi (1944, Medusa), Sotto la stella d’autunno (edizioni Delta, 1929), e il romanzo La nuova terra, edito dalla Longanesi nel 1942, un’ulteriore conferma della buona diffusione di cui godevano le opere di Hamsun in Italia prima della sua condanna per collaborazionismo. Dalla fine della seconda guerra mondiale l’ostracismo che colpì Hamsun fu totale. I suoi libri scomparvero letteralmente dalla circolazione, e nessuno ebbe il coraggio di pubblicarli temendo di essere sottoposto alla critica e all’emarginazione.

Mi sono spesso chiesto come è possibile distruggere l’immagine di un grande letterato solo per le sue scelte politiche. Quale condanna possiamo infliggergli, se nelle pagine dello scrittore norvegese insignito del Nobel non è ravvisabile neppure una sola riga che inciti alla violenza? Dalle sue opere traspare solo una luce che non si offusca con il passare del tempo, nonostante tutti i tentativi di sopprimerla per sempre. Ora le sue opere cominciano ad essere nuovamente pubblicate, lette, rivalutate. Come impedire a un poeta che i suoi libri vengano conosciuti e diffusi? Forse è più facile impedire al sole di sorgere.

Carlo Bo scrisse: “A poco a poco [Hamsun] postulò il ritorno alla natura (si veda un altro dei suoi libri più famosi, Pan) e invocò la nascita di un uomo del tutto libero, e capace di identificarsi nella libertà stessa della natura. Come si sa, la gran parte delle sue opere (Hamsun continuò a lavorare fino agli ultimi giorni della sua lunga vita) è destinata a cantare i misteri e i segreti della campagna e delle foreste norvegesi e quindi a rimettere l’uomo in un nuovo paradiso terrestre”. Hamsun fu sempre avverso alle mode e alle tendenze seguite dalla maggioranza, come sottolinea Claudio Magris nella sua prefazione al romanzo Misteri (Rizzoli, 1979, pp.7-26): “L’anarchico dell’anima, scoperta la falsità dell’ideologia che lo circonda, respinge ogni ideologia sperando di ritrovare l’immediatezza della vita non guastata dalle idee. (…) L’anarchico anti-borghese nega il presupposto dell’etica borghese, l’unità e la continuità dell’io. (…) Lo scrittore dilacerato mette in luce l’irrazionalità dell’esistenza”. Il grande scrittore norvegese, in accordo con questa sua peculiare Weltanschauung, ebbe sempre il coraggio di professare i suoi sentimenti favorevoli al popolo tedesco sia durante la prima che durante la seconda guerra mondiale, e ne pagò duramente le conseguenze, sacrificando ogni cosa per essi. Nell’Introduzione alla raccolta dei suoi scritti curata dalla Utet nel 1968, Carlo Picchio scriveva: “In sua difesa, non certo per scagionarlo, ma per attenuare, come forse è giusto ce si faccia, la sua apparente gravissima responsabilità, può tuttavia giovare quanto fu detto più sopra circa l’indole sua, la sua incapacità di percepire e registrare in sé nella loro obiettiva portata le più immediate e dirette voci ed immagini della vita quotidiana. In ogni caso, pur nella sua colpevole aberrazione, egli non fu mosso da alcun interesse men che elevato, e ciò soprattutto lo distingue e distacca da quanti appagavano, o speravano di appagare, la propria ambizione ed avidità laddove egli sacrificava invece coscientemente la gloria che si era conquistata nei lunghi anni di illuminato lavoro e di lotta”. Knut Hamsun, questo signore della letteratura, sacrificò alla causa della Germania perfino suo figlio: “Il bellissimo figlio di Hamsun, il giovane Arhild, un biondo gigante alto quasi due metri, dalle spalle possenti e dal viso d’angelo, partì volontario per il fronte russo, guidando una formazione scelta di “SS” norvegesi del reparto Guastatori d’Assalto – Volontari della morte. Prima che il figlio partisse per il fronte, Hamsun volle baciargli le mostrine nere con la doppia “S” a forma di folgore e con la testa di morto, esclamando: “Questi sono i segni della lotta dello spirito nordico. Figlio mio, sii degno della tua divisa Wikinga e della svastika che ti onora il petto!” Arhild cadde più tardi, combattendo fra le nevi della Carelia, in una mischia furibonda contro le truppe mongole di Stalin. Il vecchio padre, come seppe della morte del suo Arhild, disse soffocando la commozione: “Lo ho offerto in Olocausto alla causa della nuova Europa”” ( da Volto di un’epoca, volume curato da Pino Rauti per il Centro Editoriale Nazionale, 1957, p.418).

Ho voluto porre in parallelo la figura letteraria e quella umana dello scrittore, ricordandone alcune delle vicende biografiche più decisive, con la speranza che i suoi libri possano essere nuovamente apprezzati dal pubblico italiano. Questa riscoperta del valore letterario dell’opera di Hamsun, però, per essere realmente feconda, dovrebbe aver luogo indipendentemente dalle sue convinzioni e dall’adesione a ideologie del passato.