Ritorno all’autarchia?

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Lettera alle signore dell’Aspen

di Maurizio Blondet

«Marta Dassù è direttrice di Aspenia, la rivista dell’Aspen club Italia. Nell’ultimo numero ha pubblicato un editoriale, firmato anche da Lucia Annunziata (s’è intrufolata anche lì) per ammaestrarci sul ‘futuro dell’energia’. Ho mandato alla rivista questa lettera. Non credo sarà pubblicata, e quindi la anticipo sul nostro giornale on-line».

Il numero 32 di Aspenia, il trimestrale dell’Aspen Institute, abbraccia la teoria dell’esaurimento delle risorse petrolifere. Fra l’altro ospita un articolo di Colin Campbell, che è il più autorevole sostenitore di quella teoria (1). Molti dati, cifre e diagrammi in discesa, poi la conclusione: sta per giungere la fine dell’era del petrolio.

Questa fase, scrive Campbell, «sarà caratterizzata dalla diminuzione degli approvvigionamenti e da tutto quel che ne dipende, compreso il capitale finanziario. Ciò potrebbe comportare la fine dell’economia come la conosciamo oggi, e l’inizio di una gravissima recessione».

Poi, un po’ stranamente, Campbell aggiunge, per i lettori italiani: «questo non è necessariamente uno scenario apocalittico. […] La nuova era che sorge evoca un’immagine quasi romantica di gente sorridente che vive in armonia con se stessa, con gli altri e con l’ambiente circostante. Lo sviluppo di comunità e mercati locali è sicuramente una prospettiva più appagante che non scaricare beni di consumo da una nave-container cinese».

Mi fermo qui. Per osservare che se Campbell ha ragione (e io lo credo), la società post-petrolifera che descrive è l’esatto contrario della globalizzazione capitalista-liberista che Aspenia promuove, e di cui esalta ideologicamente i presunti benefici.

Col petrolio scarso e sempre più caro, finisce la convenienza di comprare merci nel mondo. Il costo crescente dei trasporti imporrà la produzione dei beni, merci e alimenti più vicino possibile ai luoghi di consumo: i «mercati locali» e le «comunità locali» che Campbell s’immagina pieni di «gente sorridente».

In ogni caso, questi sono il contrario del «mercato unico e globale» che l’Aspen promuove. Se Campbell ha ragione, l’ideologia della globalizzazione è un colossale errore storico. Il futuro non sarà per «l’interdipendenza» (in cui, secondo i globalisti, ogni Paese deve specializzarsi nella produzione delle poche merci in cui ha un «vantaggio competitivo», per comprare tutte le altre là dove sono prodotte competitivamente ai prezzi più bassi), bensì «l’autosufficienza».

Diventa necessario produrre localmente in casa più merci e beni possibili, e per il consumo locale. Solo marginalmente per l’esportazione. Il termine autosufficienza ha anche un altro nome: «autarchia». Una parola-tabù, per i globalisti. Ma quel che Campbell raccomanda, nel domani senza petrolio, è proprio un ritorno all’autarchia.

Il fatto è che in decenni di globalizzazione, comprando all’estero telefonini, computer e quasi tutto il resto anziché fabbricarcelo in casa perché «costavano meno», non abbiamo solo trasferito a Cina e India posti di lavoro. Abbiamo perso qualcosa di più prezioso: le «competenze» per fabbricare certi beni.

Ora, le competenze, quelle degli esseri umani capaci di fabbricare certi manufatti, i tecnici e gli ingegneri, non si ricreano da un giorno all’altro: con la globalizzazione abbiamo sprecato un enorme capitale umano. Le competenze degli agricoltori potranno diventare cruciali nel futuro post-petrolifero: per assicurare la prima e più urgente autosufficienza, quella alimentare.

Ridiventeranno attuali le «battaglie del grano» di Mussolini?

Di più: ridiventeranno attuali tutti i dettami e i valori di quell’Italia. Perché quell’«Italietta» già conobbe qualcosa di molto simile alla «fine dell’economia» e alla «gravissima recessione» di cui parla Campbell: la crisi del ’29. Anche allora gli scambi mondiali si congelarono per assenza di liquidità.

Fu la fine della prima globalizzazione. Anche allora l’autarchia fu una scelta obbligata: non c’erano dollari per comprare all’estero. Invece dei consumi superflui su cui si basano i trionfi del turbo-capitalismo, torneranno di attualità gli inviti alla sobrietà, al risparmio, al recupero di materiali (il ferro, l’«oro alla patria»), alla riparazione delle vecchie cose d’uso, dalle risuolature ai rammendi, fino ai surrogati casalinghi.

Naturalmente ci sarà molta disoccupazione, come nel decennio 1929-39: un’economia che deve rinunciare all’iperconsumo non darà più lavoro a chi produce la marea di beni superflui attuali. Bisognerà che lo Stato si prenda cura dei disoccupati.
Nel capitalismo, le aziende private semplicemente espellono la manodopera superflua, e delocalizzano i lavori là dove i salari sono più bassi.

Ma una nazione non può espellere né delocalizzare i suoi cittadini. Una nazione non funziona come un’azienda: è la prima lezione che l’ideologia del mercato globale ha trascurato. Dopo il ’29, lo Stato italiano prese a suo carico parecchie grandi aziende che i capitalisti rovinati o (come al solito in Italia) senza capitale né voglia di rischio «imprenditoriale», avrebbero semplicemente chiuso.

Il modello italiano non praticò la collettivizzazione, che in URSS aveva provocato disastri; ma attuò una serie di «nazionalizzazioni» di imprese strategiche, che gestì con criteri quanto possibile privatistici, ma con capitali pubblici. Si trattava non solo di mantenere al lavoro la gente, ma di conservare le competenze umane e professionali così necessarie – non solo all’economia autarchica, ma anche alla dignità delle persone e della nazione.

Sto parlando dell’Iri, Istituto di Ricostruzione Industriale, escogitato da quel grande economista che fu Carlo Beneduce. Ora, Beneduce era un massone, e tutt’altro che fascista. Chiamò le sue tre figlie rispettivamente «Idea», «Libera» e «Socialista»: tutta una ideologia tradotta in onomastica. Però aveva la fiducia di Mussolini, che gli diede carta bianca.

Difatti, solo un governo «autoritario e nazionale» poteva fare l’Iri. Il «libero mercato» avrebbe semplicemente chiuso le imprese, perché «non competitive» o perché i padroni erano rimasti senza capitale, o per assenza di domanda; oggi, il libero mercato globale, semplicemente, vende le aziende a stranieri.

Allora per necessità, oltre che per scelta ideologica, in Italia, fu sospesa la «mano invisibile del mercato». Agì invece la mano visibile dello Stato, il dirigismo pubblico. Agì anche nella «libera» America, con Roosevelt e il suo New Deal: perché era una pura e semplice necessità di sopravvivenza.

Come non riconoscere che il futuro post-petrolifero imporrà le stesse necessità, e la stessa economia del dopo-29?

Quando il fine dell’economia non è più quello di massimizzare i profitti, di retribuire al massimo il capitale (di solito a spese del lavoro, retribuendolo il meno possibile) bensì semplicemente di sopravvivere come comunità, è quella la ricetta economica che s’impone: l’autarchia dirigista. Tanto più che in un mondo dove il petrolio e le altre energie fossili diventano sempre più care e rare, s’imporrà una misura cruciale: il «razionamento».

Ora, è evidente che il razionamento non può essere affidato al «mercato» e alla «legge della domanda-offerta», dove chi ha più soldi si accaparra le risorse, lasciando gli altri senza. Sarà lo Stato a fare le parti, secondo le sue visioni e priorità strategiche. Uno Stato che dovrà essere autoritario, dirigista e con una chiara visione degli interessi della nazione.

Verso l’estero, sarà lo Stato a dover fare la spesa di merci strategiche e scarse; e per questo dovrà impedire la libera circolazione dei capitali e reprimere quella che, allora, sarà chiamata con un termine più antico: «fuga di capitali», da punire penalmente.

Addio mano invisibile del mercato: gli Stati tratteranno tra loro gli scambi, in base a criteri assai diversi da quelli del profitto monetario che regolano – come unica regola – il mercato globale. Lo stesso Stato dovrà imporre dazi doganali, chiudere le frontiere a merci che oggi sono in libera circolazione. E tutto questo cambierà le relazioni internazionali in modo essenziale: la «politica» tornerà a guidare «l’economia».

Anche l’immagine «quasi romantica» prevista da Campbell, pensiamoci, non ci è del tutto nuova. Anche l’Italia e la Germania erano pieni, allora, «di gente sorridente che vive in armonia con se stessa, con gli altri e con l’ambiente circostante». Anche l’URSS, sia pure solo sui manifesti di propaganda.

Perché uno degli effetti del dirigismo – anche se operato dalla necessità – è che lo Stato, poiché deve sacrificare i piaceri privati, deve additare traguardi collettivi, il «radioso futuro», o almeno il senso forte di appartenere a una comunità unita, dove tutti si sacrificano in vista di uno scopo comune. E certo, dai racconti dei nostri vecchi, l’atmosfera psicologica era allora «più appagante che non scaricare beni da una porta-container cinese».

Prego di capirmi bene: non sto raccomandando il ritorno al fascismo. Dico solo che, per esempio, l’impresa del futuro non sarà una SpA quotata in Borsa, o una multinazionale che fabbrica in Cina a poco per vendere a New York a caro prezzo; l’impresa del futuro è la Gazprom, azienda di Stato che tratta il petrolio non come una merce fra le altre, bensì come una leva strategica politica.

Il futuro è l’ENI di Mattei, non l’ENI di Prodi prima, o quella di oggi. Dico che i governanti del futuro non sono Blair o Bush o Berlusconi, ma Vladimir Putin. Non raccomando il fascismo, ma dico che può diventare una necessità.

E allora, l’Aspen, il Bilderberg, la Trilaterale e il Fondo Monetario ci dicano cosa vogliono fare per scongiurare questa eventualità. Invece di ripetere la solfa del libero mercato globale e del «vantaggio competitivo», le rituali giaculatorie sulla «interdipendenza» e sul «mercato», perché – coi loro potenti mezzi intellettuali e finanziari – non provano davvero a immaginare delle alternative per il futuro della penuria e del razionamento, diverse dall’autoritarismo? Un’autarchia strettamente nazionale oggi è impossibile; ma perché no, per esempio, un’autarchia europea? Un mercato relativamente chiuso da dazi doganali, ma con 460 milioni di cittadini e consumatori? Perché non cominciare a pensare a questo?

Io credo di sapere perché.

Uno degli effetti dell’ideologia globalista di mercato, ed uno dei più disastrosi, è infatti stato questo: di aver bloccato il pensiero economico, e anzi quasi ogni altro pensiero. La «libertà del mercato unico» è stata imposta anche grazie all’imposizione di un «pensiero unico».

Pesa un divieto di pensare altrimenti, attuato con l’intimidazione e con l’esibizione del potere nudo: poiché il capitalismo terminale è fatto di giganteschi poteri, pensare in modo diverso da questi poteri è inutile e anche pericoloso.
Il potere ha sostituire il capire. Siamo diventati timidi.

I post-comunisti non osano più citare Marx che invece, come critico economista e non come ideologo, avrebbe molto da insegnarci sul capitalismo finanziario; gli altri vengono bollati da «protezionisti» o magari da «fascisti», come accadrà sicuramente a me per le righe che ho scritto qui.

Ma intanto, l’era della scarsità ci viene addosso. E ci troverà non solo privi della benzina per la nostra amata macchina, ma privi di idee per sopravvivere.

Maurizio Blondet

(articolo pubblicato il 23 marzo 2006)