Léon Degrelle, la milizia senza tempo [In Memoriam]

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Leon Degrelle 2

La vita e l’opera di Léon Degrelle sono una tenace sfida alla decadenza del mondo moderno, a quel mondo profano e ateo che calpesta ogni concezione normale dell’esistenza. Da difensore della spiritualità europea è l’esempio di chi si batte per riconquistare il senso di onore e di fedeltà, di chi rifiuta ogni compromesso dinanzi alle falsità liberali e marxiste. Egli è il capo di una gioventù anticonformista che si è sacrificata sui campi di battaglia per l’ideale dell’Europa e per riaffermare quella dignità umana che la logica del profitto e della lotta di classe hanno sradicato. Léon Degrelle è per tutti noi colui che ha tracciato una strada, dando la speranza e la voglia di credere e lottare. Una strada per chi ancora crede nell’uomo, nella sua dignità di essere al tempo stesso corpo, anima e spirito, di chi ritiene che la verità e la giustizia stiano oltre le moderne manipolazioni e falsificazioni della realtà. E’ la strada di chi crede nella Tradizione, di chi ha deciso di militare in nome di una Idea che si fonda su valori quali la giustizia, la verità, la lealtà, la fedeltà, il sacrificio, l’onore. E’ la strada di chi avverte la necessità di andare oltre il piano orizzontale dell’io e dell’interesse egoistico, di chi all’anonimato del mondo moderno vi oppone l’impersonalità attiva della Tradizione[1]. E’ la strada di chi vuole rimanere in piedi tra le rovine e di chi sa che si prospetta una dura battaglia da condurre quotidianamente: sacrifici, sfide, rinunce, sconfitte, vittorie. Léon Degrelle è come il guerriero senza sonno che combatte al fianco del Dio ario della luce, l’eroe che travalica i propri limiti, che conserva intatta la capacità di lottare contro il nemico interiore ed esteriore: “La vita – come un arco; l’anima – come una freccia; lo spirito assoluto – come un bersaglio da trapassare. Unirsi con questo spirito, come la freccia scoccata si conficca nel suo bersaglio”, è scritto nel Markandeya-purana (XLII,7,8), importante testo della dottrina indù[2].

La vita di Léon Degrelle è costantemente pervasa da una intensa educazione all’eroismo, in cui il dono e il sacrificio diventano disciplina ascetica e ordine che si realizzano nell’azione impersonale. Sacrificarsi offrendo se stessi in fondo significa conoscere se stessi, è trovare la propria unità,  il proprio centro, il proprio punto di riferimento. L’azione per Degrelle è concepita come azione eroica, e appropriato risulta quanto contenuto nell’insegnamento della Bhagavad-gita: “Mettendo al pari piacere o dolore, profitto e perdita, vittoria o sconfitta, àrmati per la battaglia” (III,38) o quanto è altrettanto presente nella regola templare di San Bernardo: “Quale gloria migliore per voi, uscire coronati di alloro dalla battaglia. Ma quanto più grande la gloria di conquistare sul campo di battaglia una corona immortale”locandina_degrelle_web

“Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa”, ci dice Léon Degrelle, poiché “quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita”. Il suo messaggio è rivolto in maniera particolare ai giovani, con parole che sprigionano un fuoco sacro e che dimostrano l’ardore di un uomo mai domo. Nel leggere Degrelle sembra quasi di trovarsi dinanzi ad un pira di fuoco accesa: da forza, gioia, calore. Egli ci scuote dal tepore della comodità e dal torpore di una vita borghese: se il mondo è in rovina bisogna agire, risollevarlo, ricostruirlo dalle fondamenta, partendo dai valori spirituali e dalla solidarietà sociale. “Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, avere cura di essa in ogni momento, sorvegliarne le debolezze ed esaltarne le tensioni. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi? Che si rialzi ancora, malgrado tutto!”

Di contro a un’epoca in cui la vita è contrassegnata dall’assenza di una qualsiasi reale pulsione spirituale, dominata dall’egoismo, dall’individualismo e dagli interessi, un’esistenza che non concepisce nulla al di fuori dei problemi materiali, in cui ai disagi esistenziali, si risponde con psicofarmaci, alcool, droghe, psicologi, egli oppone la forza di chi crede. Perché solo coloro che credono in qualcosa che trascende i propri interessi, conservano la speranza e hanno la volontà di andare avanti, di lottare, poiché dotati di quella forza indistruttibile che, come sottolinea Degrelle, “rianima e spinge avanti, rinsalda i nervi, (…) infonde negli occhi il fuoco ardente e conquistatore”. Tuttavia reagire al disordine politico, significa innanzitutto mettere ordine dentro se stessi. Ci si deve, prima di tutto, dare una risposta di carattere etico, dedicarsi alla formazione di un nuovo tipo d’uomo. La vera battaglia non è contro le ideologie, poiché queste ultime sono solo il riflesso di atteggiamenti e modi d’essere profondi, ma contro se stessi, contro la parte oscura che ci trasciniamo dietro e che deve essere vinta e messa a tacere. Egli, infatti, dice: “In ciò consiste la vera, la grande rivoluzione da fare. Rivoluzione spirituale. O fallimento del secolo. La salvezza del mondo risiede nella volontà delle anime che credono”.

Quale insegnamento per la vita è allora più attuale del messaggio di Léon Degrelle dinanzi all’agonia dei tempi attuali, al decadimento etico che coinvolge le giovani generazioni, ad un sistema politico democratico che da tempo ha atrofizzato la visione eroica della vita, permettendo il sopravvento di ideologie  edoniste, l’affermazione del benessere e della piccola e borghese sicurezza personale? Solo chi crede può, secondo Degrelle, avere la forza di sacrificarsi, di sopportare la sofferenza, di donarsi in maniera del tutto svincolata dall’egoismo, dall’individualismo e dagli interessi personalistici, liberi da quell’amore di sé e da quell’orgoglio che spesso ci annebbia e ci impedisce di avere una reale comprensione della realtà. Degrelle ci ricorda che “nella vita tutto è questione di fede e di tenacia. La fiducia, non la si mendica: la si conquista. E il modo migliore di conquistarla è anzi tutto quello di donare se stessi. Tutti portiamo la nostra croce: occorre portarla con un sorriso d’orgoglio, perché si sappia che siamo più forti della sofferenza, e anche perché coloro che ci feriscono comprendano che le loro frecce ci colpiscono inutilmente. Che importa soffrire, se vi è stata nella nostra vita qualche ora immortale? Quanto meno si è vissuto!” Il suo insegnamento quindi è un inno alla vita ma soprattutto un inno alla libertà. Si deve volere la libertà, la quale non va ricercata solo attraverso le lotte politiche, sociali e sindacali, ma prima ancora attraverso il faticoso lavoro su se stessi. Degrelle fu un ottimo capo, un brillante uomo politico perché seppe prima di tutto interrogare il proprio cuore, disciplinare la propria anima forgiandola all’esercizio della virtù e del sacrificio. Egli parla di un “destriero orgoglioso” da addomesticare e di una “bestia umana” di cui liberarsi che, altro non sono che le numerose schiavitù che ogni giorno ci impediscono di essere veramente liberi. Liberi di decidere con la nostra testa, liberi dalle mode, dal nostro io, dalle paure, dai sentimentalismi, dai vizi, dal possesso e dalla brama di avere, dal desiderio irrefrenabile. Liberi di volere o non volere una cosa, di fare o non fare un’azione. Proviamo a riflettere, o meglio a osservare come il nostro cuore sia legato ad una serie di bisogni più o meno tali e soprattutto più o meno falsi: comodità, lusso, pigrizia, apatia, egoismo, materialismo, indifferenza sono solo una parte di quanto si cela realmente dietro le diverse (e false) esigenze che diciamo di avere. L’analisi di Degrelle è lucida e fortemente realistica: “Il secolo non sprofonda per mancanza di supporto materiale. L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere grazie ad una industrializzazione di tale efficacia produttiva. E’ il cuore dell’uomo, solo lui, a versare in stato fallimentare. E’ per mancanza di amore, è per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano”. Pensiamo a quanto il nostro stato d’animo sia continuamente scosso, agitato, inquieto, schiavo di quella sete che secondo il Buddha rende gli uomini “simili a pesci in una corrente quasi prosciugata”[3].

Continua ancora Degrelle: “Il secolo ha voluto essere solo il secolo degli appetiti. (…) Ha creduto nella vittoria della materia (…), nella vittoria delle passioni della carne spinte oltre ogni limite, nella liberazione delle forme più varie di godimento, moltiplicate senza posa, sempre più avvilite ed avvilenti, fornite di una tecnica che in genere si rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, di vizi tanto poveri ad esseri vuoti”. E’ la sete, la brama, l’arsura, di chi cerca (e non trova) se stesso nel desiderio, nel godimento e nell’appagamento di quest’ultimo. Viviamo in un “mondo che brucia”, eternamente insoddisfatti, alla ricerca continua di nuove ed inappaganti esperienze. Vogliamo continuamente avere e possedere, pensiamo di poterci realizzare attraverso l’acquisto di cose che si ritengono indispensabili quando in realtà sono perfettamente inutili[4]. Ci indebitiamo fino alla morte ammucchiando montagne di rate, senza considerare quanto dal punto di vista psicofisico ciò vada ad incidere sul nostro equilibrio: preoccupazioni, nervosismi, alterazioni dell’umore, insoddisfazione sono solo alcuni riflessi di una vita priva di senso che insegue false ed inutili chimere. Assetati dal desiderio, posseduti dalla brama, ci comportiamo come processi di combustione: sempre pronti a divampare con una nuova sostanza infiammabile, pronti a bruciare dinanzi ad un nuovo desiderio. Ed allora, per provare a rinascere, per incominciare a liberarsi da tutto questo, è necessario imparare a donarsi in maniera del tutto incondizionata, impersonale, libera.

Leon-Degrelle 2La dottrina tradizionale ci insegna, e in special modo Julius Evola, che si deve imparare ad “agire senza guardare ai frutti, senza che sia determinante la prospettiva del successo e dell’insuccesso, della vittoria o della sconfitta, del guadagno o della perdita, e nemmeno quella del piacere e del dolore, dell’approvazione e della disapprovazione altrui”[5]. Il che non è un agire in maniera cieca, arida e priva stimoli, ma un agire senza pensare al piacere o al dolore come i motori di una eventuale azione, poiché quello che in un dato momento si deve fare è “ciò che deve essere fatto”. Nella  Bhagavad-gita è così scritto: “L’atto dettato dal dovere, compiuto senza attaccamento, senza attrazione né avversione e accompagnato dalla rinuncia ai suoi frutti, si dice che derivi dalla Virtù. Ma l’atto compiuto con grande sforzo, che mira all’appagamento dei desideri, motivato dal falso ego, si dice che appartenga alla passione. Infine, l’atto compiuto nell’incoscienza e nello smarrimento, senza considerare le conseguenze o l’incatenamento che comporta, che fa violenza agli altri e si rivela inattuabile, si dice che provenga dall’ignoranza. Chi agisce libero da ogni attaccamento materiale e dal falso ego, entusiasta, risoluto e indifferente al successo come al fallimento, si dice che è sotto il segno della Virtù. Ma chi si attacca ai frutti del suo lavoro, che desidera goderne con passione, che è avido, invidioso, impuro, trasportato dalle gioie e dai dolori, si dice che è dominato dalla passione”[6]. Un’azione che non bada ai frutti, condotta col maggior distacco possibile e che, tuttavia, non è priva di piacere o felicità. Una felicità diversa da quella legata al momentaneo appagamento della sete del desiderio, vincolata al mondo passivo degli istinti, delle passioni e degli impulsi. Una felicità speciale, originale ed originaria allo stesso tempo, eroica per così dire. Una felicità che fa sentire leggeri, come se in quel momento si venisse sfiorati da un soffio divino. E’ il dare se stessi con impegno, conoscenza e valutazione, senza annullamenti, senza coinvolgimenti, senza la ricerca di personalismi o esaltazioni del proprio ego, senza entusiasmi o drammi nel caso un’attività vada o non vada a buon fine[7]. E’ l’agire impersonale, distaccato, lucido e calmo di chi sa che questo mondo materialista, senza uomini e senza Dio, non gli appartiene, di chi sa che, comunque vadano le cose, il suo cammino di crescita, di uomo pronto alla battaglia, di guerriero, non si esaurisce in una singola e particolare attività. Leon Dégrelle sottolinea che “gli uomini felici sono coloro che si donano, gli insoddisfatti coloro che soffocano l’esistenza in un perpetuo tirasi indietro, chiedendosi continuamente che cosa stanno per perdere. Virtù, grandezza, felicità tutto ruota attorno al donarsi. Donarsi completamente, sempre. Fare ciò che si deve: generosamente, con il massimo impegno, anche se l’oggetto del dovere è senza grandezza apparente”. Felici veramente, quindi, non sono coloro che ottenebrano la propria coscienza, abbandonandosi passivamente agli istinti o rispondendo solamente ai propri interessi, ma chi vive il sacrifico, chi si impegna nel faticoso lavoro di comandare se stesso. Solo loro sono in grado di assaporare quella felicità che, per citare Degrelle, “è garantita dallo spirito”. Per questi uomini allora, può sorgere la possibilità di conoscere la vera libertà, quella che scaturisce non dal rompere il senso di disagio e d’angoscia attuale con una sterile ribellione contro ogni forma d’autorità, in una risposta anarchica e senza regole, o con atteggiamenti inconcludenti privi di qualsiasi disciplina, ma dalla possibilità di affermare in maniera sovrana: “così voglio essere”. Costoro vivranno nella consapevolezza del monito del capo di Rex: “Nell’ora della disfatta di un mondo, c’è bisogno di anime rudi ed elevate come rocce contro cui s’infrangeranno invano le onde scatenate”.