8 settembre, il giorno del disonore

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Oggi otto settembre trovo giusto ricordare quelli che caddero per aver scelto la via più difficile. Quelli che con il loro sacrificio salvarono l’Italia e l’onore. Avevano nel cuore lealtà, dignità, forte senso del dovere. A loro oggi in questo giorno mi inchino e li saluto con quel saluto il nostro saluto. Nel giornale L’ULTIMA CROCIATA,  numero otto ottobre 2007 organo dell’associazione nazionale famiglie caduti e dispersi ho trovato alcune parole che mi hanno commosso e che voglio riportare con fedeltà.

Emilio Del Bel Belluz

” Spero che troveremo tantissimi camerati quassù che come noi hanno dato alla Patria il dono più alto e più libero … il sacrificio. Forse siamo arrivati quassù troppo presto ma nonostante tutto e comunque possiamo dire di essre stati felici. La nostra giovinezza, le nostre battaglie, il fuoco nella mente e dentro al cuore, la piazza affollata di mani levate, il silenzio, il canto, e le notti sotto il cielo stellato sui monti; e sempre la gioia di vivere e l’amicizia e l’amore… spero solo che tutto non sia stato inutile, ma forse mi illudo, nessuno si ricorderà di noi il nostro sacrificio non servirà a niente …”.  Emilio sorride dolcemente e risponde ” probabilmente il mondo che verrà dopo questa lunga battaglia sarà dominato dall’anarchia individualistica, dall’inerzia spirituale, dalla demonia del denaro, da questo mondo NOI non potremmo essere capiti, ma solo rifiutati in blocco.  Per coloro, invece, che non considerano follia il senso dell’ Onore e del Sacrificio, che considerano le virtù civiche superiori alla ricchezza e ritengono la proprietà un diritto solo se produce per il bene della comunità nella quale si è inserti e non se è volta al mero ed egoistico tornaconto persoanale, costoro saranno orgogliosi di noi, per loro noi saremo esempio, il nostro sacrificio non sarà vano e sarà ricordato per sempre”.

L’ULTIMO

UFFICIALE GENTILUOMO

Qualche tempo fa mi capitò tra le mani un giornale che leggo sempre con attenzione, Sentinella d’Italia. Al suo interno trovai la foto di un ufficiale, un italiano con l’elmetto tedesco posto sul capo. Avevo acquistato il periodico a Trieste, e dopo averlo letto mi aggirai a lungo per la città, con la speranza di poter conoscere questo ufficiale, la cui figura attrasse fin da subito la mia attenzione. La foto che lo ritraeva risaliva alla seconda guerra mondiale. Il giovane ufficiale aveva un volto fiero, occhi vivi. Sotto la foto c’era questa dicitura: “Il tenente Ostuf della Waffen-SS Pio Filippani Ronconi, combattente nella BTG “degli Oddi” sul fronte di Anzio, dove fu gravemente ferito. Docente universitario per tanti anni…”. Riuscii a contattare l’ufficiale, e gli inviai un mio libro fresco di stampa. Ebbi la lieta sorpresa di ricevere in risposta una sua lettera, e da quel momento iniziò la nostra conoscenza. Da sempre studioso della seconda guerra mondiale, volli leggere i suoi scritti, che il Professor Filippani Ronconi pubblicò su interessanti riviste. Ne ricevetti alcuni concernenti la sua esperienza di ufficiale nell’esercito italiano e poi, dopo l’8 settembre, nell’esercito tedesco. Lessi con attenzione quelle pagine che mi legarono per sempre al suo mondo, un mondo che anche mio padre aveva conosciuto, ma dai cui scritti avevo ricavato un’immagine del conflitto molto diversa da quella del Professore. L’immagine del soldato che Filippani Ronconi ricalcava era forgiata sull’esempio del tipico soldato prussiano, ligio a una rigida disciplina e a un ferreo codice d’onore. Era la figura perfetta del soldato teutonico. Le impressioni da me ricavate dalla lettura di alcuni suoi scritti, intitolati “Ufficiale e gentiluomo. Un ideale perenne”, sono legate soprattutto ad affermazioni come questa: “Prima di definire il ruolo dell’Ufficiale, è necessario recuperare il significato dell’essere soldato, significato che l’attuale cultura, volta esclusivamente al fruimento dei beni materiali, quindi al prolungamento indefinito della vita animale sulla terra, ha radicalmente obliato. Come la funzione dell’Ufficiale è una continuazione, attraverso la civiltà moderna della figura antica del cavaliere, così pure quella del soldato ripete, sulla scala armonica contemporanea, quella funzione che in antico esercitava il guerriero nell’ambito della società tradizionale”.

La concezione che Pio Filippani Ronconi ha dell’esistenza è legata indissolubilmente alla sua esperienza in guerra, e quando l’Ufficiale Filippani intinge la penna nel ricordo, si lascia andare alle storie legate a quei tempi lontani con la maestria dei Grandi. Quest’Ufficiale sentì ad un certo punto la necessità di lasciare la sua vita borghese per indossare una divisa e diventare un soldato, come prima di lui fecero Jünger, Neuwirth, Comisso. Egli sa che può morire in battaglia, ma affronta la morte senza timore. La sua lealtà e la sua fedeltà lo fanno andare oltre la morte, che egli concepisce in modo quasi romantico, credendo fermamente nell’esistenza di una dimensione che va oltre l’umano, e a cui il soldato può attingere, combattendo con valore.

Nei nostri discorsi, Pio Filippani Ronconi ha l’animo spesso rivolto alle Armate Bianche che hanno combattuto il Bolscevismo; dimostrando il suo grande rispetto per quei valorosi combattenti. Lo sottolinea anche in un’intervista concessa alla rivista Lo Stato, pubblicata con il titolo “Io, guerriero per l’Europa” in cui, alla domanda della giornalista “Cosa l’ha spinta ad arruolarsi con le SS combattenti?” egli rispose: “Riscattare la nostra dignità di soldati e di italiani di fronte all’alleato tradito e ai nemici di sempre. Per noi era importante continuare a combattere, quindi a esistere. Le Waffen-SS per noi erano europee, più che tedesche: c’erano valloni, fiamminghi, persino inglesi che combattevano i sovietici sul fronte occidentale. Io avevo degli ideali di ordine metafisico: la nazione mi importava, non il partito nazionalsocialista o fascista. La politica non mi ha mai interessato. Il mio ideale era quello di morire in battaglia come un samurai”. Sempre nell’intervista rilasciata a Giusi Federici, alla domanda “Fastidio per la politica, ma anche avversione per i comunisti…”, egli rispose: “Sì, la mia mira era combattere contro i bolscevichi, per me era un atto sacrificale. Non dimenticherò mai il piccolo reparto di russi bianchi, reduci dalla controrivoluzione del ‘18-’19, che combatteva con noi. Uomini di grande valore”. Anche il mio animo è spesso rivolto a questi combattenti delle Armate Bianche, per il coraggio dimostrato in guerra e il loro sacrificio, animato dal desiderio di riconquistare la loro Russia distrutta dai tanti anni di Bolscevismo. Fin da giovane Pio Filippani Ronconi sente parlare di queste valorose Armate Bianche, quando ne intravede una foto pubblicata su una rivista spagnola negli anni Trenta, e se ne innamora.

I suoi scritti lo resero uno dei massimi testimoni del suo tempo. L’aver combattuto da italiano nelle Waffen-SS fu un’esperienza che lo fece entrare nella storia. Se fosse nato alla fine dell’Ottocento, probabilmente avrebbe vestito la divisa del fante italiano con la stessa tenacia con la quale vestì l’uniforme tedesca, e se la prima guerra lo avesse risparmiato, quel valoroso ufficiale avrebbe lasciato in ricordo della sua esperienza al fronte ampie pagine di vita e di storia. Le sue grandi doti intellettuali e il suo spessore culturale gli valsero la nomina a professore universitario.

In lui sono innate la figura del soldato e del poeta. Come il Neuwirth, l’ultimo ufficiale austro-ungarico, egli seppe trasfigurare la dura realtà della guerra attraverso i suoi scritti e la sua personale interpretazione degli eventi bellici. Egli riuscì ad esprimere con perfetto rigore analitico una cosmologia unica, incentrata sulla figura del soldato che lotta per affermare oltre la morte la sua fedeltà all’ideale dell’”europeicità”, sullo slancio mistico del combattente capace di concretarsi nell’atto estremo e finale, il sacrificio di sé.

Come definire in poche parole questa straordinaria figura di intellettuale e di pensatore? Il suo lucido ingegno è rapportabile solo al suo animo, forte e allo stesso tempo straordinariamente sensibile, capace di slanci che vanno oltre la dimensione dell’ordinario. Potrei paragonarlo alla figura di Ernst Jünger, affiancarlo al suo esempio di eroica condotta durante la prima guerra mondiale, ispirata dalla volontà di sacrificare senza esitazione la propria vita alla Patria. Morire per la Patria equivale, per Pio Filippani Ronconi come per Jünger, ad eternarsi, a solcare per sempre il mare del tempo. A distanza di tanti anni dalla fine della guerra, egli riesce a vedere la Storia alla luce del trionfo, e con il fluire lento degli anni le sue idee non sono mutate, com’è rimasto invariato il suo animo di gentiluomo prussiano. In un suo articolo Ufficiale e gentiluomo egli scrive: “Ricordo (…) come ad annunciare la vittoria di Gravelotte nel 1870, un giovane ufficiale prussiano si presentasse entusiasta e trafelato al generale von Moltke: questi riprese severamente lo Junker prussiano per il disordine del suo contegno, aggiungendo che la vittoria (di cui era l’autore) non costituisse motivo di emozione. La “vittoria” difatti è la categoria normale della vita interiore dell’ufficiale, anche – paradossalmente – nella sconfitta e nella prigionia, a tacere nell’agonia della morte imminente”.