Iran: contestazione in controluce

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Articolo che, anche se “datato” rispetto a fatti avvenuti qualche tempo fa, da’ buoni spunti di riflessione. Buona lettura.

Domanda: qual è quel paese dove i ragazzini impazziscono per video-telefonini e social network alla Face Book, dove uomini e donne esprimono insieme e segretamente il loro diritto al voto, e dove l’autorità politica convive pacificamente con quella religiosa…? L’Italia? No: è l’Iran. Proprio così: se pensavate che l’Iran fosse il centro dell’oscurantismo religioso più oltranzista, ove lo stato volutamente mantiene la sua popolazione nella povertà e nell’ignoranza, o la nazione coi maggiori divieti illiberali, beh allora dovreste ricredervi. Ma in questi momenti convulsi non v’è tempo di parlare dell’Iran così com’è. Infatti, non manca giorno in cui telegiornali e quotidiani ci ricordino della triste vicenda dei “rivoluzionari” iraniani: picchiati, arrestati, deportati, fatti scomparire. Ogni giorno veniamo investiti da una quantità di particolari – spesso terribili come i fermo immagine su di una donna che muore in strada – atti a descriverci nei minimi dettagli cosa sta avvenendo a migliaia di kilometri di distanza dalla tranquilla e democratica civiltà occidentale di casa nostra.

L’Iran, dunque, il “paese degli arii”, torna ad essere al centro dell’interesse della comunità internazionale ma, stavolta, non più per motivi d’equilibrio geopolitico nella regione, bensì per motivi politici e tutti interni. O forse no? A ben guardare, infatti, come scindere il piano della posizione geopolitica e geostrategica dell’Iran dalla sua delicata questione “interna”? E’ effettivamente impossibile scindere due piani così intimamente legati, soprattutto visto l’importante collocazione dell’Iran nell’instabile regione mediorientale. E proprio questo non deve essere sfuggito a chi, da sempre, ha considerato Teheran come una minaccia per la propria espansione unilaterale in MO: il cosiddetto “Occidente”.

Divide et impera dicevano i nostri antichi avi romani, e quale miglior modo di piegare l’Iran se non spezzandone il “fronte interno”, sicuramente più suscettibile alle lusinghe moderniste e democratiche dei più rigidi tradizionalisti che guidano, al vertice, la rivoluzione khomeinista ? In fondo non è mica fantascienza: quando, infatti, cominciò ad intravvedersi l’eclissi del blocco sovietico, gli americani non fecero altro che “sostenere” il processo democratico al suo interno, aumentando sempre più la siderale distanza tra nomenclatura sovietica e società civile. Il risultato lo conosciamo tutti: l’URSS si sbriciolò senza colpo ferire, e l’America non dovette ricorrere ad alcuna guerra atomica tanto paventata, utile soltanto a costringere per cinquant’anni il mondo ai suoi piedi. L’esperienza dimostra, perciò, quanto è da decenni sotto gli occhi di analisti ed esperti: ovvero che la guerra non si combatte più con le armi – utili soltanto a gonfiare le tasche dei magnati dell’industria di settore – ma con la sofisticata e machiavellica capacità d’esser golpe et lione.

E’ pertanto lecito chiedersi se in Iran stia avvenendo proprio questo, ma, subito, non appena si affacci un tale interrogativo, giornalisti e politici nostrani vogliono dimostrarci che le accuse lanciate da Teheran circa l’infiltrazione straniera siano l’ultimo vano tentativo di un regime schizofrenico e sanguinario di trovare scuse alla situazione di instabilità interna: perché? Facciamo allora finta che, per una volta tanto, i “cattivi” (l’Iran) e i “buoni” (politici e media occidentali) si scambino di ruolo: concediamo, cioè, ai primi almeno il beneficio del dubbio. Analizzando le cose in tal senso vedremmo che – strano caso – le manifestazioni di protesta si stanno verificando solo a Teheran (e non nel resto del paese che rappresenta più dei 9/10 della popolazione): curiosa casualità visto che è proprio nella capitale che si concentrano ambasciate, sedi di giornali ed imprese straniere. Si potrebbe obbiettare che, forse, questo è solo l’imprevisto frutto d’una situazione legata alla maggior cultura dei giovani locali, più emancipati e laici dei loro cugini di campagna: ma allora come mai le giovani iraniane di Teheran protestano in strada col velo? Eppure come primo gesto di ribellione ad una società teocratica, non dovrebbe essere rimosso il primo e più palese simbolo di questa? Eppure questo non avviene: strano paradosso per una rivolta che – come i media ci dicono – è proprio contro il “regime teocratico”! E “strano” è proprio che nessun commentatore abbia notato questa palese contraddizione.

Continuando a calarci nella parte dei cattivi “mascherati” da buoni, occorrerebbe poi analizzare, dal punto di vista del diritto internazionale, qual è la posizione assunta da Teheran. Il diritto internazionale, su questo, è molto chiaro: il governo iraniano ha piena legittimità a governare come meglio crede, cioè autonomamente, senza che la cosiddetta “comunità internazionale” possa interferire. Checché possano averci rimbambito col concetto alquanto vago e fumoso di “democrazia”, non esiste alcun obbligo per gli stati del mondo a conformarvisi né ad agire secondo i principi che nello stato di diritto sono ad essa ispirati. E questo non è imputabile al “tiranno” Ahmadinejad, perché come l’Iran anche tanti altri “democratici” stati del mondo fanno quotidiano e sistematico ricorso a procedure e norme anti-democratiche: dalla pena di morte legale negli USA, alla volontà di Israele di non rispettare le sentenze ONU, fino alla Cina che non rimettendosi ai protocolli in materia ambientale è perfettamente legittimata ad inquinare il mondo. La lista è infinita ma, bastano per chiedersi: non sono anti-democratici anche tutti questi comportamenti?

Altro discorso andrebbe poi fatto circa l’enorme quantità di disinformazione metodicamente propinataci circa la condizione interna dell’Iran: un paese dipinto come antidemocratico – nel quale però si svolgono elezioni dal 1980 – e “fondamentalista” – ove però vivono insieme da secoli: sunniti, sciiti, ebrei, cristiani e zoroastriani, che possono liberamente esercitare il loro culto. E la lista dei paradossi potrebbe allungarsi di molto.

I brogli sono avvenuti, le violenze anche: nessuno vuole – né potrebbe – cancellare ciò che è evidente. Ma l’errore nell’intera vicenda non è nella condotta iraniana – che “democratico” in senso occidentale e moderno non è né vorrà mai essere – bensì della nostra visione distorta ed auto-referenziale, nella quale il sistema democratico attuale è “il migliore dei mondi possibili”, e per altri spazio non ve n’è. Nessuna possibilità di contestarlo: nella società materializzata ove viviamo non c’è, infatti, spazio per la critica all’ultima vero dogma dell’unica religione rimasta in occidente: il materialismo di stato, ed il relativo culto di questo.

ANS