Occhi di vetro

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a cura del Cuib Femminile

Lunedì  1 marzo è stato l’anniversario dell’inizio dell’Hunger Strike. Nei blocchi H del penitenziario di Long Kesh, i detenuti repubblicani intrapresero una serie di proteste per ottenere il reintegro dello status di prigioniero politico, abolito dall’establishment britannico nel 1976. Stanchi delle mancate promesse del governo UK, i prisoners of war repubblicani optarono per la scelta estrema dello hunger strike, ossia per lo sciopero della fame, che li portò inevitabilmente alla morte.
Noi vogliamo ricordarlo con la testimonianza di una donna.
Emma Groves è una delle protagoniste del libro di Silvia Calamati, Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord, per le ed. Associate. Emma fu colpita in volto da un proiettile di gomma nell’estate d
el 1971 da un soldato del RUC, mentre era affacciata alla finestra di casa sua. “Molte volte mi sono sentita chiedere perché quel soldato mi avesse sparato. In tutti questi vent’anni non sono riuscita mai a trovare una risposta. Non rappresentavo infatti alcuna minaccia per i militari che stavano effettuando gli arresti in quell’alba di agosto”.
Come Emma tante donne irlandesi in quegli anni vennero torturate, imprigionate e ammazzate dalle truppe britanniche, senza sapere il motivo. E queste donne, nonostante siano state vittime, direttamente o indirettamente di questa ferocia, hanno continuato, a combattere, a militare, a crescere i loro figli, a sperare, a vivere.
Le donne irlandesi sono come le possenti pietre delle scogliere che si affacciano sull’Oceano Atlantico. A volte il mare è calmo, nel cielo splende il sole e le scogliere brillano e sembrano sorridere, ma altre volte, i lampi squarciano orizzonte e la furia del mare in tempesta percuote le scogliere, il vento sembra portarsi via dei pezzi di roccia, ma loro resistono, restano lì e aspettano che torni il sole, per tornare a sorridere…

«Ho undici figli e abito a Belfast. La mia storia comincia circa vent’anni fa.

Era il 1971, l’anno dell’“internamento senza processo”. A quel tempo le famiglie dei quartieri nazionalisti in cui vi erano ragazzi o uomini tra i quattordici e i quarant’anni si vedevano perquisire la casa due o tre volte la settimana. Gli arresti erano continui.

Alle cinque del mattino di un giorno d’agosto, il RUC e i soldati britannici arrivarono nella mia via. Quella volta portarono via un giovane di 28 anni che abitava vicino a noi. Sua moglie Mary era disperata, andai da lei per vedere se potevo esserle d’aiuto, farle una tazza di tè o vestire i bambini. Mentre mi trovavo a casa sua una voce per strada gridò: «Stanno arrivando i paratroopers!» (1).

Guardai fuori dalla finestra e li vidi apparire dal fondo della strada. Venivano avanti con fare molto aggressivo. Erano armati e continuavano a ripetere che nessuno poteva lasciare la propria abitazione. Davanti a ogni porta della via si appostò un soldato, per controllare che nessuno uscisse.

Lasciai Mary e tornai di fretta sui miei passi. La polizia, nel frattempo, era entrata in casa mia. Assieme a mio marito e ai miei figli mi fu ordinato di rimanere in un’unica stanza, letteralmente bloccati in casa.

Mi affacciai alla finestra della mia cucina. Quello che vidi fu molto deprimente: per strada non c’era nessuno, tranne i soldati. Era terribile stare a guardare, senza poter fare nulla: uomini e ragazzi venivano trascinati fuori dalle loro case con la forza. Alcuni erano riusciti a mettersi addosso in tutta fretta solo i pantaloni, altri erano senza scarpe, altri ancora venivano portati via seminudi, malmenati e picchiati. Ricordo ancora l’ultima persona che vidi: un uomo la cui testa veniva sbattuta ripetutamente contro un’autoblindo.

Ero sconvolta. Mi sentivo impotente. Non sapevo se mettermi a piangere o a urlare. Così dissi a mia figlia: «Per amor del Cielo, fammi ascoltare una canzone, così ci solleviamo un po’ il morale…» Lei scelse una bellissima ballata irlandese, Four Green Fields.

La musica era iniziata da poco quando, senza che io mi accorgessi, un soldato sbucò fuori da dietro un’autoblindo. Io, ancora affacciata alla finestra, guardavo nella direzione opposta, per cui non lo vidi arrivare. Giunto a pochi metri di distanza da dove mi trovavo puntò il fucile nella mia direzione e sparò un proiettile di gomma, colpendomi in pieno volto.

Improvvisamente per me non vi fu che il buio. Venni portata di peso fuori di casa con un asciugamano sul viso e caricata in tutta fretta sull’auto di un conoscente. I soldati, tuttavia, si rifiutarono di lasciarla transitare. Furono attimi terribili. Le mie figlie, in preda alla disperazione, non sapevano che fare. Mio marito fu costretto a rimuovere l’asciugamano e a mostrare il mio volto sfigurato e sanguinante. Solo allora i soldati acconsentirono all’auto di lasciare il quartiere.

Arrivai in ospedale in condizioni così gravi che dovettero asportarmi entrambi gli occhi.

Molte volte mi sono sentita chiedere perché quel soldato mi avesse sparato. In tutti questi vent’anni non sono riuscita mai a trovare una risposta. Non rappresentavo infatti alcuna minaccia per i militari che stavano effettuando gli arresti in quell’alba di agosto.

Per i miei familiari fu un’esperienza terribile. Né loro né i miei amici più cari riuscirono a trovare il coraggio per dirmi che sarei rimasta cieca. Fu Madre Teresa di Calcutta, in visita a Belfast, a venire al mio capezzale. Dopo avermi preso le mani nelle sue mi disse che non sarei più riuscita a recuperare la vista.

A quel punto desiderai solo di morire. Ero la madre di undici figli. Fino a quel momento avevo condotto una vita molto attiva. Non riuscivo ad accettare l’idea che non avrei più potuto rivedere i loro volti né occuparmi di loro, come avevo sempre fatto.

Una volta uscita dall’ospedale attraversai un lungo periodo di depressione. Una delle mie figlie più grandi dovette lasciare il lavoro per badare alla casa e diventare la madre dei miei figli, al posto mio.

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