Decolonizzazione

360

Come faceva notare ieri Federico Fubini sul Corriere, l’idea che circola in questi giorni in Europa, quella di creare un proprio fondo monetario, curiosamente riprende l’iter seguito dalle ex colonie europee. Come dire, l’Europa comincia a prendere coscienza del suo essere colonia ed accarezza finalmente l’idea di liberarsi. Da chi? Beh, basta vedere chi sono i principali azionisti – e membri permanenti – del Fondo Monetario Internazionale: Stati Uniti e Gran Bretagna. Perché il Fondo negli anni ha avuto e continua ad avere primariamente un ruolo politico fondamentale, com’è ovvio: chi ti presta i soldi e ti permette di salvarti, ti tiene in pugno. È pura logica. È il motivo per cui il Fondo, di fatto, detta l’agenda ai paesi che chiedono un prestito, imponendo una certa politica economica, fatta per lo più di tagli alla spesa sociale. In mancanza di un’entità politica che possa decidere una politica economica unitaria, il Fondo si assume in pratica questo compito, imponendo ai debitori un modello economico tipicamente anglosassone: poca assistenza sociale e liberismo sfrenato. L’aiuto del Fondo, dunque, rappresenta prima di tutto la dipendenza da un soggetto esterno, motivo per cui “in America Latina le potenze emergenti, a cui il Fmi dettava le condizioni, ora si smarcano” e “quando nel 2008 gli oligarchi vicini al Cremlino si sono trovati con 490 miliardi dollari di debiti e il barile a 30 dollari, Vladimir Putin ha preferito bruciare le riserve piuttosto che chiamare il Fmi” (ibid.). Insomma, l’idea di un fondo europeo nasce un po’ dal bisogno di riprendersi la propria sovranità, motivo per cui il presidente della Commissione europea, Barroso, che ha da poco fatto approvare il via libera agli Ogm, con grande gioia delle multinazionali americane che li producono, ha subito detto che il fondo, si, è un bel progetto, ma “a lungo termine”: un modo per smarcarsi e rinviare la questione. Resta da vedere per quanto tempo la questione possa essere rinviata. Ma c’è di più, e lo dice chiaramente Thomas Mayer, capoeconomista di Deutsche Bank ma, soprattutto, uno dei due economisti che ha avanzato l’idea del fondo europeo (l’altro è Daniel Gros, anche lui tedesco). Il fondo, infatti, avrebbe anche il compito di fare quello che non è stata capace di fare la Banca Centrale Europea, ovvero dare un senso al Patto di stabilità (“disatteso dai suoi stessi proponenti a metà anni Novanta, la Germania e la Francia”) e dare un equilibrio alle differenze di competitività tra i paesi europei, fattore che proprio per il presidente della Bce, Trichet, “non conta per la stabilità dell’euro, ma come si è visto non è così” – continua Mayer nell’intervista. Insomma, senza dubbio una svolta, ma siamo sicuri che sia una svolta positiva? Chi vivrà vedrà ed ovviamente ciò dipenderà da come sarà poi concretamente gestito il tutto. Ma, in questo momento, tornare ad una politica economica fatta in loco, anziché decisa oltreoceano, sembra già un passo in avanti.

Fonti: Corriere della Sera (10 marzo 2010) – effedieffe.com