L’itanglese avanza

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Da sempre la lingua ha costituito uno strumento di divisione, in un certo senso. Basti pensare al latino, usato fino ad epoca medievale per tutti i testi ritenuti di alto valore accademico e quasi sempre conosciuto dalle classi colte. Era una lingua che univa, che univa i pari. Oggi c’è l’inglese, che svolge la stessa funzione, cioè unisce, ma in più semplifica e volgarizza, venendo meno a quel compito di “discriminare” ciò che è alto da ciò che non lo è. Nell’inglese, lingua semplice per eccellenza, ci si ritrova tutti e tutto, dalla parolaccia ai testi scientifici (molti dei quali ormai sono disponibili solo in inglese), senza distinzione di contenuti. È la lingua che ormai invade il nostro caro italiano (vedi statistiche a seguire) ed è ormai la lingua in cui si parlano le diplomazie internazionali. E allora, sfruttiamo l’occasione ed avviamo, per una volta, una discriminazione inversa! Certo, conoscere l’inglese, le lingue in genere, è utile e segno di apertura mentale, ma non è certo un buon motivo per azzerare le differenze linguistiche. Lasciamo dunque l’ “itanglese” a politici, economisti e multinazionali e riappropriamoci finalmente di una lingua che, se non serve e forse non ha senso conservare pura, non ha neppure senso violentare laddove non c’è n’è proprio bisogno. Perché se è vero che the show must go on, questo no, proprio non deve continuare…

Ormai parliamo e scriviamo “itanglese”: è la considerazione finale di un’analisi presentata durante un convegno di Federlingue (Associazione italiana di servizi linguistici). L’uso di parole inglesi nei testi italiani è infatti aumentato del 773 per cento negli ultimi otto anni. Del resto, basta fare attenzione alla lingua di tutti i giorni con i suoi “weekend”, “core business”, “fashion” e i molti termini che l’uso del computer (parola inglese) trascina con sé. La ricerca è stata condotta con un “questionario web” (parola inglese) su un campione di un centinaio di utenti “business to business”, dice il comunicato, sposando così l’ “itanglese”. Per chi ancora è affezionato all’italiano, si tratta di una ricerca condotta tra gli utenti delle imprese multinazionali che negli ultimi due mesi hanno usato servizi di traduzione. Tra gli intervistati (età tra i 25 e i 50 anni), l’84 per cento ha dimostrato un frequente ricorso a termini inglesi intercalati all’italiano.

Fonte: Corriere della Sera (10 marzo 2010)