(S)cassazione!

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lavaggio del cervelloSi allunga la già consistente serie dei reati di pensiero in Italia. A quanto pare, dalla storia e dal grande tema dell’Olocausto, oggi impossibile da dibattere con serietà, si è arrivati a ciò che era la conseguenza naturale del processo il-logico a cui ci si è avviati: imporre il pensiero unico su qualunque altro tema politicamente rilevante con la scusa del reato. E’ così che prediligere l’operato di un uomo rispetto a quello di una donna in certi contesti diventa reato e si persegue addirittura il giornalista che riporta le parole “incriminate dell’intervistato”: è discriminatorio. Ed è così che dire ad un omosessuale che è gay, magari con un’espressione che a lui\lei non piace, dà luogo ad un procedimento contro un 71enne, poichè il termine è ingiurioso per la Cassazione. “Evviva il Libero Pensiero, difendiamolo da tutti gli altri!”…

MILANO – «Sarebbe meglio una gestione al maschile» è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza di condanna relativa a un’intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Già di per sé il titolo è stato ritenuto offensivo dai giudici, così come un passaggio dell’intervista fatta da un giornalista a un sindacalista della Cisl. Questi, parlando della situazione del carcere di Arienzo diceva che per la struttura, diretta da una donna, «sarebbe meglio una gestione al maschile», senza ancorare tale affermazione ad alcun elemento oggettivo. Il giornalista e il sindacalista hanno invocato i diritti di cronaca e di critica sindacale, chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto già emesso dalla Corte d’Appello di Salerno a febbraio 2009. Ma i giudici della Suprema Corte hanno deciso diversamente.

CRITICA SGANCIATA DA FATTI – «Correttamente – scrive la Cassazione nella sentenza 10164 – i giudici di merito hanno ritenuto che la frase “sarebbe meglio una gestione al maschile”, attribuita al sindacalista, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell’intervistato che dell’intervistatore». La Cassazione aggiunge che «si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, a un uomo». «In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice – continua la Cassazione – è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Giornalista e sindacalista sono stati, dunque, condannati per diffamazione e a risarcire alla direttrice 3.500 euro come riparazione pecuniaria oltre a un risarcimento danni di 7.000 euro. Nell’articolo il cronista aveva fatto un generico riferimento a una protesta, ad agosto 2000, dei detenuti del carcere di Arienzo e alla lettera che essi avevano scritto denunciando le cattive condizioni di detenzione ricollegando questo stato di cose alla presenza della direttrice nell’istituto penitenziario.

CARFAGNA: TOLLERANZA ZERO – La sentenza è stata accolta con entusiasmo in entrambi gli schieramenti. «Sono assolutamente d’accordo con questo pronunciamento, che, anzi, considero un importante passo avanti sulla strada della tolleranza zero nei confronti delle discriminazioni» commenta il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. E Vittoria Franco, senatrice del Pd: «Ancora una volta la Corte di Cassazione ci consegna una sentenza che fa giustizia di affermazioni fondate su stereotipi discriminatori e paternalistici ai danni delle donne, agevolando in questo modo il necessario cambiamento di mentalità nel nostro Paese». Anche Carmen Campi, ex direttrice del carcere di Arienzo, commenta con soddisfazione la decisione della Cassazione che le ha dato definitivamente ragione: «È stata una battaglia per tutelare la mia dignità di donna e le capacità professionali delle persone e per non far passare il concetto della mera discriminazione sessuale. È una questione di persone, non c’entra essere uomo o donna. Nel lavoro una persona o è capace o non lo è. La bravura non dipende dal genere ma dalla sensibilità, dalla cultura, e dall’elasticità mentale. Sono soddisfatta perché è stato riconosciuto il diritto al rispetto della dignità personale e professionale».

fonte: corriere.it
12 marzo 2010

MILANO – Dare del gay ad una persona è reato: la Cassazione dice basta alle denigrazioni nei confronti degli omosessuali e ricorda che tale condotta può sfociare in una condanna per ingiuria. La Suprema Corte affronta l’argomento nell’ambito di un procedimento, aperto nei confronti di un 71enne che, in una lettera aveva offeso un uomo ricordandone «il suo essere gay» in riferimento a una vacanza che il destinatario della missiva aveva fatto in montagna con un marinaio e il suo allontanamento da un club sportivo frequentato da ragazzini.


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Il tribunale di Ancona, in sede di rinvio (durante il primo processo d’appello l’imputato era stato assolto, ma il verdetto era stato annullato dalla Cassazione), aveva condannato il 71enne a 400 euro di multa per il reato di ingiuria, rilevando che le espressioni usate dall’imputato nella lettera «esprimevano riprovazione per le tendenze omosessuali del contraddittorie e un inequivoco ed intrinseco intento denigratorio riferito all’allontanamento da un luogo frequentato da minori. La prima sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza 10248 ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato contro la sentenza di appello bis, rilevando che «correttamente» il tribunale di Ancona ha «svolto la sua funzione inquadrando per un verso il termine ‘gay’ utilizzato nella lettera agli episodi che la sentenza annullata aveva omesso di considerare, la vacanza con il marinaio e l’allontanamento dal club frequentato da minori e valutando le ulteriori accuse, presenti nella missiva ritenuta offensiva, come denigratorie, con giudizio di merito, logicamente motivato».

Nella lettera, infatti, l’imputato accusava anche la parte offesa di sottrazione di documenti pubblici dagli uffici municipali di Ancona, nell’ambito di una abusiva cancellazione di contravvenzioni, nonchè di aver favorito in un concorso pubblico la nipote dell’imputato. Per la Cassazione, il ricorso dell’imputato non può essere accolto neanche in relazione al fatto che tra le parti esistevano »rapporti tesi«, che avrebbero potuto, secondo il ricorrente, portare al riconoscimento della scriminante della provocazione: ciò, si legge nella sentenza, »è in contraddizione con il tempo trascorso rispetto ai fatti indicati come provocatori, poichè una lettera inviata dopo un giorno da essi, col corollario del tempo necessario per concepirla e scriverla, escludono in radice il concetto di immediatezza«. (Fonte Agi)