Vir – Le virtù dell’uomo romano [Recensione conferenza]

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di Angelo Spaziano

Il 17 aprile scorso si è tenuta, nei locali dell’associazione Raido, via Scirè 21, una conferenza dal titolo “Vir, le virtù dell’uomo romano”. Dopo le consuete presentazioni è stato introdotto il relatore, il professor MarIo Polia, una vera autorità in materia, che, con stile inimitabile, ha vivamente ringraziato l’associazione Raido e tutti i convenuti a questa riunione. Parlare di Roma è parlare d’eternità e di come Dio ami le differenze, poiché la provvidenza ama gettare i semi della grandezza umana in ogni parte del mondo e là dove questi sbocciano è presente anche un po’ dello spirito di Roma. Uno Zulu che affronta le micidiali artiglierie inglesi armato solo di una zagaglia e di uno scudo di pelle ha la stessa eroica spiritualità del legionario romano che con sprezzo del pericolo contrastava le orde barbariche. Allo stesso tempo non si deve commemorare il Natale di Roma come se fosse il nostalgico anniversario d’un qualcosa che è stato e che è perduto per sempre. La vera tradizione infatti non conosce passato, ma solo il presente. Nulla è nuovo, nulla è antico, ma tutto è perenne. Si può avere tutt’al più nostalgia – “dolore per il nostos”, ossia per il ritorno – soltanto per il futuro, di ciò che è in fieri nella tradizione. Eppure Roma per ognuno di noi non deve rappresentare solo la creatura storica impersonificata dalla città, bensì deve consistere in un’idea, un progetto da riproporre e con cui rapportarsi. Roma, in breve, significa riuscire a realizzare all’esterno di noi ciò che già è stato costruito al prezzo di duri sacrifici all’interno del nostro animo. Polia ha continuato introducendo per analogia il mito fondativo dell’Urbe, che è quindi anche una “fondazione” interiore dell’uomo. E partiamo da Rea Silvia o Silua o Hyla, che etimologicamente riporta all’etimo di “legno” o “materia da costruzione” – in spagnolo “madera” vuol dire appunto legno – destinato a trasformarsi in maternità spirituale grazie al sacro fuoco di Vesta. Vale a dire la femminilità simbolicamente intesa come patrimonio di tradizioni di un popolo trasmesso nelle generazioni future. Erano le Vestali infatti a fornire la “mola salsa”, una focaccia di farro tostato, ossia l’elemento indispensabile per ogni offerta sacrificale agli dei. Le sacerdotesse sacre a Vesta usavano offrire la “mola salsa” – da cui “immolazione” – in determinati giorni dell’anno alle matrone che portavano loro cibi e primizie. L’altro nome con il quale Silvia è ricordata è quello di “Rea”, cioè la “consacrata” al fuoco sacro dell’ara di Vesta, il Larario del popolo Romano. A questo punto avviene l’incontro di Silvia con Marte, il dio che ha dato il nome al mese nel quale avviene l’equinozio di primavera. Marte presiede al concepimento di eroi e alla possibilità, per la madre, di trasmettere un nutrimento non solo materiale, ma soprattutto spirituale che discende dagli antenati: il “mos maiorum”, base del vivere romano. Il conferenziere ha ricordato, inoltre, che il fuoco di Vesta è una fiamma che trasforma le coscienze, un alimento dell’anima, mentre Venere è la materia “basilare” che deve essere mutata. Se consideriamo Silvia come emanazione di Venere, otteniamo che l’unione di Marte, la potenza ignea, con Venere-materia da fecondare è alla base della trasformazione dell’universo. Da quest’unione umano-divina nacquero due gemelli che furono chiusi in una cesta. In questo caso la cesta “intessuta” simboleggia appunto il tessuto inteso analogicamente come la pelle che avvolge il corpo umano o come l’utero che contiene mitici fondatori di Roma. I due gemelli, “figli della colpa”, vennero quindi abbandonati in un’ansa del fiume. A un certo punto la cesta va ad impigliarsi tra i rami di un fico. L’acqua sta appunto a simboleggiare l’impeto delle passioni che possono furiosamente agitare l’animo della creatura-uomo. Significato celato anche nel termine “rumon” o “reo”, ovvero, ciò che scorre, etimo che chiaramente richiama il nome di Roma. I due fratelli in questo caso rappresentano i due principi dominanti l’animo umano, che navigando sulle acque perigliose dell’esistenza, attraversa i pericoli che ogni eroe deve obbligatoriamente superare per essere ritenuto tale. Riuscire a passare indenni il fiume, infatti, dimostra la capacità di vincere le turbinose prove della vita. Polia ha ricordato anche il significato recondito del fico “ruminale”, albero sacro il cui nome, “ruma” significava, probabilmente, mammella ed era in relazione con l’allattamento dei due gemelli da parte della lupa e anche stavolta col nome di Roma. Allattamento avvenuto appunto all’ombra del fico. L’albero era anche l’asse del mondo e si ricorda una dea Ruminalia che veniva venerata con offerte di coppe colme di lattice di fico, “ogias” in sanscrito, in quanto anche nelle leggende indiane il Buddha raggiunse l’illuminazione sotto un albero di fico. Ogias, quindi come seme divino da contrapporsi a “bindu”, seme naturale. Da questa radice, “ogias”, che comprende l’idea di aumento, incremento, si giunge all’etimo “aug” e da questo a “augustus”, cioè energia divina o “auctoritas”, capacità del fare. La lupa che allatta i due gemelli invece è da riferirsi da un lato al dio “olimpico” per antonomasia, vale a dire Apollo, che con l’attributo di “lycos” ricordava la tradizione che voleva il divino provenire dalle regioni iperboree e la capacità di rendere eroi gli uomini. Di questo significato “celeste” è permeato Romolo. Dall’altro lato c’è la valenza infera, ctonia, del lupo, confluita nel gemello negativo Remo, che, come il Fenrir germanico, richiama l’aspetto tenebroso del potere. Solo uccidendo in modo sacrale il Remo che c’è in noi si riuscirà a divenire immortali eroi. Da non dimenticare infatti che l’yubris, cioè la dittatura dell’io, allontana l’uomo dal divino.