Intervista a Nadia Sala

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A cura del Cuib Femminile

In vista del prossimo raduno dell’ACSAF, riportiamo un’intervista apparsa qualche tempo fa su Rinascita, a firma di M. Managò, rilasciata dall’Ausiliaria Nadia Sala. Ancora una volta, le sue parole e le testimonianze di tutte le Ausiliarie che decisero di offrire la loro giovinezza senza dubbio alcuno alla Patria, evocano una forza che non ha smesso di contrapporsi alla menzogna dei cosidetti “vincitori”.

Nadia Sala, classe 1928, originaria di Como, è un’Ausiliaria superstite del Servizio Ausiliario Femminile (SAF), il Corpo volontario, al fianco degli uomini della Repubblica Sociale, costituito con decreto di Mussolini il 18 aprile del 1944. Nadia è la quarta di otto figli, i primi tre dei quali, due fratelli e una sorella, erano già partiti come volontari nelle Forze Armate della RSI. Non volendo rimanere inerte dinanzi agli eventi, decise, alla verdissima età di sedici anni, di arruolarsi. Dopo il corso come “marconista” a Milano prese servizio al Comando generale del SAF a Como, lavorando nell’ufficio matricola dal primo ottobre 1944 al 26 aprile 1945. Arrestata alla fine di maggio venne condotta in un centro di raccolta e smistamento dei fascisti catturati, ubicato a Milano in via Palmieri; successivamente, il dieci giugno, fu trasferita a Sesto San Giovanni, dove la situazione era estremamente tesa, tanto che una notte ci fu un vero e proprio assalto. «Sembrava – ricorda lei – di essere nei giorni peggiori della rivoluzione francese». La tappa successiva fu il campo di concentramento di Bresso, dove le minorenni vennero separate dalle altre e avviate per la “loro rieducazione morale” a un istituto di suore di Milano, in via Aldini,. Infine, sino alla scarcerazione avvenuta l’undici ottobre 1945, rimase agli arresti in una caserma di Monza.Nadia è un fiume in piena ancor’oggi e, nei locali dell’associazione culturale Raido, ricorda con invidiabile memoria gli eventi vissuti tanti anni prima. Nelle sue parole c’è molta decisione, fermezza, quasi fosse ancora arruolata; è presente un vivo ricordo delle altre Ausiliarie e dei legami affettivi di un tempo ma non una lacrima scende dai suoi occhi tuttora pieni di energia e di determinazione.

La prima domanda che le rivolgo è la seguente: quali furono le motivazioni della scelta di arruolarsi nel SAF?

Volevo fare la mia parte, comunque fosse andata a finire. E scalpitavo in attesa di compiere i sedici anni, che erano l’età minima per potersi arruolare. Come aveva detto il Duce, “la Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina”.

Quale fu l’atteggiamento dei suoi genitori?

Inizialmente cercarono di dissuadermi, anche se condividevano i miei stessi ideali. Avevano già tre figli arruolati e in quel momento io ero la maggiore, con altre due sorelle e altri due fratelli più piccoli. Ma alla fine mio padre si convinse e mi accompagnò a Milano, dove era appena iniziato il Terzo Corso di addestramento dell’Opera Balilla, da cui saremmo transitate nel SAF.

Com’era il rapporto con gli uomini della RSI con cui venne a contatto?
(dalla monografia)
Al momento dell’arruolamento, le condizioni espressamente richieste erano due: il patriottismo e la moralità. I ragazzi erano consci che con le Ausiliarie avrebbero dovuto tenere una condotta irreprensibile, considerandole come donne in armi e non come possibili partner. Tra noi e loro c’era una grandissima solidarietà. Un grandissimo cameratismo.

Lei ebbe l’occasione di vedere personalmente Mussolini il 18 dicembre del 1944, a Milano, il giorno in cui giurarono le Ausiliarie del Corso “Giovinezza”. Cosa ricorda di quell’occasione?

Ero giovanissima e avevo la tipica presunzione dell’età. Quando mi raccontavano che tutte si commuovevano, trovandosi di fronte al Duce, mi sembrava che esagerassero. Quel giorno, invece, capii che ero io, a sbagliarmi. Ricordo il suo sguardo magnetico, il suo carisma straordinario. Nonostante tutto mostrava la più grande forza interiore. Anche le Ausiliarie che avevano qualche anno in più di me ne erano galvanizzate. E commosse.

Dove si trovava il 25 aprile?

Ero a Como, dove prestavo servizio. La situazione, lì, non era particolarmente allarmante.
Come fu il reinserimento in una società travolta ancora dalla guerra civile?
Superato il periodo iniziale dei massacri e delle violenze indiscriminate, si entrò in una fase di attesa. I miei genitori avrebbero voluto che tornassi al liceo, ma io non me la sentivo. Mi sembrava assurdo tornare tra i banchi di scuola, dopo quello che avevo vissuto da Ausiliaria. Meglio andare subito a lavorare.

Quale opinione nutrì nei confronti dei vincitori?

Non li capivo. Non capivo perché gioissero nel consegnare la nostra Patria agli angloamericani. Si comportavano come se avessimo vinto la guerra, quando invece l’avevamo persa. Provavo rabbia per il modo in cui ribaltavano la realtà delle cose e accusavano il Fascismo di ogni possibile misfatto. E poi ci fu quello che fecero: gli omicidi efferati, gli stupri, un’esplosione di bestialità che non ci aspettavamo affatto e che non può essere né giustificata né perdonata. La mia amica Luciana Minardi, di Imola, è stata violentata e massacrata il 26 maggio. Non aveva ancora compiuto 17 anni.

Si è mai pentita della sua decisione, anche in un breve momento di sconforto?

Mai. Non ho mai avuto nessun dubbio riguardo alle scelte che avevo fatto. Anche nei momenti più difficili ho fatto leva sul mio codice morale e sul mio senso di disciplina. Ero stata un’Ausiliaria e avrei continuato a comportarmi come tale.

Ritiene che il silenzio sulle vostre vicende stia diminuendo, in favore di una doverosa ricostruzione storica?

Solo in parte. L’unico vero modo di renderci giustizia sarebbe riconoscere le nostre motivazioni ideali, che erano le stesse del Fascismo. Ricostruire le nefandezze dei partigiani rischia di essere una rettifica fine a se stessa, per quanto doverosa.

Cosa pensa del ruolo della donna durante il Fascismo?

Ci fu uno sviluppo completo del ruolo femminile. Tra le tante altre cose si incentivò la pratica sportiva da parte delle ragazze: la Chiesa non vedeva di buon occhio l’abbigliamento “succinto” delle atlete, ma il Fascismo non si lasciò condizionare. La serietà dei costumi passava da ben altro che da un paio di calzoncini sopra il ginocchio.

Cosa pensa del ruolo della donna nella società attuale?

Credo che sia tutto sbagliato. Le donne sono costrette a dividersi tra mille impegni, dentro e fuori di casa. E per di più devono preoccuparsi ogni volta che escono, specialmente di sera o nelle zone isolate. Quanto ai modelli televisivi, dalle veline in poi, non vorrei proprio essere nei panni delle giovani donne di oggi. Oggi domina l’apparenza, la superficialità. Ma la chiamano “emancipazione”.

Cosa pensa quando vede delle ragazze che hanno all’incirca la stessa età di quando lei si arruolò? Un aggettivo?

Passive. Succubi delle mode e della tendenza a bruciare le tappe. Così facendo hanno cancellato il loro periodo più bello: l’adolescenza. Le donne di quest’epoca, inoltre, mi sembrano in perenne antagonismo con gli uomini, senza capire che la loro dignità e la loro forza non sta nella contrapposizione ma nella complementarietà. Io ero orgogliosa di fare solo la moglie e la madre, prima che mio marito morisse e io fossi obbligata a riprendere a lavorare.

Quanto conserva, nel suo quotidiano, delle esperienze e dei trascorsi avuti?

Moltissimo. Credo negli stessi valori e cerco di trasfonderli in tutto quello che faccio, anche nei piccoli gesti di ogni giorno.

Qualcosa la deluse durante la permanenza nel SAF?

Non ricordo nessuna delusione. Al contrario: ricordo un grande entusiasmo e delle persone di valore.

Le immagini dell’epoca ci offrono Ausiliarie sempre in forma, sorridenti e belle, era proprio così?

Non esageriamo. Di sicuro eravamo piene di convinzione e di energia. Il Fascismo aveva fatto moltissimo per migliorare le condizioni di vita dei giovani e dei ragazzi e i risultati si cominciavano a vedere. Facevamo una vita sana e questo si rifletteva nel nostro aspetto. E sorridevamo spesso, questo sì.

Ha mai festeggiato l’otto marzo?

No!

E il 28 ottobre, dopo il 1945?

Sì. Quando è stato possibile ho partecipato alle cerimonie. Negli altri casi l’ho fatto privatamente, anche solo nel chiuso del mio cuore.

Cosa pensa di dovere al Fascismo?

Tutto. Mi ha dato un sistema di valori e mi ha permesso di sapere cosa significa vivere in una nazione che li mette in pratica ogni giorno. È per questo che l’attuale situazione dell’Italia mi sembra ancora più degradata e spaventosa. Ho visto un’Italia mille volte migliore, di quella che c’è oggi dopo sessant’anni di cosiddetta democrazia.

Con le altre ragazze del SAF è rimasta in contatto, avete modo di vedervi e confrontarvi con lo stesso cameratismo dell’epoca o si è affievolito qualcosa?

Con alcune di loro ci siamo ritrovate, e abbiamo cominciato  a vederci con una certa regolarità a partire dal 1994, quando abbiamo fondato l’ACSAF, di cui Giovanna Deiana è presidente. È stato importantissimo costituire un gruppo femminile autonomo, libero da ogni ingerenza maschile e fuori dal solito reducismo puramente commemorativo. Il nostro legame è ancora forte, e si ravviva nei raduni. Mi piace indossare il basco grigioverde col simbolo del SAF, ma personalmente non amo portare la bandiera: lo considero quasi una sorta di esibizionismo.

Si è mai sentita (o l’hanno fatta sentire) un’eroina?

No, per niente, anzi mi darebbe fastidio. Ero appagata di quello che facevo e tanto bastava. Mi sembra eccessivo anche parlare di spirito di sacrificio. Abbiamo solo fatto il nostro dovere. Ed era quello che volevamo.

Cosa risponde a chi vi definì illuse e sprovvedute?

Sprovveduti sono loro. Parlano per sentito dire. Oppure sono in malafede.

In tutti questi anni di silenzio intorno alle vostre vicende, cosa l’ha ferita di più?

Il modo in cui si è demonizzato il Fascismo, per poi sostituire la “terribile dittatura” con quest’Italia corrotta in cui non funziona un bel niente e le cose vanno sempre peggio. Negli anni mi sono sempre chiesta il perché del livore di tanti antifascisti verso di noi, di quest’odio spinto all’eccesso pur essendo usciti vittoriosi dalla guerra civile: mi sono risposta che ci odiano perché avvertono in noi una tempra morale superiore. Ci odiano perché non siamo accomodanti coi loro vizi e vizietti. Il loro è un bisogno di rivalsa: è la loro risposta a un complesso di inferiorità nei nostri confronti.