Donne di lotta e di fede [Recensione]

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di Loredana Dattilo

Sabato 22 maggio scorso si è tenuta nei locali dell’associazione Raido, in via Scirè, 21 una conferenza dal titolo: “Donne di fede e di lotta”. Una delle ragazze del cuib femminile ha introdotto l’allocuzione di Simona Carucci, ricordando come la storiografia ufficiale spinga per fare del 150° anniversario dell’Unità l’ennesimo panegirico su un risorgimento che, partito dai moti rivoluzionari del 1848, è giunto trionfalmente alla dichiarazione del Regno d’Italia nel 1861 da parte dei Savoia. Questo è solo parzialmente vero. La borghesia, infatti, si identificava pienamente con questa “nuova realtà”, ma il popolo, al contrario, si schierava al completo dalla parte dei propri sovrani e della fede contro la ventata di laicità che la rivoluzione francese aveva esportato con le armi in tutta Europa. Vi furono diversi strati della popolazione, infatti, che si opposero strenuamente al moto risorgimentale e, tra questi non mancarono le donne, che difesero con le unghie e coi denti i loro re, la loro religione e la loro terra, intesa come Patria. Queste pagine dimenticate sono l’argomento dell’odierna dissertazione. Poi ha preso la parola Simona, che ha ringraziato il cuib per questa opportunità che l’ha alquanto emozionata, perché si è trovata a parlare dallo stesso scranno dal quale hanno dissertato i suoi maestri. Simona ha esordito dicendo che nelle vicende umane non è mai tutt’oro quello che luccica. Questo vale soprattutto per la storiografia ufficiale sul risorgimento, prima istituzionalizzata dai Savoia, poi utilizzata dal fascismo per rinverdire l’amor patrio e ancora sfruttata dalla repubblica fondata sull’antifascismo che ne ha riconosciuto l’importanza per mantenere unito il paese. Fortunatamente vi è anche una storiografia “revisionista” che dimostra come l’unità d’Italia è stata realizzata nel peggiore dei modi possibili; utilizzando ideologie laiche e giacobine commiste con oscure influenze massoniche. Le conseguenze furono catastrofiche, con una guerra d’annessione che non fu altro che un’invasione del Sud da parte del Nord e con un Garibaldi che già dall’inizio dell’impresa dei Mille deluse molti dei suoi soldati. Fu ancora peggio quando l’esercito piemontese, una volta piantate le tende, impose leggi liberticide, tasse ancora più dure di quelle borboniche, la leva obbligatoria, e aprì la “stanza dei bottoni” a camorra, mafia e a quant’altro di torbido poteva esserci nella società meridionale. E tutto questo con il beneplacito del re. Si potrebbe paragonare la ribellione del Sud Italia con quella della Vandea ai tempi della rivoluzione francese. Vi fu, in effetti, uno scontro tra una concezione modernista e laicista dello stato e quello che era il modo tradizionale e feudale del concepire la patria. La società civile del meridione d’Italia, infatti, ebbe moti di ribellione e rabbia nei confronti dei piemontesi, vedendosi e sentendosi, con la scusa dell’unità, invasa e oppressa. Il brigantaggio quindi fu una ribellione sul tipo vandeano, e come tale fu combattuto dai Savoia, che appunto vollero svilire i belligeranti equiparandoli a tagliaborse o rubagalline. Eppure quasi la metà dell’esercito sabaudo dovette sostenere più di sette anni di duri combattimenti contro questi “rubagalline”. In quest’arco di tempo morirono ben 270.000 civili, ma su quest’argomento i libri tacciono, o blaterano di un fenomeno criminoso, oppure, utilizzando categorie veteromarxiste, parlano di lotta proletaria ante litteram. Tutte queste non sono altro che mistificazioni utilizzate dagli storici “ufficiali” per celare la scomoda verità. Vale a dire che il popolo del Sud combatteva per la tradizione. E in questa guerra civile le rappresentanti di sesso femminile hanno dovuto subire la “damnazio memoriae” per tre volte. Infatti furono dapprima obliate perché considerate brigantesse, poi in quanto donne, quindi poiché l’opinione pubblica le detestava. Esse, invece, rappresentarono fulgidi esempi di eroismo e per ben sette anni combatterono come ausiliarie accanto ai loro uomini in questa insorgenza. Vi sono a tutt’oggi poche fonti ufficiali e, comunque quasi tutte assai poco veritiere sull’argomento. D’altra parte, allorché le brigantesse incappavano nelle retate, quasi tutte dichiaravano di essere state rapite e costrette a fare quella vita. In tal modo spesso, invece di marcire per lunghi anni in galera, riuscivano ad avere consistenti sconti di pena. Tramite le ballate tradizionali giunte fino a noi si ha così una visione alquanto diversa delle brigantesse. Ma con questo non si vuole dare un’immagine edulcorata o romantica del fenomeno. Simona ha poi ricordato alcune delle eroine più rappresentative di questo periodo storico. A iniziare da Maria Brigida, innamorata di un brigante che poi la abbandonò, fino a che, braccato dall’esercito, l’uomo non tornò da lei, che fece scudo col suo corpo all’amato, prendendo la raffica di pallottole e morendo al posto suo. A seguire Luigia Cannalunga, madre di due briganti che rimase insieme ai suoi due figli fino alla loro morte per poi tornare alla vita dei campi portandosi appresso la nuora vedova con una bimba. Vi sono inoltre donne che scelsero consapevolmente il ruolo di comando e di responsabilità, rischiando in prima persona. Ad esempio la regina Maria Sofia, diciannovenne, sorella di Sissi d’Asburgo, spigliata, intraprendente, e che divenne supporto indispensabile per il marito che, seppure di alta levatura morale, era troppo timido e fatalista. Anche dopo la sconfitta, la fuga a Gaeta e l’esilio a Roma, l’ex sovrana sostenne moralmente ed economicamente tutti i moti antipiemontesi, fino a giungere, una volta trasferitasi a Parigi, a frequentare circoli anarchici. Molto probabilmente fu proprio lei la mandante occulta del regicidio di Umberto I a Monza. Altro esempio di donna di lotta fu quello di Michelina Di Cesare, compagna del brigante Guerra, molto stimata come combattente. La Di Cesare morì in battaglia e i soldati piemontesi, dopo averne denudato il cadavere, lo fotografarono per deriderlo. Cherubina Di Pierro fu invece una rarità, perché, appartenente alla piccola borghesia, fondò una banda di fuorilegge arruolando illegalmente truppe a favore dei Borboni. Rosa Giuliani invece denunciò il suo uomo per gelosia, mentre Maria Oliviero, che combatteva vestita da uomo, fu presa e condannata a morte, anche se poi la pena fu mutata nell’ergastolo. Tutte queste donne erano parte integrante dell’identità di un popolo che era anche il nucleo comunitario da cui provenivano. Dopo la loro dura lotta tornavano al loro ruolo di madri, mogli, sorelle e quindi divenivano memoria atavica di tutto il loro mondo, allo stesso modo in cui la ninfa Egeria aveva istruito Numa sui rituali della romanità nascente. Le norme liberticide del tempo, come la legge Pica, crearono all’incirca lo stesso clima che per secoli vi fu in Irlanda sotto il giogo inglese o, che attualmente sussiste tra palestinesi e israeliani. Dal pubblico è stata posta una domanda su dov’erano i briganti all’inizio della guerra e se in fondo essi, lungi dall’abbracciare nobili ideali di libertà, non si mobilitarono solo contro le tasse e la leva obbligatoria. Simona ha risposto che in prima istanza il popolo, briganti compresi, pensava che l’esercito borbonico sarebbe riuscito in qualche modo a bloccare l’invasione. Inoltre non è possibile concepire in termini ideologici moderni il brigantaggio, che fu un movimento di fedeltà al trono e all’altare. La presentatrice ha concluso mettendo in evidenza come in tutta la storia le donne hanno seguito con amore e coraggio le scelte dei propri uomini e ne hanno trasmesso i valori ai figli e alla famiglia. La camerata ha ricordato, inoltre, che questa è stata anche la conclusione a cui è giunto il gruppo di studio sul ruolo della donna nella legione in Romania.