Liberata ma malata

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a cura del Cuib Femminile

Sfogliando la rivista Eowyn, pubblicata a cavallo tra gli anni 70 e 80, a cura del Coordinamento Femminile del MSI dove si tentava di fornire una visione della donna alternativa a quella proposta dal femminismo, abbiamo trovato questo interessante e quanto mai attuale articolo. Nonostante siano passati più di vent’anni, le conseguenze della tanto agognata emancipazione hanno, sulla donna, gli stessi effetti…

Ciò che negli ultimi anni è accaduto alla donna è piuttosto scioccante. Giuste alcune rivendicazioni, legittima l’emancipazione, logica l’equiparazione dei diritti, ma, bisogna ammetterlo, mentre il vertice femminista esulta nel trionfo, la base femminile annaspa perplessa. La tradizione consolidata nei secoli della donna “kuke-kische-kinder” è improvvisamente scaduta. Senza preavviso e senza preparazione, la donna odierna si sente chiamata a lavorare, “realizzarsi”, rendersi indipendente, autodeterminarsi. Senza, peraltro, rinunciare ai doveri naturali della maternità in senso sia biologico che pedagogico.
Il nuovo ruolo non si sostituisce a quello tradizionale, ma vi si aggiunge, rendendo il tutto terribilmente difficile e faticoso. E tale situazione, specie in assenza di valide capacità adattative, è pesante; addirittura creando uno stato di disagio e sofferenza, diventa l’anticamera delle malattie.


Infatti, da qualche anno, in numerosi convegni medici si va considerando l’evoluzione della ginecologia in rapporto all’emancipazione della donna, poiché la ginecologia è stata sempre la specialità medica più ricca di fenomeni patologici definibili psicosomatici.
Ogni ambulatorio registra l’aumento delle donne d’ogni età che clinicamente non hanno niente, ma che lamentano astenia, disfunzioni, infiammazioni, pre-menopausa e così via, tutte conseguenze della somatizzazione, sull’area genitale, di tensioni inerenti la condizione femminile.
E’ noto, infatti, che la somatizzazione colpisce gli organi più vicini alla problematica sofferta e, nella donna, che vive la crisi del ruolo femminile, la somatizzazione delle sue ansie privilegia il simbolo e la sede fisica della femminilità.
Femminista convinta, o inconscia succube della cultura dominante, la donna odierna si sente emancipata, equiparata, competitiva, mascolinizzata. Lavora e produce, delega l’asilo alla cura dei figli, pretende “liberalizzazioni” però, al di sotto di tali espressioni sociali di comportamento, resta immutabile il destino prioritario da matrice, così contestato e respinto dalla odierna cultura dominante dell’aborto, del piacere fisico senza amore, ecc. E la donna vive sempre più difficilmente questo problema di identità, questo conflitto tra natura e cultura…

Tratto da EOWYN, maggio giugno 1982, anno II, n.5