Evita Peron: una Donna contro l’Oligarchia e i pregiudizi

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a cura del Cuib Femminile

Riportiamo per questo venerdì un articolo di Sonia Michelacci tratto dal nostro fascicolo “Percorsi al femminile”. Buona lettura!

Se le avanguardie culturali e politiche dei movimenti nazional-rivoluzionari e nazional-popolari europei, a cavallo degli anni venti e quaranta, molto hanno contribuito alla definizione e alla configurazione di una nuova concezione dell’universo femminile, ancor di più questa nuova immagine prenderà forma e anima nel corso dell’entusiasmante esperienza rivoluzionaria che attraverserà l’Argentina e la cui impetuosità passionale contagerà l’intero continente sud-americano. Proprio attraverso l’esperienza politica del peronismo avremo modo di vedere come i concetti di “tradizione” e di “rivoluzione” potessero di nuovo, all’indomani della catastrofica fine del secondo conflitto mondiale e della sconfitta delle nazioni dell’Asse, tornare ad incarnarsi in un popolo risorto con una nuova coscienza, in corpi di uomini e di donne che si riconoscevano in Juan Domingo Peron, guida del movimento peronista e soprattutto in Evita Peron, autentica interprete del rinnovamento peronista e anima pulsante e profonda di una rigenerata comunità popolare, quella argentina, che aveva scelto di privilegiare l’affermazione dell’identità nazionale e la ricerca di una vera giustizia sociale quale coagulo di una società dispersa ed eterogenea che per troppo a lungo aveva dovuto sopportare il fardello del cosmopolitismo economico delle Oligarchie connesse al capitalismo internazionale e alla politica estera degli USA.

Certamente il culto popolare di Evita Peron così carico di un afflato mistico che l’aveva come trasfigurata in una “santa” è in gran parte ormai tramontato nell’Argentina odierna, almeno nella forma “fanatica” e di massa che si manifestò fino agli anni sessanta e primi anni settanta, e cioè fino al disastro dell’ultimo governo del presidente Peron e della seconda moglie Isabelita e alla sconfitta militare del movimento guerrigliero peronista Montoneros, che si richiamava appunto con forza alla figura meravigliosa di Evita (‘Si Evita viviera serîa Montonera’…rappresentava la “certezza” morale e ideale del movimento). La figura di Evita Peron permane però ancora nel rapporto che una certa idea tipica della modernità pone fra la politica e la rappresentazione stessa della politica, fra l’idea e la leggenda che continua ancora ad agire simbolicamente come promessa di un prossimo riscatto popolare e come un permanente incubo per l’Oligarchia che non è riuscita nonostante tutto a cancellarla dall’immaginario collettivo. Il mito umano e politico rappresentato da Evita Peron ci appare sempre, ovviamente in queste ricostruzioni, come una leggenda antica, ma allo stesso momento anche moderna, altrimenti il suo fascino non riuscirebbe ancora ad essere così pregnante e coinvolgente nonostante i tanti anni ormai trascorsi. Antica, proprio nel senso che la sua è stata una storia che ha consentito la messa in campo di archetipi di natura quasi atemporale, perfino nelle grandi questioni che la riguardarono nell’intimo rapporto di Evita come donna con il potere incarnato dal marito, il generale Juan Peron, e moderna perché sono pochi gli elementi della sua storia nei confronti dei quali non provare una viva sensazione di prossimità, di attualità, ma soprattutto anche perché il contesto storico, sociale e politico che la fece nascere e vivere da protagonista venne letto, allora, come una premessa di modernità e di progresso. Primo e terzo mondo, arretratezza e ricchezza, razionalità e irrazionalismo, prosa e poesia, fede e sacrificio ci appaiono inestricabilmente uniti, non più distinguibili, nell’Argentina che vedemmo sorgere e consolidarsi con e dietro il fenomeno peronista. E al centro di tutto questo, sempre centrale, giganteggia la figura di Evita Peron, densa e talvolta quasi inspiegabile, odiata e amata visceralmente, inaspettatamente vicina ai culti laici che le masse argentine dei suoi amati descamisados, ovvero i lavoratori, le donne e i bambini, le tributarono con profonda e commovente gratitudine e sincera devozione; e in virtù di questo credere responsabilmente e fideisticamente nella missione di essere la voce potente di quel giustizialismo peronista che fu contemporaneamente, e grazie a lei, la causa e la conseguenza di un profondo processo di modernizzazione e di emancipazione dell’Argentina. Senza che le sfiorasse mai l’idea di volersi sostituire politicamente al marito che rimase sempre al centro dei suoi sentimenti e della comune causa politica: “(…) in tutto quello che ho scritto il meno attento dei miei lettori non troverà altro che la figura, l’anima e la vita del generale Peron e il mio immenso amore per la sua persona e la sua causa. Non dimentico, e non lo dimenticherò mai, che un tempo ero un passero e che continuo ad esserlo. Se il mio volo è più alto, lo devo a lui; se ho raggiunto le vette, lo devo a lui.”
Evita Peron è stata una formidabile mobilitatrice dell’anima e del corpo di milioni di miserabili argentini che videro in lei, come infaticabile leader peronista, la concreta, se non l’unica, speranza di riscatto, è stata una donna che, partendo da un iniziale pulsione istintiva e poi sempre più coscientemente politica dal 1946, si batté genuinamente per i diritti e le garanzie a favore delle fasce sociali più deboli e povere della nazione argentina, giungendo volutamente allo scontro con le Oligarchie di potere economico, clericale e militare, con innegabile valore e conseguendo ragguardevoli successi come la concessione, per la prima volta nella storia dell’Argentina, del diritto di voto alle donne e conseguentemente l’equiparazione della retribuzione delle donne a quella degli uomini con l’applicazione del principio che a un eguale lavoro doveva corrispondere un eguale salario, abolendo così lo sleale sfruttamento salariale del lavoro femminile; e poi la nascita di un moderno sistema di assistenza sociale, la riforma e modernizzazione del sistema sanitario, un vasto programma di intervento a beneficio delle famiglie povere e dei bambini, un’altrettanto vasta campagna per la costruzione di abitazioni popolari, il potenziamento dell’interventismo sindacale e la creazione della magistratura del lavoro prima inesistente, il riconoscimento della eguale dignità della donna e della sua piena cittadinanza sociale e politica nella vita della nuova Argentina. Insomma tutta una serie di instancabili e valide opere dal chiaro ed evidente sapore ispiratore fascista, che andavano a sostanziare la “terza posizione” peronista tra capitalismo e marxismo, promosse da una personalità dotata di un indubbio e concreto carisma che alimentarono nelle masse il mito popolare di Evita: “Quando scelsi di essere ‘Evita’ so che scelsi la strada del mio popolo. (…) Nessuno, se non la gente del popolo, mi chiama ‘Evita’. Così hanno imparato a chiamarmi i descamisados. Gli uomini di governo, i dirigenti politici, gli intellettuali, eccetera che mi fanno visita sogliono chiamarmi ‘Signora’; alcuni perfino mi dicono pubblicamente: ‘Eccellentissima o Degnissima Signora’, e addirittura: ‘Signora Presidentessa’. In me non vedono altro che Eva Peron. I descamisados, invece, non mi conoscono se non come ‘Evita’.(…) Quando un bambino mi dice ‘Evita’ mi sento madre di tutti i bambini, di tutti i deboli ed i diseredati della mia terra. Quando un operaio mi chiama ‘Evita’ mi sento con gioia companera di tutti gli uomini che lavorano, nel mio Paese e nel mondo intero. Quando una donna della mia Patria mi dice ‘Evita’ mi sembra di esser sorella di quella e di tutte le donne dell’umanità. E così, quasi senza accorgermene, ho classificato, attraverso tre esempi, le attività principali di ‘Evita’ nei suoi rapporti con i poveri, con i lavoratori, con le donne.”
Se quella coraggiosa, coerente e contagiosa “missione” politico-sociale le consentì di conquistare l’entusiastica fedeltà delle masse argentine alla causa peronista, le procurò altresì le sempre più velenose e provocatorie accuse di “sovversivismo” da parte della massonica “buona società” di alto rango della nomenclatura affaristica argentina, le cui astiose invettive arrivarono a rasentare l’insulto pur di poter danneggiare l’immagine di Evita e del presidente Peron: quella “buona società” tuttavia scoprì a proprie spese che andarla a “stuzzicare” non era la cosa più intelligente da farsi, Evita era una combattente nata, cresciuta nella strada e formata dalle asprezze della vita, sapeva più che bene come difendersi e soprattutto come vendicare i torti subiti e mettere la museruola ai “cani” della reazione: “Abbaiano? E’ dunque la prova che noi siamo sulla buona strada!.” La nuova Argentina divenne anche, grazie al generoso intervento dei coniugi Peron, il rifugio sicuro per i tanti “vinti della liberazione” che furono costretti ad abbandonare l’Europa all’indomani della sconfitta delle nazioni dell’Asse e molti di questi camerati furono chiamati dalla stessa Evita a collaborare ai programmi peronisti presso gli uffici della Segreteria Generale del Lavoro e della Previdenza che rappresentava, assieme ai sindacati peronisti e alla Fondazione Sociale, il braccio operativo delle tante iniziative messe in campo da Evita.
Purtroppo la sua instancabile attività sarà a termine, minata nel fisico da un male incurabile, la leucemia, si spengerà a Buenos Aires il 26 luglio 1952. L’Argentina piangerà la scomparsa prematura di una delle donne più coraggiose e tenaci che siano mai apparse sulla scena politica mondiale e per il presidente Juan Domingo Peron, che non si riprenderà mai più dal dolore per la morte della amatissima consorte sarà l’inizio di un tracollo morale e politico che si concluderà tre anni dopo con un colpo di stato militare che abbattendo il regime peronista lo costringerà all’esilio forzato in Spagna. “Vi fu, al fianco di Peron, una donna che si dedicò a esporre al Presidente le speranze del popolo, che poi Peron tramutava in realtà. E mi sentirei ampiamente, eccessivamente compensata se la nota terminasse così: Di quella donna sappiamo solo che il popolo la chiamava, con tenerezza, Evita.”

Tratto da “La donna tra Tradizione e Rivoluzione – Il ruolo femminile tra avanguardia e nuove schiavitù” pag. 52 e ss. in “Percorsi al femminile – La donna dalle origini ai giorni nostri”