Il paradiso è all’ombra delle spade…

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In questo curioso ed interessante articolo pubblicato da Avvenire si ritrova la figura del Duce ritratto in un contesto decisamente non ufficiale ma sicuramente più utile a capire chi era l’uomo Benito Mussolini. Ebbene si, il Duce amava duellare di spada, sfidare la sorte e gli avversari per difendere l’onore macchiato, amava esser coerente con quello che diceva e, a quanto pare, non era uno che si tirava indietro, anzi, se la cavava molto bene. Nonostante tutte le descrizioni macchiettistiche che i media ne fanno, insomma, Benito Mussolini era un uomo che univa pensiero e azione e che, se riuscì a portarsi dietro il popolo italiano, lo fece anche grazie ad una statura personale certamente fuori dal comune, che il popolo non poteva fare a meno di percepire. Si tratta di una qualità che forse non riusciamo a capire, così distante dai politici mediocri e impiegati di oggi, che faccia a faccia non intimorirebbero neanche un bambino…

I fioretti del Duce
Più dell’olio di ricino, poté la spada. La politica dei duelli, benché poco conosciuta e sottovalutata dagli storici, rese molto a Benito Mussolini e ai suoi sanguigni gerarchi, a cominciare dal ras di Cremona, Roberto Farinacci.

Il Duce, tra il 1915 e il 1922, piegò a fil di spada i suoi più tenaci avversari, sfidandoli a memorabili performance da moschettiere. Colpito da ingiurie, vere o presunte tali, Mussolini sfidò a duello il giornalista Mario Missiroli, il leader socialista Claudio Treves, il deputato Francesco Ciccotti Scozzese, l’anarchico Libero Merlino e il maggiore Cristoforo Baseggio, che pure fu tra i fondatori dei Fasci. Da tutte le cavalleresche tenzoni, il Duce uscì vincitore, spesso infliggendo gravi ferite, nel corpo e nell’orgoglio, ai suoi più fieri antagonisti.

Mussolini fece un uso propagandistico straordinario dei duelli, attraverso i quali umiliò gli esponenti della classe politica che sostituì salendo al potere. Tali scontri spettacolari, amplificati dalla stampa fascista, specialmente dal Popolo d’Italia, contribuirono a fabbricare il mito del Duce e ad alimentare la fama del suo ardimento e del suo coraggio fisico, che effettivamente erano notevoli. Se si tiene presente che Mussolini scampò anche a quattro attentati, tra il 1925 e il 1926, vi fu materia sufficiente per costruire la narrazione della leggendaria invincibilità e immortalità del capo.

Per spinta emulativa, anche i fedelissimi del Duce, a cominciare da Roberto Farinacci, impugnarono la spada. Ma tra i più celebri duellanti in camicia nera bisogna includere anche Curzio Malaparte, Galeazzo Ciano e molti altri.

Farinacci doveva aver preso certamente lezioni di fioretto, se è vero, come è vero, che la sua fama di schermidore lo portò ad affrontare addirittura un campione di spada.
Nel dicembre 1921, a Cremona, i manganelli degli squadristi sfondarono il cranio del socialista massimalista Attilio Boldori. Farinacci, sentendosi offeso per i toni delle cronache del quotidiano locale, La Provincia, mandò i suoi padrini dal direttore del giornale, Claudio Miotti.

Un’altra vertenza cavalleresca fu quella che oppose il ras cremonese – che dal 1925 al 1926 fu il potente segretario del Partito nazionale fascista – all’avvocato Vincenzo Arangio Ruiz. Chi era costui? Giurista, al tempo della marcia su Roma era presidente dell’Associazione nazionale combattenti e fiduciario dei Fasci per la provincia di Modena. Poco dopo, tra il 1923 e il ’24, si consumò la sua metamorfosi e il suo passaggio all’antifascismo. Bollato come traditore, Arangio Ruiz fu infilzato dalla spada di Farinacci, a Bologna, il 14 gennaio 1924. Invano si cercherebbe nelle note biografiche di Ruiz un accenno, non diremmo al duello, ma neppure ai suoi trascorsi littorii. Preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli, aderì al Partito liberale e ricoprì la carica di ministro della Giustizia nel secondo governo Badoglio (1944), poi quella di ministro dell’Educazione nel terzo governo Bonomi e nel governo Parri, fino al novembre ’45.

La “carriera” di Farinacci quale moschettiere proseguì con altri duelli. Il 28 settembre 1924, il ras fu ferito dal principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, mentre la vittoria gli arrise nello scontro con il socialista Francesco Buffoni (padrini, Leonida Repaci e Pietro Nenni), avvenuto a Castelvetro Piacentino, alle porte di Cremona. Con la perdita della mano destra, durante il lancio di una bomba in una battuta di pesca in Africa Orientale, il gerarca più irriducibile non poté più neanche lontanamente immaginare di gareggiare di nuovo nelle tenzoni di spada.

Bisogna peraltro ricordare che i duelli erano proibiti dalla legge e che gli sfidanti – e i loro padrini – dovevano affrontare autentiche peripezie per sfuggire al controllo della polizia, che non di rado giungeva sulla scena della contesa cogliendo in flagrante gli spadaccini. Dunque, gli episodi che abbiamo citato in questa breve ricostruzione avvennero nella clandestinità e su di essi, svanita l’effimera aura di leggenda, calò infine l’oblio.

Roberto Festorazzi

fonte: avvenire.it