Il caso Pomigliano e l’agonia del modello privatistico della contrattazione collettiva

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In questi ultimi tempi tiene banco sullo scenario politico-economico italiano, accanto allo stucchevole braccio di ferro tutto in casa tra Pdl e finiani, la vicenda relativa al nuovo indirizzo che la Fiat di Sergio Marchionne vorrebbe dare alle cosiddette “relazioni industriali” in Italia, con una nuova tipologia di concertazione che, nei fatti, si concretizza nella volontà di svincolarsi dalle “rigidità” di un modello storicamente fondato sulla contrattazione collettiva nazionale di categoria, per approdare a modelli più “flessibili” che diano maggior rilievo alla contrattazione decentrata, in particolare quella aziendale. Il tutto al fine, sostanzialmente, di introdurre condizioni di produzione e di lavoro diversificate e modulabili caso per caso (in materia di turni ed orario di lavoro, straordinari, organizzazione del lavoro, assenteismo, malattia, sanzioni e diritto di sciopero), improntate alla ricerca ossessiva della tanto favoleggiata competitività nel mondo globalizzato dell’economia mondiale, che ormai non conosce più confini, delimitazioni, regole o principi, né tecnici, né tantomeno etico-spirituali, che la sappiano incanalare nella giusta direzione.

Questo neostacanovismo produttivistico si traduce, di fatto, al di là di quanto si voglia sostenere, in un peggioramento delle condizioni non solo di lavoro, ma anche, e soprattutto, di vita, nel senso più ampio del termine, dei lavoratori, sempre più ridotti a mera “risorsa umana” (secondo una delle espressioni più infelici del nuovo lessico capitalistico moderno), da spremere fino in fondo al fine di giungere alle agognate mete tutte materialistiche del pragmatismo capitalistico.

Ciò che la Fiat chiede è sostanzialmente di smantellare il sistema della contrattazione collettiva in nome dell’autonomia d’azione delle imprese: per spostare la produzione della Nuova Panda dalla Polonia agli stabilimenti di Pomigliano d’Arco, con l’assunzione di 5.000 operai e l’investimento di 700 milioni di euro, si dovranno accettare le nuove condizioni contenute nell’accordo firmato lo scorso giugno tra la Fiat ed i sindacati Fim (di area CISL), Uilm (di area UIL) e Fismic (sindacato autonomo storicamente nato da una scissione dalla CISL); condizioni che comporteranno una serie di deroghe in pejus al contratto collettivo dei metalmeccanici.

In vista dell’imminente discussione sulle modalità che dovrebbero portare alla definitiva approvazione delle deroghe, la Federmeccanica, intimorita dalla proposta avanzata dalla Fiat circa la possibile, futura creazione di una nuova associazione di rappresentanza di settore esterna alla Confindustria (Federauto), ha provveduto a recedere dal contratto collettivo vigente, quello del 20 gennaio 2008 (che era stato firmato dalla Fiom), onde lasciare operativo soltanto l’altro accordo separato (in sostanza un secondo contratto collettivo), del 15 ottobre 2009, stipulato con Fim e Uilm (ma non con la Fiom), che consentirebbe con più facilità di inserire integrazioni e deroghe. In tal modo, in vista proprio delle deroghe in pejus da apportare al contratto, specificamente previste, per adesso, a livello di contrattazione aziendale per lo stabilimento di Pomigliano, la Federmeccanica ed i sindacati aderenti all’accordo intendono aggirare possibili azioni giudiziarie minacciate dalla Fiom.

Al di là dei tecnicismi che si nascondono dietro la vicenda, è chiaro come si stia compiendo un ulteriore, grave passo avanti verso un modello economico sempre più dominato dai principi dello sregolato e disanimato capitalismo moderno, che pure tanti danni ha causato e continua a causare, nelle sue nuove forme (che nascondono peraltro sempre la stessa sostanza), ma che rimane il modello economico sbandierato come il migliore, il più completo ed il più redditizio per tutti.

Dopo aver delocalizzato per anni le proprie produzioni in paesi dove la manodopera ha costi bassissimi, prossimi allo zero, e dove le tutele per i lavoratori sono spesso e volentieri inesistenti o comunque insufficienti, la Fiat vuole imporre simili condizioni all’Italia per riportare nel paese alcune produzioni: un progetto inaccettabile che, però, è stato accettato e verrà ratificato.

Questo vulnus aprirà ovviamente la strada a future ulteriori deroghe, perché sia la Fiat stessa per altri suoi stabilimenti, sia tante altre imprese (perché la Fiat sì e noi no?) chiederanno di seguire questo stesso principio. L’economia bussa così ancora una volta alla porta e vuole dare l’ultima definitiva spallata alla politica (per quel poco che ne resta) ed a tutte le rigidità del “sistema-paese” (altra espressione tipica del vocabolario imprenditoriale moderno), onde rendere sempre più definitivo il proprio predominio su ogni aspetto della società, diffondendo i propri metodi e i propri linguaggi a tutti i domini e gli ambiti di quella che una volta si poteva chiamare “comunità”, e che oggi è solo una atomistica e sbandata “società”.

E’ interessante notare come tutto quello che sta accadendo sia possibile grazie all’attuale sistema di contrattazione vigente in Italia (e ormai ovunque) dal secondo dopoguerra, in cui i contratti collettivi di lavoro sono tornati ad operare, come già accadeva prima dell’avvento del fascismo in Italia, in un ambito puramente privatistico.

Infatti, occorre ricordare che durante il periodo corporativo fascista il contratto collettivo era inquadrato in un ambito pubblicistico: per ciascuna categoria di datori di lavoro, di lavoratori, artisti o professionisti era riconosciuta legalmente una sola associazione; in seguito al riconoscimento, a mezzo di decreto, l’associazione diveniva persona giuridica di diritto pubblico, ente ausiliario dello Stato, sottoposta ad una serie di controlli. Il sindacato veniva dunque dotato di un potere di rappresentanza legale di tutti i soggetti (iscritti o meno) appartenenti alla categoria per cui era costituito. Di conseguenza, il contratto collettivo stipulato dal sindacato medesimo era vincolante per tutti gli appartenenti alla categoria ed era inderogabile in pejus da parte del contratto individuale. Successivamente, con l’emanazione del codice civile del 1942, il contratto collettivo venne inserito nella categoria delle norme corporative e sottoposto ad una disciplina specifica come vera e propria fonte di diritto (si veda la vecchia formulazione dell’art. 1 delle Preleggi al codice civile), seppure in posizione gerarchicamente subordinata rispetto alla legge ed ai regolamenti.

Questo inquadramento pubblicistico, tra l’altro, faceva sì che assai frequentemente, nell’ottica partecipativa e di istituzionalizzazione delle componenti sociali propria nell’idea corporativa, la legge stessa lasciasse ampi spazi regolativi alla contrattazione, affidandole spesso la disciplina di intere materie.

Un contratto collettivo inquadrato nel diritto pubblico e trasformato in vera e propria fonte di diritto, non poteva evidentemente essere oggetto di deroghe unilaterali di natura privatistica da parte di qualsivoglia soggetto che decidesse di far prevalere i propri interessi di parte su quelli dello Stato e della collettività nazionale; inoltre, disponeva di un’efficacia erga omnes automatica, estendendo come detto i suoi effetti a tutti i soggetti appartenenti alle categorie interessate, senza che fosse possibile sottoscrivere intese separate o avviare trattative con diverse sigle rappresentative, generando confusione e contrasti, come sta accedendo adesso.

Oggi la questione dell’efficacia soggettiva del contratto collettivo viene pertanto generalmente ricostruita, data la natura privatistica di quest’ultimo nell’ordinamento attuale, sulla base delle norme civilistiche in tema di mandato rappresentativo; di conseguenza, non può che riconoscersi al contratto collettivo, quantomeno in linea di stretto diritto, un’efficacia soggettivamente limitata ai soli iscritti alle associazioni stipulanti, con tutte le problematiche conseguenze del caso[1].

Al riguardo è molto istruttivo notare anche un altro fatto. Si sente continuamente parlare dell’importanza, della quasi “sacralità” (tutta laica, ovviamente) della nostra Costituzione repubblicana, si alzano polveroni in continuazione sulle presunte violazioni che subirebbe. Nessuno, però, ipocritamente, ha il coraggio di ricordare come, quando non si sia voluto dare attuazione a certe norme “scomode” per qualcuno, lo si sia fatto tranquillamente: il riferimento è, ad esempio, all’art. 39 della nostra Costituzione, che prevede un meccanismo per consentire la stipula di contratti collettivi con effetti erga omnes, proprio in previsione dei problemi che avrebbe comportato un ritorno ad un inquadramento puramente privatistico dei medesimi. La norma in oggetto disporrebbe che i sindacati, previo espletamento di una procedura di registrazione presso uffici locali o centrali, possano, “rappresentati unitariamente in proporzione ai loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”: si trattava di accordi con efficacia normativa extra ordinem rispetto ai principi del diritto privato.

La norma costituzionale è rimasta tuttavia priva di attuazione per la resistenza, ovviamente, delle stesse organizzazioni sindacali, le quali temevano che, soprattutto nel clima politico del primo dopoguerra, la procedura di registrazione avrebbe in qualche modo limitato la loro “libertà d’azione”[2].

In realtà, dato che, come dice la norma in questione, “è condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica”, la registrazione stessa non si presentava come uno strumento tramite cui lo Stato avrebbe potuto limitare la cosiddetta libertà sindacale, ma un mezzo finalizzato a verificare e garantire nel tempo la democraticità della sua articolazione interna. Al di là dei discorsi che si potrebbero fare sul concetto di “democraticità”, sull’effettivo assetto che dovrebbero avere simili organismi, nonché sulla necessità di un’opera di indirizzo e di correzione, da parte dello Stato, degli interessi di parte sottesi all’azione dei medesimi, cui si accennerà fra breve, nell’ottica di chi ha redatto la norma si trattava di realizzare un bilanciamento dei poteri sociali. A fronte di una vera e propria potestà normativa concessa di fatto ai contratti collettivi stipulati da quelle organizzazioni sindacali, in radicale contrasto con i principi dell’autonomia privata, si prevedeva un contrappeso in favore dello Stato ed a carico dei sindacati, costituito da garanzie formali e adempimenti sostanziali che assicurassero la suddetta democraticità degli ordinamenti interni di questi ultimi.

La norma è rimasta dunque lettera morta, e pertanto, di fatto, l’attuale sistema delle relazioni industriali sarebbe incostituzionale. Ancor di più lo sarà con l’introduzione del “modello Pomigliano”. Ma a chi interessa? In fondo la Costituzione e le sue violazioni si chiamano in causa, come tante altre cose, solo quando fa comodo[3].

In un contesto organicistico e corporativo, dunque, l’efficacia erga omnes verso una serie indeterminata di soggetti e l’inderogabilità in pejus fanno del contratto collettivo una fonte normativa. Diversamente, il contratto collettivo fatica a perseguire l’interesse pubblico ed il bene comune, ma tende ad essere un compromesso fra meri interessi privati: rimane, infatti, emanazione di soggetti di diritto privato, quali sono i sindacati e le associazioni datoriali, senza più la direzione e l’avallo dello Stato, che possa garantire alla trattative ed al loro esito la finalità del perseguimento dell’interesse della comunità di popolo e, conseguentemente, possa attribuire una valenza pubblicistica e normativa al contratto stesso.

Rimangono solo il principio della libertà sindacale e dalla libera iniziativa privata, che indirizzano i due soggetti: ma una contrattazione tra soggetti privati portatori di egoistici interessi di parte, senza il necessario intervento correttore e di indirizzo dello Stato, nella duplice veste suddetta, difficilmente potrà consentire di perseguire realmente e senza conflittualità il bene comune.

In questo contesto, la svolta di Pomigliano si pone in realtà come una conseguenza estrema della degenerazione di questo sistema privatistico della contrattazione collettiva: uno dei due soggetti privati, rafforzato e motivato dai nefasti esiti della globalizzazione dell’economia e dalle derive ultraliberiste della medesima, forza la mano e stravolge quel minimo di equilibrio che, per pura prassi informale, si era in qualche modo finora raggiunto[4]. Lo Stato moderno, ovviamente, si piega e lascia agire indisturbato il soggetto in questione, non avendo più né uomini, né idee, né strumenti, né sovranità (quella ormai appartiene all’Unione Europea laicista e materializzata, alle Banche ed alle multinazionali) per fronteggiare la crisi del sistema e le conseguenze che potranno derivarne.

In uno Stato fondato su un modello organicistico, la manovra di Marchionne non sarebbe possibile. Tante altre cose non sarebbero possibili; ma purtroppo occorrerebbe tornare in altri mondi, in altre epoche, dove tante altre cose sarebbero diverse. Dove, per rimanere all’oggetto in questione, l’economia non avrebbe il predominio assoluto che ha oggi, ma sarebbe trasfigurata e subordinata all’uomo ed ad una politica sacralizzata che, nel contesto di una dimensione spirituale, governerebbe le comunità di popolo attraverso guide assolute e regole atemporali, nei limiti di ciò che è consentito fare nelle varie epoche della storia umana.

Paolo G.


[1] Il problema della non configurabilità di un’efficacia erga omnes si fece ben presto sentire: già a partire dagli anni ’70 si cominciò a marginalizzare il momento individuale privatistico, elaborando il concetto di “interesse collettivo” in termini qualitativamente diversi da esso, e si cercò di far derivare dall’atto di adesione al sindacato effetti più vasti del normale, spendibili nel senso di un allargamento dell’ambito di applicazione del contratto. In questo contesto hanno assunto un rilievo determinante i rinvii deregolativi dalla legge alla contrattazione collettiva, che hanno indotto la dottrina ad avallare letture del fenomeno sindacale e collettivo in netta rottura con le categorie civilistiche, di cui si mise a nudo l’inadeguatezza a fornire risposte convincenti dinnanzi alle nuove esigenze ed ai nuovi scenari che si venivano a creare.

Ma tutti i tentativi di elaborare tesi in grado di estendere l’efficacia soggettiva del contratto collettivo anche ai soggetti non iscritti ai sindacati firmatari, rimanendo in ambito privatistico, sono naufragati: al di fuori di un sistema pubblicistico corporativo che lo individui come fonte di diritto il contratto collettivo non può non subire i limiti del contratto di diritto comune. Di fatto, solo l’espressa volontà del legislatore potrebbe consentire una applicazione del contratto collettivo a soggetti estranei alla sfera dei contraenti, anche per fatti concludenti.

[2] La vicenda ricorda quanto accadde a seguito del decreto di socializzazione delle imprese da parte del governo della Repubblica Sociale Italiana, “che prevedeva la ripartizione degli utili da parte dei lavoratori, e il loro coinvolgimento nei consigli di fabbrica, sempre in un contesto di valorizzazione della personalità umana che segna una distanza incommensurabile dal collettivismo marxista. A testimonianza di quanto fossero pericolose queste riforme per le ideologie di sinistra, quando furono indette le votazioni per eleggere i rappresentanti degli operai alla Fiat secondo il modello della socializzazione appena introdotta, il Partito Comunista Italiano minacciò di morte i lavoratori che avessero aderito all’iniziativa, ottenendo il risultato di far disertare le urne e guadagnandosi i ringraziamenti della famiglia Agnelli. Inoltre, non appena la guerra finì, il CLNAI, pur essendo egemonizzato da elementi di formazione socialista e comunista, decretò immediatamente l’abolizione della legge sulla socializzazione delle imprese” (tratto dal commento da parte di Michele Fabbri all’opera il comunismo gerarchico di Sonia Michelacci, su http://www.centrostudilaruna.it/comunismogerarchico.html )

[3] Un altro esempio di norma costituzionale rimasta inattuata per motivi per così dire “ideologici”, è quella contenuta nel comma terzo dell’art. 99, che disciplina il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL). Quest’organismo doveva essere, nell’intenzione (non dichiarata) dei costituenti, un vero e proprio organo corporativo con poteri anche normativi, con cui si voleva surrettiziamente dare seguito all’esperienza della Camera dei fasci e delle corporazioni. Il terzo comma dell’art. 99, per dare sostanza a questa finalità, prevede che la legge ordinaria fissi i limiti entro cui il CNEL possa assumere, oltre al mero potere consultivo di cui al secondo comma, una vera e propria iniziativa legislativa nonché contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale. Ma la norma, come detto, è a tutt’oggi rimasta lettera morta.

[4] Non a caso al riguardo, si parlava di “neocorporativismo”, proprio per indicare questo tentativo di superamento degli opposti interessi di lavoro e capitale tramite l’azione conciliatrice, seppure in via informale e non istituzionale, dello Stato, tramite i cosiddetti “tavoli di concertazione”.