Intervista a Tomas Carini [Speciale Mistica della Rivoluzione fascista]

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carini_giani.jpgIn vista della presentazione ufficiale il 27 novembre a Raido, sul libro “Mistica della Rivoluzione fascista“.

da archiviostorico.info

Tomas Carini (1973) si è laureato in Filosofia a Torino e lavora presso una multinazionale del settore energetico. È autore di alcuni saggi dedicati alla Scuola di Mistica Fascista (SMF), tra i quali ricordiamo La «religione civile» della Scuola di Mistica fascista – pubblicato in Esoterismo e Fascismo. Storia, documenti, interpretazioni (Edizioni Mediterranee, 2006) – e il recentissimo Niccolò Giani e la Scuola di Mistica fascista (Mursia, 2009). Ha curato inoltre il volume di Julius Evola, La Scuola di Mistica fascista. Scritti su mistica, ascesi e libertà (1940-41) (Controcorrente, 2009).

Qual è l’origine del Suo interesse per la figura di Niccolò Giani e, più in generale, per la SMF?

Il mio interesse è del tutto casuale: ho incontrato le parole di Giani e Pallotta in un’antologia di Costanzo Casucci che ho studiato per un esame di Storia all’Università di Torino con il prof. Bruno Bongiovanni . Da subito mi ha colpito quel modo così deciso di vedere la vita, tutto basato sulla forza di volontà che è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Un altro tema che mi ha colpito è la fede, anch’essa inflessibile. I mistici erano alla ricerca dell’assoluto: oggi questa mentalità è molto difficile da comprendere perché i tempi sono molto diversi e perché costoro possedevano una visione del mondo già anticonformista all’epoca, figuriamoci oggi. Giani, nato nel 1909 a Muggia, in provincia di Trieste, ai miei occhi è sicuramente una figura interessante che vale la pena studiare, nel bene e nel male: morì a soli 32 anni dopo aver trascorso un’esistenza all’insegna del volontarismo attivistico. Volontario in Abissinia nel 1936, in Francia nel 1940 e in Grecia-Albania nel 1941, ottenne alcune medaglie al valore militare. Fu fondatore e direttore della Scuola di Mistica, direttore del quotidiano di Varese Cronaca prealpina, docente presso l’Università di Pavia, padre di tre figli, giornalista di numerose testate anche nazionali. Con questa ricerca (Niccolò Giani e la Scuola di Mistica fascista, ndr), che è la rielaborazione della mia tesi di laurea in Filosofia, ho semplicemente voluto far riascoltare la sua ed altre voci dimenticate dalla storia, senza esaltazioni o demonizzazioni. Ed è per questo che sono contrario ad ogni tentativo di strumentalizzazione. Mi spiego meglio: oggi ci sono gruppi extraparlamentari, soprattutto di estrema destra, che vorrebbero richiamarsi al pensiero dei mistici, ma non possono trovarmi concorde in quest’operazione di recupero e riattualizzazione politica della loro ideologia che, comunque, al suo interno aveva anche una componente razzista ed antisemita. La mia è soltanto una ricerca storico-filosofica, non la base per un programma di azione politica. D’altra parte, non vorrei neanche, come è già accaduto, che certa sinistra miope mi definisca fascista soltanto perché ho studiato l’ideologia fascista dei mistici e le sue radici culturali. L’argomento è controverso e, nonostante siano passati settanta anni e centinaia di studi sull’argomento, non si trova ancora la giusta serenità per affrontare questi argomenti con la dovuta attenzione e la serietà dell’approccio storico. Prima di giudicare vorrei ricostruire quel percorso, dando al lettore l’opportunità di accompagnarmi. Perché il lettore è un adulto capace di leggere criticamente e non un fanciullo da convincere manipolando i fatti e le idee.

Come si può definire la mistica fascista?

La mistica fascista può essere definita come l’ideologia di un gruppo ristretto di giovani fascisti fortemente nazionalisti. Al contrario di quanto Bobbio scrive nel Profilo ideologico del Novecento italiano, sono dell’opinione che il rapporto dei cosiddetti eversivi (tra i quali inserirei i mistici) con il regime fosse strumentale e non finalistico: il vero obiettivo dei mistici non era il fascismo ma la rinascita dell’Italia attraverso il richiamo al mito di Roma come sintesi di Chiesa ed Impero. Il nemico, cioè il borghese, il socialista o l’ebreo, è tutto ciò che è anti-nazionale perché centrifugo rispetto ai valori da essi propagandati quali: italianità, fedeltà, spirito di sacrificio, coraggio, onore, gerarchia, superiorità della politica sull’economia e dei doveri sui diritti. Come suggerito dalla Prof.ssa Vincenza Petyx dell’Università di Torino, nello studio ho voluto mostrare le analogie tematiche tra la mistica fascista e la filosofia di Nietzsche, Novalis, James, Bergson, Stirner, Pareto attraverso la rielaborazione di Papini, Prezzolini, Marinetti, Corradini, Evola.

La SMF fu in grado di esercitare un ruolo, più o meno importante, all’interno del Regime fascista?

Rispondo negativamente, fondamentalmente a causa dello scoppio della guerra. Nel 1930 Giani, supportato da Arnaldo Mussolini, aveva fondato a Milano la Scuola ma, già nel 1932, morto Arnaldo, si era dimesso per contrasti con le gerarchie del partito che pretendevano un eccessivo controllo sulla Scuola negandole autonomia. Solo nel 1937 Giani tornò ad essere il direttore e da subito riprese il programma interrotto. Creò Dottrina fascista, la rivista della Scuola, e iniziò la pubblicazione dei quaderni, cioè gli interventi più interessanti di alcuni convegni. Un altro punto importante era la consegna del Covo, quello scantinato che a Mussolini era servito per la fondazione del Popolo d’Italia nel 1914 e che simbolicamente rappresentava la nascita del fascismo a cui i mistici sempre si richiamarono. L’unico momento che veramente li vide protagonisti della cultura dell’epoca fu il convegno organizzato per il Decennale dalla fondazione, il 19 e 20 febbraio 1940, nel quale furono coinvolti circa cinquecento partecipanti, tra cui rettori e docenti universitari come Carlini, Bontadini, Padovani, Sciacca. Come si può vedere dalle date, da lì a poco sarebbe scoppiata la guerra e la Scuola sospese la sua attività perché molti mistici partirono volontari per i vari fronti dai quali la maggior parte non tornarono. La Scuola chiuse l’attività nel 1943.

Nel libro, Lei cita Louis Rougier, autore di un volume intitolato La mistica rivoluzionaria. Quale importanza ebbe questo pensatore francese, anti-razionalista e anti-cristiano, nell’elaborazione del concetto di mistica fascista da parte di Niccolò Giani?

Rougier ha una certa importanza per Giani, visto che per definire la mistica fascista prende in prestito nientemeno che la sua stessa definizione di mistica nel libro La marcia ideale del 1932. Certamente, a Giani è ben presente la campagna anti-razionalista del filosofo francese, il quale, però, è anche anticristiano. Al contrario, Giani e i mistici sono profondamente cattolici: proprio nel 1929, Mussolini aveva concluso i Patti lateranensi che gli avevano permesso di trasformare il fascismo in una religione civile. In più, sono anche nazionalisti e quindi, come preciserà molto chiaramente Tripodi, non possono che rifiutare tutto ciò che dal punto di vista ideologico non sia nato sul suolo italiano: è un’autarchia culturale. Le dichiarazioni contrarie ai cosiddetti valori dell’89, nati quindi con la Rivoluzione francese, sono oggetto d’attacco sia da parte di Rougier, sia dei mistici. La polemica è rivolta contro libertà, uguaglianza, fraternità, i principi cardine del liberalismo e poi della democrazia. Non credo però che su questo punto ci sia solo l’influenza di Rougier, ma aggiungerei Evola e i già citati Papini e Prezzolini, Nietzsche e il suo “vivere pericolosamente”.

Esiste una relazione tra la mistica fascista e la religione cattolica?

Nonostante i mistici vogliano presentarsi come pattuglia granitica di fascisti cattolici, questo è sicuramente il punto più problematico. Infatti, proprio nel Convegno del 1940, alcuni mistici proposero una definizione ispirata più da vicino al Cristianesimo, come per esempio Mezzasoma, che usò l’espressione di stato di grazia. Su questa linea si pongono anche Terzoli e Pennisi. Dal canto suo Giani apprezzava la definizione di fascisti cattolici, ma prima di tutto fascisti. C’è sicuramente il tentativo di mantenere la mistica fascista in ambito politico tralasciando la dimensione religiosa ma, visto l’ampio ventaglio di soluzioni proposte, a mio giudizio, questo tentativo non ha raggiunto l’obiettivo prefissato. In altre parole, rimane un po’ di confusione e la linea della Scuola non è compatta.

In che senso, come sosteneva poc’anzi, i Patti lateranensi offrirono a Mussolini la possibilità di “trasformare il Fascismo in una religione civile”?

Voglio dire che grazie ai Patti Mussolini poté contare su un supporto enorme perché radicato socialmente e nella struttura dello Stato. Poi risolse un conflitto latente che durava da decenni ottenendo un consenso senza pari e rafforzando la sua leadership. Infine, prese in prestito dalla Chiesa la devozione, la sottomissione, la dottrina, la fede e la giustificazione del sacrificio per essa. Da quel momento il messaggio era: cristiano equivale a fascista. In altre parole, è una questione di comunicazione e di ricerca del consenso, tipici dell’arte politica, che Mussolini interpretò cinicamente ma magistralmente, dando l’esempio ad innumerevoli, più o meno fortunati, epigoni successivi.

Il mondo ecclesiastico come reagì di fronte alla nascita della SMF?

Fin dal 1930 le gerarchie ecclesiastiche dell’Osservatore romano si chiesero ironicamente perché mai ci fosse bisogno di una mistica fascista, visto che ce n’era già una cristiana.

Vi fu tra il clero chi manifestò simpatia verso i mistici?

Nella mia ricerca ho trovato un testo intitolato Mistica fascista, di Onofrio Buonocore, un sacerdote nato ad Ischia nel 1870 e là residente. Per testimoniare quanto ancora in Italia le ricerche storiche siano difficili, ricordo che questo libro mi è stato spedito in microfilm dalla Biblioteca nazionale di Firenze: dopo quarant’anni quel testo risulta ancora alluvionato. Non so se si possa definire un simpatizzante, ma il titolo dell’opera mette sicuramente Buonocore al centro dell’attenzione perché riconosce di aver appreso che su quel tema si facessero dei corsi a Milano. Per Buonocore la mistica fascista è la realizzazione dei Patti lateranensi perché grazie ad essi l’Italia non è più divisa ma rinnovata e pacificata sotto le insegne papali e littoriali e aspirante al primato tra le nazioni.

È possibile stabilire un parallelo tra i mistici fascisti e i legionari romeni della Guardia di Ferro?

Sì, il parallelo esiste e gli stessi mistici citavano, pur marginalmente, l’esperienza di Codreanu e dei suoi legionari come manifestazione della verità e della forza dell’idea fascista. I valori a cui si richiamavano erano molto simili, inneggianti al dovere, al sacrificio, al martirio nel senso di testimonianza, cioè il collegamento tra pensiero e vita, che non dovevano mai essere scollegati. Riconosco che il tema andrebbe certamente approfondito, come per esempio i collegamenti con analoghi gruppi giapponesi o anche tedeschi creatisi in seguito al Patto Roma-Berlino-Tokyo.

Quale fu l’influenza esercitata da Julius Evola sulla SMF?

La ringrazio per la domanda, che mi permette di illustrare un altro punto originale del mio studio. Al momento non è possibile ricostruire totalmente i rapporti tra Evola e la Scuola di mistica. Per i dati in mio possesso, posso dire che partecipò all’attività della Scuola in qualità di collaboratore di Dottrina Fascista e che fu presente al Convegno. Sul tema della mistica fascista scrisse alcuni articoli per Regime fascista e La Vita italiana, commentando anche scritti dei mistici come Spinetti e Pennisi. Difficile è dire quale e quanto peso ebbe la sua influenza, ma dall’analisi degli scritti ci pare di poter affermare che Evola per un certo periodo credette che la Scuola potesse essere lo strumento di raddrizzamento del fascismo in senso tradizionalistico. Fin dal convegno del 1940 si era però reso conto che la Scuola non aveva risolto il rapporto tra religione e politica, che il richiamo alla romanità era vuoto e retorico e che il nazionalismo era per lui troppo moderno, cioè una base inconsistente per il suo progetto. Non dimentichiamo che nel 1930 sulla rivista La Torre aveva scritto: “Per noi imperialisti integrali […] il fascismo è troppo poco”.

Esistono differenze tra il tradizionalismo dei mistici e quello evoliano?

La differenza tra Evola e la Scuola sta proprio qui: il tradizionalismo metafisico che Evola aveva ripreso da Guénon fa riferimento a valori sovranazionali e sovrastorici mentre quello dei mistici è nazionalistico perché il valore sta nella storia e nella cultura d’Italia. Nell’ideologia dei mistici c’è un aspetto che molto probabilmente tiene conto della lezione evoliana. E cioè il razzismo spiritualistico, che la Scuola non riprese pedestremente dalla rielaborazione italiana del razzismo biologico tedesco, ma venne presentato negli stessi termini evoliani, come anche segnalato dal prof. Laforgia dell’Università di Varese. Addirittura, in uno dei suoi articoli, Evola scrisse che il nuovo modello umano che si stava affermando in Italia non era il frutto del razzismo introdotto dal regime nel 1939, ma proprio il contributo della mistica fascista.

Vi è chi parla di suicidio riguardo ai mistici morti in guerra. Lei che cosa ne pensa?

Non sono d accordo. La mia opinione è ovviamente discutibile, anche perché non esistono documenti su quello che essi pensarono prima di morire. In base all’analisi dei testi e delle lettere credo che quella possibilità non fosse contemplata. Concentrandoci su Giani, si può far notare che prima della campagna di Grecia era già stato in Abissinia nel 1936. Voglio dire che non era nuovo ai combattimenti. Era abituato all’iniziativa come stile di vita, certamente in pace, ma anche in guerra si era sempre evidenziato per la sua disponibilità alle azioni rischiose, e in passato gli era anche andata bene. Più che di suicidio, parlerei forse di un errore di calcolo, o forse del normale prezzo da pagare per chi corre dei rischi. In quanto obiettore di coscienza non ho mai indossato una divisa o imbracciato un fucile, ma mi pare banale affermare che in guerra i rischi siano molti. Non credo però che Giani abbia rinunciato alle sue idee perché nel 1941 la guerra non era iniziata da neanche un anno e, nonostante le difficoltà, il morale era ancora alto, soprattutto per Giani, abituato a primeggiare per convinzione e voglia di dare l’esempio. Il suo obiettivo era vincere per tornare a casa dalla sua famiglia e costruire un nuovo mondo secondo quanto scritto ne La Marcia ideale, in aderenza cioè ai principi della rivoluzione fascista.

25 novembre 2009

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