Su Giulio Cesare

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di Nello Gatta

Come ogni nobile romano, Cesare coltivò l’aspirazione a compiere grandi gesta che giovassero alla res publica e accrescessero la propria dignitas. Volle essere  princeps civitatis, il primo uomo di Roma, a nessuno paragonabile per imprese e virtus. Profuse in questo compito tutte le sue qualità, dispiegando un immenso dinamismo. Soldato e generale, storico ed etnografo, giurista e oratore, esteta e politico, poeta e sacerdote, incarnò a livelli inusitati l’antico ideale nobiliare romano.
Nel corso della sua esistenza sperimentò assai spesso il potere della Fortuna sulla vita degli uomini. Alla volubilità della Tyche oppose la coscienza della propria dignitas, a se stesso impose di essere sempre all’altezza delle sue aspirazioni. Nessun altro personaggio della storia antica ebbe così vivo il senso della propria grandezza, insieme stimolo e norma dell’agire. Ma in Cesare tale consapevolezza fu elemento chiave della capacità di percepire e influenzare i processi storici.
La sua attività scaturisce da tre proposizioni fondamentali: l’appartenenza a una nobiltà risalente ai re e agli dèi, più antica e più alta di quella senatoria; la parentela con Caio Mario, di cui rivendica l’eredità politica, ideale e militare; la naturale vocazione alla difesa del populus e alla guida della  res publica.
Come politico è il capo popularis più brillante. Compie la grande riforma agraria vagheggiata dai Gracchi, distribuendo a legionari, plebe urbana e rurale oltre 100mila nuove proprietà. Fonda colonie in luoghi potentemente simbolici, come Cartagine e Corinto, sistemandovi 80mila proletari e liberti. Inizia numerosi lavori pubblici, a Roma e in tutta la Penisola , e organizza un sistema stabile di assistenza sociale per i poveri dell’Urbe. Realizza l’idea graccana dell’Italia-nazione romana, estendendo la cittadinanza a tutti gli abitanti della Penisola – dalle Alpi alla Sicilia – e modellando le istituzioni municipali su quelle della capitale. Persegue tenacemente l’abrogazione della legislazione proscrizionale, col reintegro di condannati e discendenti nella pienezza dei loro diritti civili e politici. Naturale completamento ne sono la politica della clementia durante la guerra civile, della pacificazione civica dopo la vittoria. Durante il conflitto assicura ai soldati pompeiani la libertà personale e il possesso dei propri beni.
Tornato a Roma  si astiene da esecuzioni e proscrizioni, rispettando i diritti civili e politici degli avversari. Fa rialzare le statue di Silla e Pompeo abbattute dai suoi sostenitori. Nel 44 a .C., alla vigilia della spedizione contro i Parti, promulga un’amnistia generale.
Cicerone scrive: «Chi si comporti in tale modo, io non lo paragono agli uomini più grandi ma lo giudico in tutto simile a un dio»1. Il fulcro delle sue convinzioni è una teoria della sovranità politica secondo cui il populus designa nei re prima e poi nei magistrati i detentori degli auspicia, segni della volontà celeste che dona la vittoria. Non sul Senato, non sulla Costituzione sillana, non sugli oligarchi si fonda la res publica, che è res populi.   La volontà del populus è per Cesare giuridicamente e politicamente preminente rispetto a quella di un’assemblea non elettiva di ex-magistrati, il Senato.
Console nel 59 a .C., di fronte all’ostruzionismo dei patres contro una legge agraria indispensabile ed equa, risponde freddamente: «Allora sarà soltanto il popolo a decidere»2. La presenta all’assemblea popolare travolgendo ogni opposizione: la legge viene inasprita e approvata. Anche da dittatore  si mostra rispettoso dell’assemblea popolare, i comizi tributi,  che convoca spesso e tratta con riguardo, il cui prestigio accresce con una nuova sede, i saepta Iulia. Ne assume la guida come tutore del popolo, cioè suo massimo magistrato, con inviolabilità e potere tribunizi. Tutte le “leggi costituzionali” del 45 e del 44 a .C., le quali conferiscono legalmente a Cesare i poteri che di fatto detiene ed esercita, sono plebisciti.
Nel pensiero di Cesare, l’egemonia del Senato non è la forma  più autentica della res publica. Egli è l’erede di Mario, che ai tempi della guerra giugurtina aveva chiamato il popolo ad arruolarsi per prendere in mano lo Stato, «capessite rem publicam»3. Il suo esercito, reclutato tra i neocittadini del centro Italia e nella Traspadana, è composto di proletarii urbani e rurali. Nei  Commentarii  Cesare riprende i temi già mariani della polemica antinobiliare, rilevando la viltà, la crudeltà e l’avidità di ufficiali e comandanti aristocratici4. Esalta per converso la virtus di soldati semplici e centurioni, che provengono dal popolo e incarnano l’essenza della Romanitas. In questi viri militares risiede la maiestas del popolo romano5. Sulla loro superiorità morale si fonda il diritto dell’esercito a rappresentare l’intero corpo politico.
Col passaggio del Rubicone si compie l’identificazione tra la dignitas di Cesare e la libertas del popolo espressa nelle parole del centurione Crastino prima della battaglia di Farsalo: «Il nostro imperator riacquisterà il suo onore, noi la nostra libertà»6.
Cesare stesso identifica la sua causa con quella del popolo romano oppresso dalla  factio paucorum7, il gruppo degli oligarchi dominante in Senato. Sa bene che la propria aspirazione  al potere si realizzerà soltanto con un grande rivolgimento politico8. I legionari che sfilano nel trionfo del 46 a .C. sono perfettamente consapevoli di quel che hanno fatto con e per il loro comandante, e cantano beffardi: «Se agisci legalmente, sarai condannato. Se infrangi le leggi, prenderai il potere»9.
Con la vittoria nella guerra civile, Cesare realizza il programma dei Gracchi e le promesse di Mario. Nel suo assolutismo militare, il potere di uno solo sostiene e diffonde l’autorità del populus, rappresentato dall’esercito. Ne fa l’elemento portante dell’Impero, che modella la società e lo Stato come mai prima. Centurioni e soldati semplici vengono nominati senatori o ricevono il censo equestre. Il prestigio sociale dei suoi veterani è altissimo e Cesare li insedia riccamente in Italia o nelle province. Ne fa  il simbolo visibile di Roma, la classe dirigente di colonie e municipi, la base di reclutamento dei funzionari. Il ceto che ha conquistato l’Impero e lo amministra, che gli dà forma con la propria cultura, i propri valori. Tale orgogliosa consapevolezza è già chiara negli anonimi ufficiali cesariani che narrano le vicende della guerra civile ad Alessandria, in Africa e in Spagna. Altrettanto chiara la coscienza di dovere a Cesare tutto ciò che sono, come clientes beneficiati dal patronus. Ma anche Cesare è perfettamente consapevole di dovere ai suoi soldati la salvezza, e davanti ai morti di Farsalo esclama amaramente: «Questo massacro l’hanno voluto loro. Io, Giulio Cesare, dopo aver compiuto tante imprese sarei stato annientato se non avessi chiesto aiuto ai miei soldati»10.
Sullo scambio di benefici e obbligazioni si fondava il rapporto patrono-cliente, così tipico della politica romana, che conosce con Cesare un significativo sviluppo. L’accrescimento della dignitas personale attraverso la rappresentanza politica di gruppi sociali, città, intere popolazioni, veniva largamente praticato dai nobili romani fin dai tempi degli Scipioni. L’esempio più eclatante è quello di Pompeo, che col potere dei comandi straordinari lega a sé intere province e molti dinasti di Stati satelliti. Ma Cesare inserisce l’istituto della rappresentanza clientelare in un disegno di generale rafforzamento della compagine politico-militare romana. Le sue misure a favore di plebe urbana, neocittadini italici e provinciali, nel riconoscerne molte istanze, tracciano la via d’uscita dalla profonda crisi in cui il regime senatorio aveva condotto la scricchiolante res publica. Riforme socio-economiche, allargamento della cittadinanza e incremento della rappresentatività politica, buon governo nelle province. Attraverso le vittorie, la clementia e la sua opera legislativa, Cesare elargisce beneficia che legano a sé strati sempre più vasti della popolazione finché dopo Munda, ultima battaglia della lunga guerra civile, l’intero dominio di Roma diviene sua unica immensa clientela.
Ora per tutti vale la sua celebre espressione: «Non si possono abbandonare i clienti senza coprirsi d’infamia»11. Grazie a una personalità tanto grande da sussumere nella propria dignitas la cura degli interessi di ogni abitante dell’impero, Cesare elabora una concezione che, reinterpretando la tradizione politica romana alla luce del pensiero ellenistico, culmina in un esito istituzionale nuovo, la figura dell’imperator.
Grande comandante, circondato dalla venerazione di popolo ed esercito, vanta un carisma fortissimo in virtù di uno speciale rapporto con gli dèi. La sua autorità è personale, non legata ad alcuna carica. L’esercizio del potere è conforme alla iustitia etica e politica. Come patronus di tutti, elargisce beneficia

Fonte: http://www.area-online.it/rubriche/res-gestae/100-i-grandi-romani.html