Quando l’intervista è “mistica”

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A colloquio con Aldo Grandi

Aldo Grandi, già giornalista per il Corriere della Sera e per La Nazione, è autore di numerosi volumi, fra i quali molti dedicati, direttamente e indirettamente, al Fascismo: alle sue storie, e ai suoi protagonisti dimenticati, anzitutto. Non è uno storico di professione, anche se i temi dei suoi libri potrebbero farlo credere. E’, invece, un giornalista sinceramente appassionato di “storie”, e proprio della storia della Scuola di Mistica Fascista (SMF), e dei suoi due protagonisti dimenticati, Niccolò Giani e Guido Pallotta, è stato tra i primi a parlare in Italia.

Guido Pallotta e Niccolò Giani. Due “superfascisti” veri, campioni dell’ortodossia più intransigente e “arrabbiata” del Fascismo. Eppure per lungo tempo dimenticati dalla storia. Perché?

Ho iniziato ad occuparmi della generazione cresciuta durante il fascismo quando, ancora, esistevano, a livello storiografico, delle riserve e delle prevenzioni di carattere più o meno sentimental-politiche. Il fascismo era il male assoluto e capire perché i giovani avevano potuto credere e morire per Mussolini una storia di parte. C’è anche da dire che, con il passare del tempo, l’aver ritrovato due archivi così importanti e così inediti ha, sicuramente, giovato, ma qui entrano in gioco le caratteristiche personali dell’autore. Comunque sia, troppo spesso gli storici di professione hanno una visione limitata che impedisce loro di vedere al di là del proprio… naso.

Che fine hanno fatto i “mistici” che si sono salvati dopo il 1945? Perché alcuni, in completa discontinuità con il loro recente passato, sono diventati chi democristiano, come Spinetti, chi comunista, come Zangrandi, arrivando spesso a giustificare in maniera strumentale e forzata l’adesione alla SMF?

Spinetti, appena rientrato dalla prigionia, pubblicò un bel libro, se non sbaglio Difesa di una generazione e lui era stato uno di quelli che ci aveva creduto. Zangrandi non era mai stato un mistico, casomai un pragmatico. Non furono gli unici a cambiare, chi prima, chi dopo. Molti si resero conto di aver commesso un errore, certamente, in buona fede, ma sempre di errore si trattava. E non sempre ne avevano chissà quale colpa. Ho conosciuto, ad esempio, Vincenzo Buonassisi, che, davvero, mistico non era, ma iscritto alla Scuola di Mistica e fascista convinto sì. Ebbene, quando parlammo della sua esperienza, non ebbe problemi ad ammettere di essersi sbagliato anche se il suo era stato un grosso errore dovuto, anche, ad ambizione professionale. Il fascismo, all’epoca, era la cornice entro la quale si svolgevano le vite di questi ragazzi. Non ce n’erano altre, di cornici e, tutto sommato, quella andava loro a genio. La guerra, sicuramente, ha dato la sterzata tremenda provocando drammi interiori di vasta e, talvolta, irrimediabile portata. Voltagabbana? Ce ne furono molti, ma tra i giovani molti meno di quanto si possa anche solo immaginare.

Perché, secondo lei, uomini come Giani, Pallotta, o Berto Ricci, sono ancora oggi considerati uomini “di fronda”, o “eretici”, quando del Fascismo furono l’anima più ortodossa e intransigente?

Ricci, forse fu più uomo di fronda, ma Giani e Pallotta no, furono dei fascisti ortodossi e mussoliniani convinti tanto è vero che ce l’avevano a morte con chi, nel fascismo, vedeva solo un’occasione di guadagnare quattro paghe per il lesso. Se “eretici” vuol dire disposti ad andare a morire su tutti i fronti in nome e per conto del duce, allora lo furono, ma, ideologicamente e come tanti altri coetanei, anche loro erano convinti di essere gli unici depositari dell’ortodossia fascista senza comprendere che ognuno, nel fascismo, in fondo ci metteva quello che gli pareva.

Come mai il messaggio della SMF non è stato ripreso dai neo-fascisti dell’immediato dopoguerra, nonostante la vicinanza temporale con quelle vicende, e sta invece, soltanto oggi, conoscendo una seconda giovinezza presso questo ambiente?

Non è vero. Il decalogo di Guido Pallotta ha sempre animato la gioventù neofascista. Diciamo che non c’è mai stato interesse ad approfondire, ma questo vale anche per tutti quei giovani che, militando a sinistra, hanno raccattato del comunismo ciò che a loro sembrava più utile a portare avanti le proprie convinzioni. Inoltre, quanto all’immediato dopoguerra, sarebbe stato, davvero, un po’ troppo portare avanti le idee di Giani e di Pallotta alla luce di ciò che il fascismo aveva causato all’Italia. In realtà non ci furono né il tempo né la voglia di approfondire certi aspetti, magari, proprio per non commettere analoghi errori e comprendere quelli commessi. A destra per un motivo, a sinistra per un altro, si preferì far finta di nulla e rimandare tutto a tempi migliori. O peggiori.

Come giudica il fatto che, nonostante a destra la Mistica e i suoi protagonisti fossero in realtà abbastanza noti, abbiamo dovuto aspettare circa settant’anni affinché si tornasse a parlare pubblicamente di SMF?

Semplice. Se non fosse uscito il libro su Niccolò Giani nel 2004 (Aldo Grandi, Gli eroi di Mussolini, Bur, ndr) a nessuno sarebbe venuto in mente di approfondire quell’aspetto, anche perché, per il solito discorso di cui sopra, per cercare materiale inedito bisogna avere fiuto e volontà oltre a una robusta dose di entusiasmo, passione e testardaggine. Io non sopporto quando leggo che certe case editrici sono più liberali e progressiste di altre. Sono tutte stupidaggini. Nel 1984, avevo 23 anni, firmai il mio primo contratto editoriale con Editori Riuniti, la casa editrice del PCI, per Autoritratto di una generazione, libro, poi, pubblicato da Baldini&Castoldi con ampio successo, ma loro, dopo due anni, continuavano a preferire i libri scritti dai comunisti doc. Feltrinelli, mi dispiace dirlo, ma è la verità, ha fatto di tutto e di più per osteggiare la diffusione della mia biografia su Giangiacomo Feltrinelli uscita da Baldini&Castoldi nel 2000. Sarebbero questi gli esempi? Ebbene, né Feltrinelli, né Editori Riuniti, né Einaudi avrebbero mai pubblicato un libro come Gli eroi di Mussolini. Ci ha pensato una persona seria e intellettualmente onesta come l’allora responsabile della Bur di Rizzoli ed ex responsabile della collana “Gli Struzzi” di Einaudi Lorenzo Fazio. Preferisco una casa editrice attenta al guadagno e alla novità piuttosto che una schierata ideologicamente e politicamente, ma, nella realtà, chiusa a tutta una parte di storia e, quindi, cultura.

Come considera il fatto che a parlarne, sino ad ora, siano state solo persone di cultura o di provenienza antifascista? Lei, ma potremmo citare anche Daniele Marchesini…

Per il semplice motivo che, a destra se vogliamo usare questa parola un po’ desueta, la storia viene raccontata solo e soltanto, purtroppo, in modo agiografico. Inoltre, perché, me lo conceda, la Storia non può avere altra provenienza che la voglia di raccontare e che emerge dalla lettura dei documenti. Ecco perché un giornalista, sovente, riesce a essere più audace di uno storico o di un politico, pur, ovviamente, con tutte le cautele del caso.

La sua attività pubblicistica sul tema sembrerebbe un altro capitolo della “saga Pansa”, ove a raccontare ai “figli” (i neo-fascisti) le gesta di chi li ha preceduti (i “nonni” in camicia nera), non sono mai persone provenienti da un ambiente politico-culturale di destra. Perché, secondo lei, la destra non riesce, ancora oggi, a farsi interprete della sua stessa storia?

Pansa è un grande giornalista e una persona intelligente. Quando lui, nei primi anni Ottanta, era inviato e magna pars di Repubblica, io mi affacciavo, appena appena, a questo mondo, ma già a 23 anni avevo raccolto più di 70 testimonianze tra coloro che avevano preso parte ai Littoriali della Cultura. La sua domanda è, a mio avviso, superata. Non esistono più o non dovrebbero esistere destra e sinistra, ma solo persone che non accettano di essere etichettate né che hanno bisogno di senso di appartenenza. Un giornalista e uno storico non dovrebbero essere etichettabili.

Quali conseguenze ha rilevato nella cultura ufficiale, e “a destra”, a partire dalla (ri)scoperta da lei iniziata di Niccolò Giani e della Scuola di Mistica Fascista? Qualcosa si è mosso?

Non mi sono mai curato di seguire ciò che accade negli ambienti della cultura più o meno ufficiale. Visto i risultati, è probabile che ci sia stata una riscoperta di Giani e, ora, di Pallotta e della Scuola di Mistica Fascista. Ma già negli anni Settanta e Ottanta storici come Marina Addis Saba ed Ugoberto Alfassio Grimaldi avevano dedicato tempo e ricerche ai giovani di Mussolini e alle loro vicissitudini. Certo, non biografie, ma chi poteva sapere, allora, che esistevano archivi così ben custoditi, ma mai consultati? Del resto dirsi figli di fascisti come Giani e Pallotta, trenta, quaranta anni fa non doveva essere particolarmente gratificante nell’ambito pubblico e pubblicistico. Ora, assisto alla pubblicazione degli scritti di Giani (Niccolò Giani, Mistica della Rivoluzione Fascista, Il Cinabro, ndr) e ad altre uscite. Quello che mi dispiace, però, è che esse siano l’occasione per rivalutare personaggi, ma, soprattutto, idee che hanno condotto alla morte di migliaia di giovani che avevano creduto, obbedito e combattuto per Mussolini. Qui non si tratta di rivalutare o revisionare qualcosa, si tratta solo di raccontare e cercare di capire, ma la Storia, il suo verdetto, lo ha già emesso.

L’essersi occupato di SMF le ha provocato critiche o rimproveri da parte di qualcuno? O ci si è limitati alla sempreverde tattica del “muro di gomma” all’italiana?

Io, quando scrivo, non mi preoccupo mai di quali possono essere le conseguenze né, per mia fortuna, appartengo alla Repubblica delle Lettere o a quella degli Intellettuali più o meno radical chic. Ho pubblicato e pubblico per Baldini&Castoldi, Einaudi, Rizzoli, Mursia, Mondadori, Chiarelettere. E’ come se, da calciatore, avessi giocato con le squadre più blasonate. Cosa potrei chiedere di più? Certo, come diceva il mio amico e maestro Fidia Gambetti, la provincia uccide e io, se fossi vissuto e avessi lavorato a Milano o a Roma, magari, avrei potuto avere molta più visibilità mediatica, ma tant’è. Nella vita, come diceva Paul Eluard, non si fa quel che si vuole, ma si fa quel che si può. Magari accorgendosi, poi, che il potuto è stato voluto. Come è accaduto a me.

Fonte: “Il Borghese” (Aprile, 2011)