Immigrazione e comunità

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tratto da Minas Tirith (Marzo 2011)

Lo spunto nasce dai fatti di cronaca e dal nuovo scenario che ha aperto sulla scena internazionale la rivolta che ha scosso il mondo arabo. Nella rubrica successiva, che si occupa specificamente di attualità, potrete conoscere la nostra – ampiamente condivisa – opinione sulla questione libica. Qui ci occupiamo invece di capire come rapportarsi a quello che è un fenomeno conseguente, seppur indiretto, delle rivoluzioni arabe: l’immigrazione di massa. È da dire che l’immigrazione dai paesi del Maghreb non è una novità. Del resto abbiamo una forte immigrazione anche dall’est Europa, in passato soprattutto dall’Albania. Non abbiamo particolare timore dei popoli arabi in quanto tali. Non abbiamo particolari timori in generale dello straniero, poiché xenofobia significa paura, sentimento che cerchiamo di tenere il più possibile lontano dalle nostre posizioni e menti, cercando invece di stabilire con imparzialità un giudizio obiettivo. Dunque, diciamo subito una cosa: ai popoli arabi è sicuramente da invidiare la potenza demografica. Ambienti ecologisti puntano il dito contro l’esplosione demografica: su questo pianeta saremmo troppi, per cui la soluzione politica alla povertà sarebbe la riduzione delle nascite programmata. Una soluzione in realtà che non guarda ad un fatto fondamentale: politicamente una decisione del genere non può essere presa a livello globale, per cui si avrebbe – si ha – il progressivo indebolimento dei popoli che decidono questa riduzione, il rafforzamento dei popoli che non si autoriducono e un inevitabile debordare di popoli rispetto ai loro confini. Immigrazione di massa. Del resto, la riduzione demografica occidentale è da tempo in atto senza che nessuno l’abbia decisa. Per cui stiamo già assistendo ai risultati. In relazione anche al fatto della matrice religiosa delle genti che immigrano, chiariamo subito, come abbiamo sempre fatto del resto, che l’Islam è una religione che si inserisce nel quadro delle vie tradizionali di realizzazione, che in quanto tale rispettiamo. Per dirla tutta, l’Islam mantiene ancor più del Cattolicesimo e del Cristianesimo una profonda vicinanza con la Tradizione in quanto tale, intesa come purezza originaria. Purezza che non ha nulla a che fare coi fondamentalismi, che sono – come spiegano tutti i testi in merito – anzi il residuo di movimenti modernisti nati in seno all’Islam ad inizio Novecento. Discorso ancor più valido se si pensa all’immigrazione di matrice ortodossa, laddove le assonanze culturali sono molte. I problemi sorgerebbero politicamente molto di più nel caso si trattasse, casomai, di popoli protestanti, popoli che hanno una visione della religione e della politica progressista, a cui non si può far risalire nessuna legittimazione Tradizionale e che poco hanno a che fare con tradizioni quali quella cattolica, ortodossa o islamica. Chiariti questi due aspetti, ci concentriamo su aspetti pratici per chiarire cosa non va dell’immigrazione di massa. Innanzitutto non va l’atteggiamento dell’Europa e del nostro governo: un governo timoroso di affrontare il problema con la durezza che sarebbe necessaria; un’Europa che scarica sul nostro paese i costi di una geografia che ci penalizza, dimostrando la sua fragilità in quanto sistema. Il punto è che tradizionalmente l’ospite è sacro. L’ospite appunto. E tradizionalmente Roma accoglieva genti straniere indipendentemente dalla loro razza. Roma però rendeva romano ciascuno di essi, imponeva con la sua superiorità la civiltà di cui era esempio, non risolveva il problema come si fa oggi nascondendosi dietro un laicismo politicamente corretto, che cancella la nostra identità, rendendo egualitaristicamente nulla anche quella del prossimo. L’ospite è sacro con la sua identità da proteggere ma lo è in quanto ospite, che non ha pretese politiche. Se da ospite diventa cittadino subentra l’appartenenza ad una comunità, che è comunità di lingua, cultura, tradizioni prima ancora che di stirpe. Se dunque al momento biologico si può rimediare, all’appartenenza culturale non si può fare a meno se non rinunciando all’idea stessa di stato, di patria, di comunità. Questo è il primo punto. Il secondo è un punto socioeconomico: una cosa è l’immigrazione del singolo, che non comporta costi sociali elevati, l’inserimento di una persona della società essendo più semplice, altra è l’immigrazione di massa che, oltre a non fare distinzioni di qualità e merito, fa sorgere problemi di natura sociale causata da una offerta di lavoro in eccesso, con conseguente abbassamento dei salari generale, competizione più elevata, guerra tra poveri, lavoro nero e morti sul lavoro. Sono tutte conseguenze ovvie. Una cosa è creare un posto di lavoro, una cosa è crearne a migliaia. Senza contare che si continuano a stimolare gli italiani a lasciar fare agli altri ciò che non gli va di fare in prima persona: figli, famiglie e lavorare duro. È così che si creano sacche di criminalità, coesistenza conflittuale, degrado e odio per il diverso, laddove si ha la sensazione di un’invasione, più che di un necessario supporto esterno e di una totale mancanza di strategie nostrane

Fonte: http://tradizionalmente.it/home/minastirith/item/minastirith-0311