Le parole delle cose dell’amore.

263

a cura del Cuib Femminile

Fu un’emozione fortissima vedere, e toccare, le bende dei kamikaze. Quelle con il sole del Giappone in mezzo. Mi capitò a Trieste, ospite dell’associazione dei paracadutisti, in via XXIV maggio al numero 4. Fu in occasione di un rancio. All’interno della sede, in un bellissimo palazzo militare, la Casa del Combattente, disegnata da Umberto Nordio, oltre alla sala delle medaglie d’oro della Prima guerra mondiale, c’è un sacrario dedicato agli eroi maledetti. Un vero e proprio tempio pagano. Alle pareti, quasi a far festa trai cimeli, dentro semplici cornici sono affissi i brevetti di volo di quasi tutti gli eserciti del mondo. Tra le altre preziosità, dunque, sono conservate anche queste reliquie: le bende con cui i kamikaze cingevano la fronte prima di alzarsi in volo per l’ultimo assalto, il vento divino. Alcune sono toccate dal sangue. Il comandante, presidente dell’associazione triestina, mi fa un racconto dove, per venirne fuori, commossi e turbati, servono tutte le parole delle cose dell’amore.
Ecco: dopo ogni azione militare, sebbene in territorio nemico, accorrevano, fedeli al comando dell’imperatore, alcuni reparti scelti per il recupero dei resti mortali dell’equipaggio – ove possibile, se mai gli dèi non avessero già fatto proprie le spoglie con le fiamme.
L’operazione spiritualmente più delicata era quella di raccogliere la bandiera del velivolo e poi le fasce dal cranio di ogni singolo kamikaze. Tra i tocchi di sangue, nascoste nella parte solitamente avvolta della fascia, ci sono delle scritte: devoti omaggi al Dio imperatore, composizioni poetiche, messaggi alla famiglia e, in una parte ancora più celata, lettere d’amore.
È consuetudine che il kamikaze, degno erede dei samurai, fedele a un’etica superiore di militia, coltivi un segreto dentro il segreto dei segreti. È l’amore. Un segreto dentro il segreto dei segreti, condiviso in vita solo con se stessi. Sconosciuto dunque anche alla destinataria, inconsapevole che il proprio nome e casato fossero in volo con il vento divino. Tra le molte bende, srotolandole, i soldati comandati al recupero dei corpi rinvenivano l’immacolata preziosità di un amore potente e singolare. Quello non detto. E la cerimonia, perfino nel giorno di Hiroshima, si conduceva così: una pattuglia comandata da un generale, in un’ora della metà mattina, si portava all’ingresso della dimora della dama. Due cadetti sostenevano un astuccio contenente la benda, avvolto nella bandiera del Sol Levante. Non c’era mai bisogno di avvisare perché già tutti i passanti, a capo chino nel salutare il corteo, indirizzavano l’omaggio verso il luogo di destinazione, un’onda silenziosa bussava alle porte della casa mentre la dama era già all’ingresso. Questa la scena: il generale è in ginocchio, anche i cadetti. Dietro, tutta la pattuglia in divisa è genuflessa. Formano una freccia la cui rotta è il cuore della donna, una variabile solenne di Cupido. Solo adesso la ragazza può conoscere il nome dell’eroe cui votare la devozione della vedovanza. L’amore non detto trova parola quando la donna il cui nome è bagnato dal fuoco e dal sangue del vento divino riceve l’astuccio. Sorretta dai propri cari, pronta alle nozze con il lutto, davanti ai soldati piegati sotto il peso dell’onore e dell’amore, la dama srotola ancora una volta la benda e legge se stessa. Sposata all’eroe, alza al cielo la striscia con il sole al centro. La pattuglia, i cadetti e il generale sono adesso ritti nel saluto militare. La folla dei vicini, dei passanti, si raduna intorno al rito come una nube quando, timida, vuole accostarsi al nitore di un’alba appena esplosa nel sole.
È il giorno di Hiroshima ma lei, con le braccia tese verso le nuvole, saluta così, con il sigillo dello sponsale, il proprio uomo, la cui parola appena pronunciata è già conclusa nel vento divino. Verrà all’amore trascinandosi lo spettro: «Ecco» mi disse il comandante, il vecchio eroe, «ci sono tutte le parole delle cose dell’amore, la più importante, soprattutto: quella mai detta.»

Tratto da Fimmini di Pietrangelo Buttafuoco, Ed. Mondadori.