La donna e l’islam

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a cura del Cuib Femminile

Un contributo ricevuto da una ragazza intervenuta alla conferenza “La donna e L’islam”, tenutasi presso la nostra sede il 12 maggio scorso.
Buona lettura.

La donna e l’Islam, una discussione utile a vincere le opinioni comuni devianti e a maturare riflessioni sulla nostra sorte di feminae e di uomini e donne occidentali.
La conferenza che si è tenuta il giorno 12 maggio 2011 da Raido non ha lasciato spazio alla retorica made in Italy, tantomeno alla ostentazione di un sistema religioso prima che politico, che pur mostrando una adesione completa a norme tradizionali, rimane un sistema teocratico a tratti criticabile.
Ospite della serata Farzane Gholami, membro dell’Associazione Islamica Imam Mahadi, di orientamento Schiita, nata nel 2004 con l’obiettivo di servire la comunità islamica nel suo cammino spirituale rafforzando l’identità dei musulmani, accanto a Farzane il giornalista Pietrangelo Buttafuoco, che non ha certo bisogno di presentazioni e che, da buon siciliano, non è estraneo alla cultura islamica.
Dalle parole di Farzane abbiamo imparato a conoscere un Islam che non è soltanto oppressione, che invece è realizzazione della libertà, nel senso di essere ciò “che la natura ti porta ad essere”. Uomini e donne all’interno di questa comunità vivente si trovano ad occupare un ruolo altrettanto essenziale, altrettanto degno di rispetto.
La diversità quindi non risiede nel fine ma nei percorsi di realizzazione di sé.
La donna islamica è madre è moglie è amante: come madre procrea, educa e protegge i propri figli, come moglie obbedisce e rispetta il proprio marito e come amante sa curarsi e rendersi bella per gli occhi che devono guardarla e sa rinunciare esternamente alle provocazioni. Nessuna sottomissione in questo, rivela Farzane, perché nella sua fede l’uomo deve sottomettersi a Dio e a nessun altro essere.
Neppure il velo, che per gli occidentalisti libertari è il simbolo di chiusura e censura, per le donne islamiche rappresenta la sottomissione, ma scelta libera, di credere in un Dio, che in quanto essere giusto struttura giuste leggi per uomini giusti.
C’era tanta dignità nell’atteggiamento di questa donna e tanta convinzione, che talvolta risultava disarmante, soprattutto quando metteva, molti sono stati i casi, a confronto, la donna islamica con la donna occidentale: provocatrice, irrispettosa, poco pudica e poco dignitosa, orfana di fede, che non chiede per se stessa un ruolo proprio ma rivendica spazi già occupati.
Pietrangelo Buttafuoco apre il suo intervento emozionando i presenti, per la sua voce calda oltre che per la sostanza di ciò che ha raccontato, con il ricordo dei simboli religiosi della sua terra, svelatori di una superstizione, che rimane un’ancora di tradizione. Il velo di Agata, la figura stessa di Maria non sono lontani dalle immagini proposteci da Farzane e questo perché?
Forse perché entrambe proiettate sul filo della tradizione.
La donna islamica nella realizzazione di sé è simile alla matrona romana o alla moglie greca, come alla figura femminile indiana, perché custodisce il volto della tradizione, il quale di sicuro non possiamo riconoscere all’interno del nostro sistema familiare, in cui si è dimentichi dei ruoli e si riserva al genere padre e madre esclusivamente il compito di dar da mangiare ed assicurare un futuro alla prole. Così ci troviamo di fronte i paradossi del tipo “la famiglia gay di Elton John e sorridiamo compiaciuti nel vedere le loro immagini sui giornali, considerando quella, libertà.
L’occidente è vittima, da troppo tempo, della perdita di identità.
Identità! Quanta malinconia all’udire questa parola pronunciata da Buttafuoco, quella malinconia che solo prova chi è consapevole di stare per perdere qualcosa definitivamente, quanta rabbia e desiderio di rivendicazione, che accomuna quanti si occupano e preoccupano di trattenere ciò che sfugge. Buttafuoco ha denunciato con la dolcezza polemica del suo parlare, l’assenza del riconoscimento: “in una sociètà democratica, non c’è riconoscimento per la propria storia, per la propria tradizione. Forse perché riconosce chi non ha paura di perdersi, perché consapevole di avere una identità forte.”
E allora deve divenire “la tradizione materia viva e non permettere più all’identità di essere segata”.
Buttafuoco ci ha infine lasciato con una immagine non meno idilliaca delle precedenti: la tradizione è linfa per tutti, solo se rimane viva!
Credo che la manifestazione voluta dal cuib femminile di Raido abbia raggiunto l’obiettivo preposto, quello di considerare determinate culture rami dell’albero della tradizione e non pericoli per la stabilizzazione della nostra società.

Marina Simeone