Il futuro della primavera araba

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Islam e/o democrazia. Mentre gli occhi europei sono puntati sulla guerra civile libica, dove tutto sembra stagnare senza possibilità di soluzione, l’attenzione del resto del mondo si concentra sulla transizione egiziana. Tutte le potenze mondiali valutano la possibilità che un nuovo modello democratico, che guarda all’esperienza turca ed è stimolato dalla presenza dei Fratelli musulmani – ancora “defilati” ma determinanti – si affermi nel Paese dei faraoni condizionandone, nell’immediato futuro, le scelte politiche ed economiche.
Che, fatalmente, si ripercuoterebbero su tutta l’area.

Il simbolo del nuovo Egitto è piazza Tahrir (piazza della liberazione). Si chiamava così anche prima che diventasse meta di milioni di egiziani che volevano manifestare il loro dissenso per il potere di Hosni Mubarack: ricordava la liberazione dal colonialismo inglese e la rinascita della nazione araba.
La piazza negli ultimi mesi si è animata ogni venerdì con la gente che usciva dalle moschee dopo la preghiera, per celebrare ancora la vittoria o – come di recente – per ricordare ai militari che la volontà delle opposizioni è ancora viva. L’ultima manifestazione chiedeva l’arresto dei figli di Mubarack e la loro messa sotto processo per corruzione. Arresto ottenuto. La loro detenzione serve soprattutto a convincerli a vuotare il sacco su tutti i sospettati di coinvolgimento nelle spartizioni dei grossi appalti di Stato che, secondo l’accusa, passavano per la famiglia del rais.
Tra i sospettati ci sarebbero anche personaggi di spicco che si propongono oggi come sostenitori del nuovo corso. Tra questi potrebbe esserci anche il miliardario copto Naguid Sawiris, ex amministratore delegato di Wind, che alcuni davano come pretendente a qualche posto di rilievo nel prossimo governo.
Il recente referendum in cui hanno vinto i “sì” alla modifica di alcuni articoli chiave della Costituzione, l’avrebbe già tagliato fuori dalla corsa alle Presidenziali – che avranno luogo in ottobre. La nuova Costituzione, infatti, sancisce che non si può essere presidente dell’Egitto se non si è di religione islamica. Il che taglia fuori tutti i cristiani, che sono quasi il 10% della popolazione. Nelle stime demografiche egiziane il “circa” è d’obbligo, perché da anni non si verificano censimenti. L’intera popolazione dovrebbe aggirarsi intorno agli 83 milioni. Pare.
La clausola confessionale – ovviamente sostenuta dalla potente rete dei Fratelli musulmani – potrebbe non essere solo una rivendicazione di supremazia religiosa. I Fratelli sono soprattutto pragmatici e hanno già deciso che non presenteranno un proprio candidato alle presidenziali. Stanno però imponendo dei binari che possano servire a selezionare un candidato a loro congeniale.
Le modifiche sanciscono anche che non ci si possa candidare se si ha la cittadinanza in un altro Stato. Questo metterebbe all’angolo anche il premio Nobel per la pace ed ex capo dell’agenzia nucleare delle Nazioni unite Mohammed el Baradei, che è in possesso di un passaporto Usa e ha vissuto negli States gli ultimi vent’anni. Alle proteste dei sostenitori di Baradei, i Fratelli hanno spiegato che non hanno alcuna contrarietà nei confronti del loro candidato e che anzi potrebbero anche sostenerlo se lui dimostrasse, rinunciando alla doppia nazionalità e ai suoi interessi negli Usa, di essere veramente intenzionato a scegliere l’Egitto come sua unica Patria.
I copti intanto hanno occupato con un corteo proprio piazza Tahrir. Protestano contro le modifiche costituzionali, che ormai sono passate con il loro dissenso. Sfilano con le foto dei martiri, le vittime dell’attentato di Natale e quelle uccise in seguito ai funerali. Paradossalmente la piazza è addobbata di maxi manifesti con i colori della bandiera egiziana al centro della quale campeggia, in verde, una mezzaluna legata a una croce, a testimoniare l’unità del popolo al di là delle confessioni. I copti del Cairo sono una minoranza, ma sono preponderanti ad Alessandria e Porto Said, le due città portuali del Nord, vero e proprio interfaccia commerciale con il Mediterraneo.
La vera partita politica in Egitto non si giocherà tanto con le Politiche di settembre, ma con le elezioni amministrative che determineranno il modello di gestione territoriale. I Fratelli musulmani sanno che la stabilità passa per un’alleanza con i copti. Insieme possono decidere chi sarà il presidente, che in Egitto governa davvero. Tagliare fuori dagli accordi i cristiani rischia di creare un potere territoriale ostile nel Nord del Paese. Meglio un accordo “alla libanese”. Magari uno o due ministeri importanti per coinvolgere i cristiani nel nuovo governo.
Tutto l’Egitto si prepara alle elezioni di settembre con una certa euforia. L’entusiasmo della novità è pervasivo. Secondo l’Egyptian gazette i candidati alla presidenza sarebbero già una trentina. Ci sono militari ed ex parlamentari ma anche il capo dell’organizzazione che realizzò l’omicidio del presidente Anwar Al-Sadat nel 1981, Abud Al-Zumur, appena uscito dal carcere dopo aver scontato una condanna a trent’anni e Mohamed Mussa, che si definisce «un semplice contadino».
Con chiunque ti fermi a parlare, ricevi la stessa testimonianza di soddisfazione per la fine della “dittatura” e l’ottimismo per il futuro che sarà caratterizzato da “libertà e democrazia”. «Preoccupazione per una possibile stretta fondamentalista?» Tutti ti guardano come se non capissero di cosa stai parlando. Accenni alla Fratellanza e le reazione sono leggermente diverse: alcuni sorridono entusiasti e ti assicurano che la rivoluzione l’hanno fatta proprio loro – i “fratelli” – ed è grazie a loro che non si è trasformata in un bagno di sangue. Altri fanno spallucce, come a dire che i Fratelli islamici ci sono, ovvio, ma che non c’è da preoccuparsi.
Una cosa è certa: in Egitto, oltre all’esercito, l’unica altra realtà organizzata è la Fratellanza musulmana. La rete è sopravvissuta a mezzo secolo di repressione durissima e alla sistematica eliminazione dei suoi capi, eppure già alla fine di gennaio i membri palesi erano trecentomila. Oggi sono cinque milioni – ovviamente “circa” – su circa 45 milioni di elettori. Il calcolo viene facile. Ma non saranno loro i vincitori delle elezioni di settembre, su questo tutti scommettono. La ragione è che si stanno organizzando per non vincere. Memori dell’esperienza algerina e palestinese, gli islamisti preferiscono diluire nel tempo il loro intervento per non creare la reazione violenta dei Paesi occidentali, che oggi più che mai desiderano avere come partner economici piuttosto che come nemici.
La vera sfida della rinascita araba è infatti tutta economica e questo è ancor più vero in Egitto che altrove. Il nuovo governo riuscirà a dare una risposta alle necessità di sopravvivenza di ottanta milioni di persone? Sarà sufficiente eliminare il grosso della corruzione per reperire le risorse necessarie per dar vita a un sistema che assicuri le minime garanzie sociali? Forse i Fratelli sono stati lungimiranti anche in questo, dichiarando che non hanno intenzione di avere un peso preponderante nel prossimo governo, cioè quello che dovrà sopravvivere alla prova della transizione… Il punto cardine del progetto della Fratellanza per l’Egitto è la giustizia sociale, valore che ormai anche le ideologie e i modelli nati o sviluppatisi in Occidente non sono più in grado di assicurare. Immaginare una società che garantisca occupazione, accesso al credito, sviluppo, educazione, assistenza e sicurezza è quasi un’utopia.
Il nuovo Egitto pensa che proprio nell’Islam si possano trovare tutte le risposte. La credibilità della Fratellanza sta d’altronde nel fatto che in buona parte del Paese ha assicurato negli scorsi decenni, col proprio volontariato, i servizi primari assolutamente assenti. La raccolta delle decime va ben oltre la carità dei fedeli in moschea, tutti i professionisti e gli imprenditori della Fratellanza si tassano per finanziare scuole e ambulatori. I medici, che sono moltissimi, prestano gratuitamente le cure.
I Fratelli sono, da un punto di vista occidentale, estremamente mimetici. Niente barbe o abbigliamenti strani, toni e maniere pacate, lingua e cultura universale. In un Paese largamente sottosviluppato, rappresentano quasi tutta la classe media. Nella vita privata, però, risultano perfettamente aderenti ai precetti islamici: sono tutti sposati con prole numerosa, pregano, fanno il digiuno e i pellegrinaggi, rispettano i precetti alimentari. Sono quindi irreprensibili.
La piramide gerarchica dell’organizzazione è in apparenza inversamente proporzionale al benessere economico: più si cresce più ci s’impoverisce. I sostenitori sono imprenditori, i rappresentanti politici professori universitari (che guadagnano meno di un nostro bidello) e in cima ci sono i leader spirituali, teologi e esperti di Diritto. La maggior parte, però, non ha grande esperienza politico-amministrativa. I rappresentanti parlamentari della Fratellanza sono sempre stati eletti come indipendenti nelle liste dei partiti laici e solo in seguito al rovesciamento del regime hanno deciso di costituirsi in gruppo parlamentare autonomo.
Per il momento un partito islamico non esiste ancora, ma la Fratellanza ha recentemente rotto gli indugi annunciando che parteciperà alle elezioni di settembre con un proprio partito, che probabilmente non si candiderà in tutte le circoscrizioni proprio per ridurre l’impatto del proprio risultato e il rischio di egemonizzare l’assemblea parlamentare. Nelle rimanenti circoscrizioni appoggeranno i candidati più “meritevoli” o ne presenteranno di propri, ma in altre liste. Probabilmente affronteranno le Amministrative con minore prudenza, con l’obiettivo di governare là dove il rapporto con la popolazione è più diretto e immediato.
I rappresentanti ufficiali della Fratellanza non fanno segreto della loro strategia e, anzi, sembrano chiedere con grande umiltà l’opinione di chiunque sulle proprie preoccupazioni. Confessano che non tutti, all’interno dell’organizzazione, pensano che sia una buona idea rinunciare al potere quando è a portata di mano, ma è evidente che questa è la linea che prevarrà. Chiederanno dei ministeri chiave? Forse l’Educazione – ma pensano che gli altri partiti non saranno favorevoli a questa richiesta – e poi la Sanità e l’Assistenza sociale o magari l’Agricoltura. Scuotono la testa quando si accenna agli Esteri, alla Difesa o al ministero degli Interni. Troppo esposti…
Al risultato dell’esperimento democratico egiziano danno, ovviamente, un’importanza storica e globale. Se funzionerà in Egitto – che è la nazione più potente e popolosa – gli altri Paesi arabi seguiranno. Peccato che le sollevazioni siano state tutte in contemporanea, ma non si può biasimare chi non ha saputo resistere al desiderio di libertà. Se ci fosse stato più tempo per mettere le cose a posto in Egitto, forse il nuovo governo avrebbe potuto fare pressione sui vicini perché adottassero politiche di apertura. Ma ormai – e il pensiero corre alla Siria – è troppo tardi.
La coscienza del respiro regionale è presente in ogni egiziano. A piazza Tahrir, come nei taxi e sulle bancarelle, la bandiera nazionale è affiancata a quella dei ribelli libici e a quella palestinese. Già, la Palestina… Che farà il nuovo governo egiziano sulla questione israelo-palestinese? Libia, Palestina e Sudan sono Paesi confinanti, tutti in stato di guerra. Difficile pensare a un Egitto stabile e prospero con la guerra tutt’intorno. La risposta è pragmatica e logica come si deve: “Quando ci sarà un governo egiziano, questo proporrà un tavolo internazionale per affrontare questi problemi, invitando al confronto tutte gli interlocutori regionali e globali”.
Intanto Gaza non è più isolata. Il passo di Rafah è stato riaperto. I palestinesi ora possono entrare e uscire, per motivi di studio o di affari e per cure sanitarie urgenti. L’embargo israeliano su prodotti chimici e farmaceutici, carburanti e materiali da costruzione viene aggirato, ma per ora solo da ong riconosciute e organizzazioni statali. Vale la pena ricordare che Hamas nasce da una costola dei Fratelli musulmani egiziani e che Gaza è stata per secoli una città egiziana. Un Egitto democratico non potrà non avere una qualche influenza anche sulla vita di Gaza.
Un ultimo elemento che non può non essere tenuto in seria considerazione è il rapporto bilaterale che già naturalmente si è stabilito con la Turchia, col suo governo, col suo popolo e soprattutto con le sue realtà imprenditoriali. La Turchia è per tutto il mondo musulmano il modello riuscito di democrazia islamica, che ha al suo attivo un’importante crescita economica oltre a buoni risultati nel campo della sicurezza e dei diritti civili. Insieme a un’altra giovanissima democrazia islamica – quella della nazione musulmana più popolosa, l’Indonesia – un asse turco-egiziano eserciterebbe un’importanza mai vista prima nella Organizzazione della Conferenza islamica, che annovera 57 Paesi con una delegazione permanente alle Nazioni unite.
Sino a pochi anni fa nessuno dei Paesi membri era catalogato come una “democrazia piena”. Dal successo della transizione egiziana può dipendere il futuro di un miliardo di musulmani. Le aspettative non possono essere deluse.

Fonte: http://www.area-online.it/articoli/esteri/340-islam-eo-democrazia.html