Le divinità greco-romane

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a cura del Cuib Femminile

AFRODITE
Dea della bellezza fascinatrice il cui cul¬to di origine asiatica è celebrato in molti santuari della Grecia, soprattutto a Citera. Figlia del seme di Urano (il Cielo) sparso sul mare dopo la castrazione del Cielo da parte di suo figlio Crono (da cui nasce la leggenda di Afrodite nata dalla spuma del mare), sposa di Efesto lo zoppo che essa ridicolizza in molte occasioni, rappresenta le forze irrefre¬nabili della fecondità non nei loro frutti ma nel desiderio appassionato che esse accendono nei viventi. Spesso è rappre¬sentata tra le fiere che la scortano co¬me nell’inno omerico in cui l’autore evoca innanzitutto il suo potere sugli dei, poi sugli animali: «Ella fa smarrire la ragione anche a Zeus che ama il fulmine, lui, il più grande degli dei…; anche questo spirito saggio lo corrom¬pe quando vuole… Raggiunse l’Ida dal¬le mille sorgenti, la montagna madre delle fiere; dietro di lei venivano adu¬landola i lupi grigi, i fulvi leoni, gli or¬si e la rapida pantera, insaziabile di cer¬biatti. Alla loro vista, essa si allietava di tutto cuore e gettava il desiderio nei loro petti; allora insieme essi correva¬no ad accoppiarsi nell’ombra delle val¬li» (HYMN, 36-38, 68-74). È l’amore nella sua forma unicamente fisica, il de¬siderio ed il piacere dei sensi: non an¬cora l’amore specificamente umano. Sul piano più elevato dello psichismo umano, in cui l’amore è completato dal legame delle anime, il cui simbolo è Era, sposa di Zeus, il simbolo Afrodite espri¬me la perversione sessuale, perché l’at¬to sessuale può essere cercato solo in funzione del piacere che la natura vi collega. Il bisogno naturale allora si esercita perversamente (Dlns, 166). Ci si può però chiedere se l’interpretazio¬ne di questo simbolo non si evolverà in seguito alle più moderne ricerche sui valori propriamente umani della ses¬sualità. Anche negli ambienti religiosi più severi si sta studiando se l’unico scopo della sessualità sia la fecondità, se non sia possibile umanizzare l’atto sessuale indipendentemente dalla pro¬creazione.
Il mito di Afrodite potrebbe restare an¬cora immagine della perversione, per¬versione delle forze vitali e della gioia di vivere, non più perché la volontà di trasmettere la vita sarebbe assente dal¬l’atto d’amore ma perché l’amore stes¬so non sarebbe, in esso, umanizzato. Resterebbe a livello animale, degno del¬le fiere che compongono il corteo che segue la dea. Alla fine di questa evolu¬zione, però, Afrodite potrebbe appari¬re come la dea che sublima l’amore sel¬vaggio, integrandolo in una vita vera¬mente umana.

ARTEMIDE (Diana)
1. Figlia di Zeus* e di Leto, Artemide è la sorella gemella di Apollo*. Vergi¬ne ombrosa e vendicativa, sempre indo¬mabile, nella mitologia è l’opposto di Afrodite, e punisce crudelmente chiun¬que le manchi di riguardo, trasforman¬doli ad esempio in cervi che fa divora¬re dai suoi cani.
Invece premia con la immortalità i suoi adoratori fedeli, come Ippolito che • muore vittima della sua stessa castità. «Artemide l’Ardente, sagittaria dell’ar¬co dorato, sorella dell’Arciere» (Iliade, XX), la dea che corre attraverso monti e foreste con le sue compagne e la sua muta di cani, pronta a tirare con l’ar¬co, è la selvaggia dea della natura. So¬prattutto si mostra impietosa verso le donne che cedono alla seduzione amo¬rosa: è protettrice verso coloro che avanzano per le vie della castità e vio¬lenta con coloro che indulgono alla vo¬luttà. È stata definita la Dea delle fiere. Come cacciatrice, fa strage degli animali che rappresentano la dolcezza e la fe¬condità dell’amore, i cervi e i cerbiatti, tranne quando sono giovani e puri, mentre in questo caso li protegge come esseri consacrati. Protegge anche le don¬ne incinte, le femmine pregne, in atte¬sa dei piccoli. È la dea vergine che pre¬siede ai parti. Le vengono offerti in sa-crificio animali selvaggi e domestici e fanciulle travestite da orse danzano in¬torno a lei. Artemide pretese la morte di Ifigenia per punire l’oltraggio di Aga¬mennone ma al momento di porla sul rogo le sostituti una cerbiatta e rapi nel¬l’aria la fanciulla per farne una sacer¬dotessa.
2. Dea protettrice ma talvolta temibile, Artemide regna sul mondo umano do¬ve presiede alla nascita e allo sviluppo degli esseri. È stata interpretata come una divinità lunare, errante come la lu¬na, che gioca sulle montagne, mentre il fratello gemello Apollo è una divinità solare. L’Artemide-Selene è collegata a sua volta al ciclo dei simboli della fe¬condità. Feroce verso gli uomini, ha una funzione protettrice nella vita delle don¬ne. Si è fatto così discendere il suo cul¬to da quello della Grande Madre asia¬tica ed egea, particolarmente onorata a Efeso e a Delo (sEco, 353-365).
La Diana romana deriva, secondo Du¬mézil, da una divinità celeste indoeuro¬pea che garantiva la continuità delle nascite e la successione dei re. Era anche la protettrice delle schiave. A partire dal V secolo, fu assimilata alla divinità gre¬ca Artemide.
3. Secondo taluni analisti, Artemide rappresenterebbe l’aspetto geloso, do¬minatore, castrante della madre. Con Afrodite*, il suo polo opposto, compor¬rebbe il ritratto integrale della donna, profondamente divisa al suo interno fin¬ché non riesce a ridurre le tensioni nate da questi due aspetti della sua natura. Le fiere con cui Artemide si accompa¬gna durante le sue corse sono gli istinti inseparabili dell’essere umano che biso-gna dominare per giungere alla città dei giusti che, secondo Omero, la dea pre¬diligeva.
4. Il culto di Diana propriamente detta non è attestato in Gallia prima dell’e¬poca romana ma la sua straordinaria diffusione è dimostrata dal modo in cui i concili e in generale le autorità cristiane reagirono contro di esso fin verso il VII- VIII secolo. È probabile che Diana, che rappresenta gli aspetti virginali e sovrani della più antica mitologia italica si sia identificata con il culto di una divinità celtica continentale il cui nome somi¬gliava al suo e che doveva essere vicino alla Dé Ana o dea Ana irlandese, ma¬dre degli dei e patrona delle arti (CELT,15, 328). (tratto dal Dizionario dei Simboli di J. Chevalier – A. Gheerbrant, BUR Dizionari, 2005).