UNA MADRE NELLA TEMPESTA DEL DOLORE [Racconto]

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di Emilio Del Bel Belluz

Nessuno potrà mai cancellare dal cuore di una madre il dolore che ha provato in quella mattina di fine aprile del 1945 quando le ammazzarono il figlio . La guerra era finita ma la vendetta non andava di pari passo. Una serie di domande mi sono posto, in questo ottobre così diverso. L’autunno della storia, così mi piacerebbe definirlo, un momento difficile. Le lacrime della mamma di Pietro, un giovanissimo camerata di diciotto anni che non aveva in nessun modo compreso la data dell’otto settembre. Come tanti, pure lui, a soli sedici anni, era partito. Una notte insonne poi la decisione di abbandonare la famiglia, la numerosa famiglia e partire. Lasciando le poche comodità che gli davano almeno da vivere ed una certa serenità, ma lui aveva sentito la forza della lealtà, dell’onore quello vero. L’onore e la lealtà erano il suo pane, non aveva altro che questa fierezza, solitario cavaliere si era lasciato tutto alle spalle, anche una ragazza che lo amava per questa avventura. Un viaggio nella notte su un camion militare tedesco assieme a giovani che non conosceva; di una cosa sicuramente aveva come certezza, erano camerati. Scrivendo questa parola mi vengono i brividi . Osservando i paesi nel profondo della notte sperava ed il suo cuore era acceso dalla passione. Lungo il viaggio verso il primo centro di reclutamento assieme ad altri giovani che fumavano e cantavano per il duce a noi. Verso mattina trovarono una locanda aperta verso Verona, si trattava di una bettola, il padrone assonnato accolse questi ragazzi che avevano poco denaro, anzi quasi nulla, ma l’uomo offrì a loro quel poco che poteva, latte caffè e del pane vecchio. La fame se si è giovani non va mai in vacanza. I camerati parlavano con entusiasmo della loro scelta di arruolarsi , volevano a tutti costi rinsaldare il giuramento fatto all’alleato tedesco, volevano rinsaldare l’onore e la lealtà perduta. Penso alle notti in bianco di questa mamma, penso a lei con i capelli raccolti, vecchia nell’aspetto ma madre. Quel suo ragazzo, le hanno detto è morto, glielo hanno ucciso i partigiani. Il suo cuore di mamma lacerato e stanco cedette al dolore e si accasciò; anche lei non avrebbe mai pensato che sarebbe andata a finire così. Di figli ne aveva altri ma quel figlio era quello che nella vita aveva più sofferto, anche di salute, ma ci teneva a dare il suo contributo alla patria. Quando aveva giurato alla sua patria, con orgoglio le aveva scritto una bellissima lettera che lei conservava in un cassetto e che spesso portava nel suo letto e la sera la leggeva dandole un bacio. In questa lettera era riportata una bella frase di elogio alla madre che lo aveva messo al mondo, vi aveva trascritto una poesia che la sua maestra gli aveva fatto imparare a memoria e nella nostalgia che la lontananza da casa produce le aveva ispirato spesso un pensiero soave per la Madonna che pregava sempre : “ O Maria di sol vestita, delle stelle incoronata, della luna sei calzata, specchio sei di nostra vita. O Maria, quel tuo bel manto che tu porti al Santo coro, campo azzurro e stelle d’oro, è fiorito tutto quanto. O Maria, quel tuo bel viso con quegli occhi onesti e santi! Per te gli angeli tutti quanti sempre stanno in canto e riso. O Maria, tua bionda testa, coi capelli di fin oro! riguardando un tal tesoro tutti i Santi fanno festa.” Questa poesia la recitava spesso davanti a un capitello della Madonna che era poco distante da casa. Nel mese di Maggio, tutta la gente del quartiere si radunava e recitavano assieme il Santo rosario. Nella sua lettera il figlio gli aveva ricordato la bellezza di quel tempo che non tornava più e gli sembrava tanto lontano. Era da quasi un anno sotto le armi e queste malinconie si accendevano la sera ed erano come un richiamo alla famiglia e a sua madre. Si sentiva come quelli che navigavano mille mari ed alla sera sentivano la malinconia crescere nei loro cuori; il ricordo del tempo passato ritornava come un presente. Era anche lui lontano da casa e sentiva che gli mancava anche quella Edicola Votiva dove nel mese più bello andava a pregare. Raccontava in questa lettera che la guerra non lo aveva indebolito nella sua fede e non lo aveva indebolito negli ideali che, giusti o sbagliati, erano sempre presenti nel suo cuore. Le aveva scritto a caratteri runici il suo giuramento che aveva fatto alla Repubblica Sociale Italiana. Le ricordava che il suo cuore era traboccante di gioia, perché sapeva che consacrava i suoi valori, quelli veri, i suoi gradi che si sarebbe guadagnato sul campo di battaglia.- Le parole del giuramento dicevano

Giuro

di servire e difendere

la Repubblica Sociale Italiana

nelle sue istituzioni e nelle sue leggi

nel suo onore e nel suo territorio

in pace e in guerra

fino al sacrificio supremo.

Lo giuro

dinanzi a Dio e ai Caduti

per l unità

l’indipendenza

e l’avvenire della Patria

Le avevano ammazzato il figlio così senza un perché e non sapeva darsi pace, non sapeva perché. Il prete del paese era andato a trovarla tante volte portandole il conforto necessario ma non era sufficiente; la donna si domandava sempre il perché lo avevano ucciso e in quel modo.. Passò il natale e vennero tutte le feste, la nascita del bambinello era stata festeggiata dalla famiglia e tutto quello che occorreva era stato fatto per lei. Una mattina d’inizio gennaio si vestì in fretta sorprendendo tutti, lasciò un biglietto sulla tavola, dove aveva ancora una volta preparato la colazione per la famiglia, si fece il segno di croce davanti alla piccola madonnina che avevano nella stanza, dove vi era la foto del figlio e prese la decisione che stava maturando da tempo, voleva raggiungere il posto dove suo figlio era stato ammazzato e visitare la sua tomba. Faceva freddo quel giorno, il suo vestito nero e quello scialle che le copriva le spalle erano davvero come una uniforme. Era scesa nella notte la neve, la donna lasciava le impronte, aveva preso con se solo una borsa dove vi aveva messo una grande pagnotta rotonda e del formaggio, un pezzetto di salame cotto, lo aveva messo in una scatoletta ermetica, era per lei il cibo di quei giorni. Si diresse vero la stazione dei treni di Motta di Livenza, in stazione non c’era anima viva solo il bigliettaio mezzo assonnato la fece entrare e le chiese come mai così presto prendeva il treno; la risposta fu piuttosto evasiva e chiese un biglietto per Treviso, poi avrebbe cambiato in direzione Verona. Il bigliettaio aveva appena messo su un buon caffè e l’aroma aveva conquistato la stanza dove il freddo non poteva essere vinto da una stufa a legno che era ancora spenta. Le portò il caffè e comprese la tristezza della donna, sapeva della morte del figlio e sapeva quindi del suo viaggio e poteva solo immaginare la disperazione della donna. Erano le quattro di mattina e il primo treno era programmato per le cinque. Preso da un momento di tene3rezza prese un pezzo di legno, della paglia e del piccolo legno con cui accese il fuoco. L’odore del legno acceso e della paglia si propagò in breve tempo e un fuoco cominciò a divorare il legno e a dar tepore allo stanzone. La donna che si era messa a pregare lo ringraziò e il ferroviere pensò che era meglio non dirle nulla, lascarla sola, qualche viaggiatore sarebbe arrivato di sicuro, non era tardi pensò e si accese la pipa. Ogni tanto sbirciava la donna finché si accorse che stava piangendo  Volutamente non volle intervenire, temeva di fare peggio. Pensò al dolore che nella vita colpisce qualsiasi essere umano, un dolore al quale non ci si abitua a stare. Arrivò la locomotiva annunciata da un grande fischio, nel frattempo erano arrivati due operai che si recavano a Treviso per andare a lavorare in un cantiere. Con la mano l’uomo salutò la donna e ne ricevette un saluto con sufficienza. Il ferroviere pensò ancora una volta al dolore, ma dovette abbandonare ogni pensiero perché il lavoro lo chiamava. La donna, nel frattempo, aveva cercato di chiudere gli occhi ma il suo pensiero era al figlio e non si discostava neppure per un attimo.  Arrivata a Treviso si fece indicare il treno che portava a Verona, la città degli innamorati pensava e suo figlio non aveva avuto il tempo per trovare l’amore. Da piccolo non era molto socievole e lo aveva dimostrato tutta la vita. La donna pensò alla vita vissuta come uno squarcio del cuore, un attimo troppo presto passato. Salì sul treno e le venne fame ma nello scompartimento vi erano solo poche persone ma la timidezza la vinse, sentiva un gran vuoto allo stomaco. Pensò a suo marito. Pensò a quello che avrebbe detto e pensato al suo risveglio, quando avesse visto lo scritto che aveva vergato con mano incerta di chi ha scritto sempre poco e che riusciva a fare la firma malamente. Mai come in questi momenti sentiva che nel suo cuore aveva sempre prima di tutto vinto il dolore per la perdita del suo ragazzo. Giunta a Verona rimase davvero incantata, la città era bella, si trattava di un ambiente molto diverso da quello di chi è sempre stata abituata alla campagna. Si sedette su una panchina e si mise a piangere, si sentiva sollevata, il dolore era profondo al solo pensiero che in questa città il suo ragazzo era morto. La donna si domandava se quelle persone che vedeva avessero conosciuto suo figlio, si chiedeva se qualcuno avesse potuto parlarle di lui. Vide una bella ragazza che passava con il fidanzato, assieme erano una bella coppia, lui indossava la divisa della repubblica di Salò, forse era della stessa caserma di suo figlio. Venne presa da una irrefrenabile voglia di fermarsi a parlare con loro, gli avrebbe chiesto notizie ma non volle rendere la situazione trista con le domande di una donna che aveva il cuore pieno d’angoscia. Tutto passa nella vita ma il dolore di una perdita così grossa non esce mai dal cuore di una donna. Prese il coraggio a due mani e andò verso la caserma dei carabinieri del posto. Ad aprirle venne un giovane graduato che la accolse con un sorriso; ella pensò che quello era il sorriso di suo figlio. La donna venne fatta accomodare e saputo il motivo della visita al comando, dopo pochi minuti, lo stesso giovane venne a chiamarla e la fece accomodare nella stanza del comandante della caserma. Il giovane poco dopo comparve con un fascicolo marrone che conteneva delle carte che riguardavano la donna. Il comandante le diede la mano e la abbracciò come si abbraccia una madre nel dolore. L’uomo le disse che sapeva della morte di suo figlio, avvenuta nelle vicinanze di Verona, un piccolo paese proprio alle porte di Verona. si trattava e lo disse con molta sincerità di un agguato tesogli dai partigiani. Una notte, mentre erano di guardia ad un deposito di munizioni e stavano facendo una ricognizione nei dintorni della caserma, videro delle strane facce, e mentre stavano chiedendo i documenti uno di loro, il più anziano, estrasse una pistola e freddo’ uno dei due, proprio suo figlio. Il ragazzo con tutte le sue forze aveva tentato di sparare al suo aggressore, cerando di estrarre la pistola dalla guaina, ma l’altro lo freddò con un colpo alla testa. L’altro milite invece rimase steso a terra, la ferita lo aveva fatto svenire ed i partigiani credendolo morto se ne erano andati e lo dimenticarono senza infliggergli il colpo finale. Le parole del comandante ferirono a morte la donna che immaginava tutta la scena. Ma era stata lei a chiedere che gli fosse raccontata la storia come era accaduta. Il figlio della donna non era ancora morto quando lo trovarono. Qualche parola gli veniva dalla bocca ovvero l’invocazione che sua madre lo aiutasse. Venne trasportato all’ospedale, dove dopo i primi soccorsi sarebbe morto.. La donna chiese notizie del camerata che stava con suo figlio e seppe che si era salvato e che lo avevano mandato a casa in modo permanente per le ferite avute. Non avrebbe più camminato bene e l’esercito gli aveva offerto una possibilità. Volle che gli venisse dato il nome del giovane, gli sarebbe piaciuto scrivergli. Il comandante prese un foglio con la carta intestata dell’esercito del Duce e scrisse con una stilografica nera quel nome e l’indirizzo. Il comandante le fece portare un buon caffè e del pane caldo con l’uvetta. Non era possibile lasciare andare questa donna senza la dovuta grazia. Chiese al sergente di accompagnarla in una famiglia di sua conoscenza perché la donna avrebbe potuto nel pomeriggio visitare la tomba del figlio. Tutto questo era il minimo che poteva fare per questa poveretta; il compito di un comandante era quello di fare il possibile e la madre di un eroe meritava questo e altro. In cuor suo non aveva mai visto tante lacrime così copiose e piene d’amore. Pensò a sua madre che era a casa ed al suo dolore se gli fosse successo qualcosa. Ma sua madre avrebbe avuto sicuramente un dolore maggiore se lui non avesse scelto di rimanere al suo posto dopo l’otto settembre, quella maledetta data infame. Tutto quello che un uomo fa con libertà e rispetto merita d’essere fatto. La donna, nel frattempo, era stata accompagnata in una famiglia, non sarebbe ripartita che il giorno dopo. Il comandante aveva avvertito la famiglia che la donna sarebbe rientrata il giorno dopo e che non avessero delle preoccupazioni. Nella famiglia venne accompagnata nella sua stanza dove in qualche modo le fu chiesto di rinfrescarsi e di riposare. La donna che la aveva accolta la portò a vedere la cucina e l’avrebbe chiamata più tardi . Nella sua stanza la madre si mise a piangere davanti al crocefisso, pensò all’orribile fine del figlio e per un attimo ebbe il pensiero perché la morte non aveva colpito anche o il suo amico, quel camerata che si era salvato e che ora stava a casa con i suoi genitori. Chiese perdono alla vergine per questo pensiero così duro e si inginocchiò a pregare, stremata si addormentò e vi rimase a letto per due ore. Bussarono alla porta per chiamarla per il pranzo, scese a mangiare, la donna che la ospitava era una volontaria della RSI che si occupava delle famiglie e dei dispersi. Il suo amore per la patria era davvero tanto, non ci si poteva dimenticare di quello che si riceveva e di quello che si dava, sarebbe stata lei ad accompagnarla al cimitero. La madre si sforzò di parlare e disse con voce difficile che il dolore che si prova in questi casi è davvero tanto e il dolore poi, come in tutte le cose della vita, passa ma perdere un figlio è una cosa tremenda. Nel pomeriggio giunse al camposanto. Il corpo di suo figlio era stato sepolto in un piccolo camposanto non lontano dal luogo dell’eccidio. Percorse in compagnia della Ausiliaria alcune centinaia di metri di una stradicciola polverosa. La tomba venne individuata subito, la riconobbe dall’elmetto che vi era posto sopra. Una semplice croce di legno dove erano incise le iniziali del giovane e l’elmetto poggiato sulla croce. La madre si inginocchiò e baciò la croce; accarezzò quell’elmetto e stranamente non pianse. Aveva trovato finalmente la tomba di suo figlio, le sarebbe piaciuto che vicino ci fosse il marito ma non ci volle pensare. Sostò in preghiera ma non le riusciva di pregare e, rivolta alla giovane ausiliaria, la pregò di pregare insieme. Un vuoto totale le aveva preso la testa, non riusciva a ricordare neppure una preghiera. La giovanissima ausiliaria la abbracciò e pregarono assieme, nel frattempo si erano avvicinate delle persone che avevano compreso il momento e la tristezza. Anche tra queste donne ve ne erano alcune che avevano i loro figli in guerra e compresero senza alcuna speranza che avrebbero potuto trovarsi nelle stesse condizioni e confortarono la donna. Questa solidarietà le riempì il cuore e fu felice nel momento in cui una di queste madri le promise che si sarebbe occupata personalmente della tomba del ragazzo. Anzi chiese a sua madre se avesse avuto una foto da mettere sulla tomba e avrebbe avuto cura lei di sistemarla, suo figlio andava onorato. La madre disse che alla fine della guerra sarebbe venuta a portare via il corpo del figlio affinché potesse riposare a casa. La madre ringraziò commossa e, lasciando il cimitero, decise di portare con se l’elmetto di suo figlio, quell’elmetto doveva restare nella sua famiglia perché di sicuro qualcuno se ne sarebbe impossessato. La ausiliaria che l’aveva in consegna la portò a casa e le fece passare un buon pomeriggio, le mostrò alcuni monumenti di Verona, le fece visitare una chiesa, la storia del paese degli innamorati la sollevò dal peso. Ora comunque doveva pensare a tornare a casa. Quella sera mangiò con appetito e la giovane che la accompagnava le manifestò che il momento che stavano vivendo era dei peggiori e si temeva su tutto. La vita militare, la guerra che stava andando verso il baratro. Anche la giovane che stava servendo la Repubblica Sociale aveva paura di quello che stava accadendo. Una ragazza era stata uccisa e seviziata, aspettava un bambino, ma questo non lo disse alla donna, ma lo pensò. Quella ragazza vestiva l’uniforme delle ausiliarie, era una sua amica. Il guaio era che si fosse innamorata di un soldato tedesco e che la vendetta l’avesse fatta fuori. Il suo comunque era un vero amore. Nessuno può impedire che un amore nasca, anche tra persone in guerra e l’amore era nato, accompagnato dal sentimento. Il soldato tedesco aveva visto in lei quell’angelo da portare nella sua casa in Germania, alla fine della guerra. Avrebbe voluto presentarla a sua madre e l’avrebbe sposata. Era felice anche della gravidanza, la ricopriva di mille attenzioni e di mille amori prima della morte assassina e crudele, compiuta da mani lordate di sangue. Li uccisero entrambi con una ferocia inaudita. Il loro sogno s’infranse alla vigilia di Natale e li uccisero dopo aver fatto tutto quello che di male si potesse fare ad una donna. Questa storia fece il giro del piccolo paese dove era accaduta, ci furono rappresaglie e altri morti. Addebitare alla guerra un comportamento selvaggio è cosa davvero meschina e grave. La madre quella sera si sentì protetta nel suo dolore, mise in un foglio alcune frasi di ringraziamento per il comandante e per la donna che si sarebbe occupata della tomba del figlio. Le venne in aiuto l’ ausiliaria che le fornì carta e penna  aiutandola a scrivere tutte queste cose. Quella sera venne un soldato a consegnare una busta del comandante dei carabinieri dove era stata accolta; nella lettera le esprimeva la sua solidarietà cameratesca e le metteva nella busta delle foto scattate al funerale del figlio. La donna pensò alle parole che suo figlio le aveva inviato nel momento del giuramento fatto al duce e le vennero in mente. Le ripeté a bassa voce e immaginò come aveva fatto suo figlio il giorno della cerimonia, aveva giurato e aveva mantenuto il giuramento fino alla fine, morendo. Nelle foto, si vedeva la realtà di quella giornata e la bara di suo figlio dove era stata adagiata la bandiera della Repubblica di Salò, i camerati vicini che la portavano a spalle, le ausiliarie schierate assieme soldati .

Giuro

di servire e difendere

la Repubblica Sociale Italiana

nelle sue istituzioni e nelle sue leggi

nel suo onore e nel suo territorio

in pace e in guerra

fino al sacrificio supremo.

Lo giuro

dinanzi a Dio e ai Caduti

per l unità

l’indipendenza

e l’avvenire della Patria

Quello che l’aveva più commossa erano i suoi camerati che alla fine del funerale avevano fatto il saluto romano e quella parola che si diceva presente. Scesero ancora delle lacrime, ma erano lacrime di chi aveva compreso che suo figlio non era stato dimenticato dai suoi camerati. Si pentì d’aver pensato solo per un istante alla madre del ragazzo che si era salvato ed a quel pensiero che al camposanto ci potesse stare suo figlio L’indomani, accompagnata alla stazione dei treni, lasciava Verona con affetto. Il viaggio fu difficile, le avevano preparato un cestino per metterci del cibo e non ebbe difficoltà per il ritorno. A casa il marito e i figli la accolsero felici di riaverla. Quella casa era più bella del solito, l’elmetto che aveva fatto compagnia a suo figlio venne messo nella sua stanza accanto al Cristo.

Settembre 2011