La brama di essere amati è ciò che rende così poco amabili agli occhi dell’altro

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a cura del Cuib femminile di Raido

Brama, avidità l’avidità, l’incessante bisogno di possedere qualcosa, sono alcuni dei veleni con i quali il  mondo modermo  ha abilmente infettato la nostra esistenza.
Che si tratti di cose o di persone, il refrain non cambia: si crede che sia necessario trovare al di fuori di noi stessi il nostro equilibrio. Solo il possede, secondo la mentalità moderna, è capace di generare soddisfazione. Niente di più falso. Non è rincorrrendo al di fuori di noi stessi, oggetti o persone, che giungeremo all’equilibrio. Un percorso che si pone una meta così importante, è fatto di piccoli passi, lenti e inesorabili ma soprattuto di uno sguardo critico e sincero verso se stessi. Conosci te stesso era scritto sull’Oracolo di Delfi. Questa è la sfida più importante.
Perchè non lo facciamo? Abbiamo paura di ciò che potremmo vedere?

Buona Lettura

Sant’Agostino ricorda, in un celebre passo delle sue «Confessioni», che tutto quello che desiderava nella propria vita, da giovane, era amare ed essere amato.
Più in generale, è assai diffusa la convinzione che la fame di amore sia una caratteristica tipicamente umana e che ogni singolo uomo e ogni singola donna ne siano contrassegnati; al punto che, se qualcuno non lo è, si pensa a lui (o a lei) come a un individuo un po’anormale, manchevole di qualcosa d’essenziale.
Una legione di opere letterarie, teatrali, musicali, cinematografiche, non cessa di battere e ribattere su questo punto: tutti siamo affamati d’amore, tutti ne abbiamo una brama profonda; ed è per questo che finiremo per trovare ciò che cerchiamo, ossia un uomo o una donna capaci di rispondere al nostro richiamo, di colmare il nostro bisogno.
Ebbene, si tratta di una vera e propria sciocchezza.
Non esiste affatto una qualche ragionevole aspettativa di trovare l’amore, per il semplice fatto che se ne è insaziabilmente affamati; è vero, semmai, il contrario: la fame di amore garantisce la quasi certezza che l’amore non arriverà, che quella brama non verrà soddisfatta.
La ragione di ciò è tremendamente facile da capire, se solo vi si pone un minimo di attenzione: le persone che hanno fame di amore sono autocentrate, ansiose, tendenzialmente negative, se non apertamente disperate: vi è in esse, pertanto, più di quanto occorra per tenere gli altri a debita distanza da loro, per indurre questi ultimi a scappare dopo il primo incontro.
Vediamo perché.
Una persona autocentrata è sempre sgradevole: dalle più piccole sfumature del suo comportamento traspare il fatto che essa si aspetta di ricevere dal prossimo ben più di quanto sia disposta ad offrire; è istintivamente opportunista, talvolta fino alla meschinità; inoltre, è costantemente preoccupata di sé, delle proprie aspirazioni, dei propri bisogni, al punto di vedere ovunque non le immagini degli altri, ma il riflesso di se medesima, come se la realtà, per lei, consistesse in una infinita serie di specchi che le rimandano sempre e solo la sua immagine.
Una persona ansiosa trasmette agli altri la sua ansia, anche se non lo vorrebbe e anche se cerca di tenerla a freno: l’ansia è una delle poche emozioni che è difficilissimo dissimulare, anche per un bravo attore; ed è, probabilmente, quella che induce maggiore disagio nel prossimo e che ottiene più facilmente il risultato di indurlo a una rapida fuga dal soggetto ansioso.
Infine, una persona affamata di amore è tendenzialmente negativa, perché, nelle zone più profonde della sua anima, intuisce che la sua è una fame patologica, inestinguibile e che, pertanto, non esiste al mondo, né potrebbe mai esistere, un essere umano capace di placarla e di soddisfarla; da ciò deriva una tendenza alla negatività, al pessimismo, non di rado alla vera e propria disperazione, che viene percepita chiaramente dagli altri e che li scoraggia e li spaventa a morte, quand’anche, di primo acchito, fossero interessati a quella tale persona.
Il fatto è che, mentre il bisogno di ricevere e dare amore è un istinto naturalmente radicato nell’essere umano, la fame di amore a senso unico è tutta un’altra cosa; qui si entra in una dimensione decisamente patologica, anche se, in genere, queste persone non si rendono conto di quanto il loro problema traspaia dal loro modo di fare e anche se cercano di rassicurarsi, dicendo a se stesse che sono anche pronte a dare moltissimo amore, oltre che bisognose di riceverlo: perché, generalmente, si tratta di un puro artificio dialettico.
Alcune osservazioni che gli psicologi Connell Cowan e Melvyn Kinder sviluppano a proposito delle donne, possono applicarsi indifferentemente a ogni essere umano, uomo o donna che sia (in: «Smart Women Foolish Choices», 1985; traduzione italiana di Lydia Lax, «Donne intelligenti, scelte stupide», Frassinelli Editore, 1986, pp.51-53):

«I bambini molto piccoli sono legati ai genitori dall’invisibile cordone ombelicale di una sana e giusta dipendenza. L’amore di un bambino è anzitutto un’esperienza egoistica e unilaterale. Soltanto quando il processo di socializzazione avviene, gradatamente i bambini imparano a preoccuparsi e a sensibilizzarsi nei riguardi degli altri e cominciano a sperimentare le magiche gratificazioni che si hanno nel dare amore oltre che nel riceverlo.
Le esperienze infantili per quanto attiene all’amore variano terribilmente. Alcuni sono stati così fortunati da avere genitori che li hanno fatti sentire apprezzati e amati. Ma per molti l’esperienza d’amore è rimasta incompleta. Le cicatrici di questo danno precoce al senso che ognuno di noi ha di meritare l’amore e di valere come individuo possono condurre a una disperazione che in età adulta costituisce una barriera all’amore. Queste vecchie ferite, invece di indurre alla comprensione e alla pena che meriteremmo di avere dl nostro prossimo, hanno spesso l’effetto di allontanarlo da noi.
È tristemente paradossale che le donne più bisognose di affetto abbiano pochissime probabilità di trovarlo, soprattutto quando non si rendono conto che i segnali disperati che mandano possono allontanare gli uomini. Dentro di loro non negano di avere forti esigenze, ma non hanno consapevolezza dei modi in cui questi bisogni vengono comunicati agli uomini. La disperazione di una donna può essere vissuta dagli uomini come un buco vuoto, un pozzo buio, profondo e senza fondo. Li terrorizza. La disperazione non comunica affatto la capacità di DARE amore; grida solo il violento bisogno di essere AMATI. La disperazione è una fame inespressa che si manifesta con la stessa chiarezza di un messaggio tatuato sulla fronte della donna: “Amami! Ti prego, amami!”.
C’è una cosa decisamente fondamentale che le donne devono capire riguardo agli uomini. Anche i più sicuri ed equilibrati dei nostri pazienti maschi ci informano che parte di ciò che desiderano in una relazione è un misto di tenerezza, calore e sensibilità quale è stato prodigato loro dalla madre durante l’infanzia. Gli uomini non informano mai di questo le donne, e tuttavia è proprio così. Anche oggi, quando è verosimilmente accettabile che gli uomini riconoscano le proprie esigenze più “tenere”, essi sono riluttanti ad apparire “deboli” nel manifestarsi così. Anche se esistono ancora uomini a cui per un certo verso viene negata la possibilità di avere bisogno di sentirsi protetti e vezzeggiati, la componente materna che la maggior parte degli uomini ricerca nelle donne è di enorme importanza. Se manca, gli uomini possono concludere che una donna o è troppo interessata a se stessa o è disperata. Perché? Perché gli uomini ne interpretano la mancanza come la periva che una donna ha bisogno di prendere ed è incapace di dare.
Come si trasmette la disperazione? Gli uomini sono sensibili ad alcuni indizi estremamente sottili. Il loro radar in questi casi comincia a lampeggiare quando le donne danno importanza a un rapporto molto tempo rima che abbia una vera possibilità di svilupparsi, quando iniziano a nutrire troppo presto aspettative intense ed esigenti. Gli uomini avvertono la fame di una dona quando le manifestazioni di affetto e di amorevolezza arrivano immediatamente, oppure quando un Ti amo2 ha apposto in fondo un lamentoso punto di domanda, cioè la richiesta indiretta di una rassicurazione. Una donna disperata richiede un impegno prima che il seme della relazione abbia messo radici. La disperazione non crede che, lasciandolo crescere al proprio magico passo, l’amore fiorirà. La disperazione avvelena un rapporto molto prima che un sentimento profondo possa aver messo radici.
La donna che nega la propria fame d’amore spesso rimane sconcertata quando gli uomini si allontanano bruscamente. Ricordando l’incontro nn trova nulla di quanto ha detto o fatto – intenzionalmente – che riesca a spiegare come mai lui non le telefoni più.»

Quanto qui viene osservato a propositi delle donne, ripetiamo, anche se con alcune opportune modifiche, ci sembra che valga sostanzialmente anche per gli uomini.
Giungiamo così, paradossalmente, a una conclusione psicologica piuttosto interessante: in amore, ne riceve molto più facilmente chi meno ne ha bisogno; e ad una conclusione filosofica ancor più significativa: il bisogno eccessivo d’amore nasce da una debolezza, da una insicurezza e da una nevrosi che vengono immediatamente riconosciute come tali dagli altri: dunque, in un certo senso, si poterebbe affermare che è realmente pronto e maturo per vivere l’amore proprio colui (o colei) che ha sviluppato la capacità di poterne fare a meno.
E quest’ultimo ci sembra un concetto impegnativo, apparentemente sorprendente, che abbisogna di qualche ulteriore chiarimento.
Eppure, a ben pensarci, ci si accorge che questa è una legge universale della vita, altrettanto valida per ogni altro ambito: il denaro, il successo, il potere.
È veramente pronto per fare un buon uso del denaro solo colui che ha imparato a ridurre al minimo i propri bisogni; è realmente pronto per vivere il successo, solo colui che ha saputo passare la sua vita nella modestia e nell’ombra; ed è davvero pronto per esercitare il potere solamente colui che sa vivere benissimo, anche senza averne neppure un briciolo.
Insomma: solo l’individuo che ha il suo centro in tutto il reale e in nessun luogo; solo l’individuo che è capace di una perfetta autonomia, perché ha raggiunto, conquistandoselo giorno dopo giorno, con fatica ed impegno incessanti, il proprio equilibrio, sarà in grado di fare buon uso delle cose: e l’amore è la cosa affettiva per definizione, la cosa senza la quale si può ben dire che una vita umana sia stata vissuta invano.
Non vi è alcuna ironia in questo; ma, al contrario, una profonda saggezza.
Come potrebbe fare buon uso di una qualsiasi cosa, colui che non sa disciplinare i propri bisogni e che si fa trascinare da brame insaziabili, cioè da qualcosa che non dipende da lui e che, quand’anche la trovasse, non potrebbe mai appagarlo?
Sostenere il contrario sarebbe come affermare che, quanto più si è affamati di cibo, tanto più si è in grado di godere i piatti migliori; e che, quanto più si è tormentati dalla sete, tanto più si è in grado di riconoscere la qualità di un buon vino.
È vero il contrario: l’affamato si getta avidamente sul primo cibo che giunge alla sua portata, fosse pure guasto e corrotto; così come un individuo che stia quasi morendo di sete, si affretterà a bere anche nell’acqua più sporca, fangosa ed infetta.
Ma ciò dimostra soltanto che il bisogno estremo, spasmodico, rabbioso, non consente di porsi nella maniera giusta verso ciò che si desidera, verso ciò di cui si avverte la mancanza: prima bisogna imparare a conoscersi, a lavorare su di sé, a padroneggiarsi e solo poi si sarà degni di trovare ciò di cui si andava alla ricerca.
Il mito medievale del Santo Graal e dei cavalieri che si mettono instancabilmente alla sua ricerca, in fondo, racchiude questa medesima verità: si diventa veramente uomini (e veramente donne) solo quando si diviene capaci di cercare le risposte in se stessi e non fuori di sé; solo quando si impara a lavorare su se stessi, a perfezionare se stessi, a trasformare se stessi e a non aspettarsi la salvezza da un evento esterno.
L’amore, dunque, è il premio delle anime forti, che giunge a compensare la loro fatica coraggiosa e solitaria; non la stampella che vanno mendicando le anime deboli, le anime pigre, le anime che non sono capaci di guardarsi dentro con occhio limpido e con pure intenzioni.
E c’è qualcosa, in noi, nel nostro sguardo, nel nostro modo di porci, che tradisce quasi immediatamente, anche se oscuramente, il nostro segreto: se, cioè, apparteniamo alla prima o alla seconda categoria di persone.
E gli altri, d’istinto, si regolano di conseguenza.
Ma non solo gli altri esseri umani: perfino gli animali, perfino le piante, perfino le circostanze colgono il nostro segreto.
Il cane, infatti, abbaia solo contro colui che ne ha paura; la pianta fiorita appassisce sotto le cure esagerate, sotto le annaffiature eccessive del giardiniere ansioso; situazioni negative sembrano scaturire in maniera inspiegabile davanti a colui che non si aspetta nulla di buono dalla vita, che prevede insuccessi prima ancora di aver cominciato a lottare…

Fonte ariannaeditrice.it