Al fine di partire col piede giusto

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Pubblichiamo questo interessante scritto di Rutilio Sermonti riprendendolo dal sito di HELIODROMOS e, con l’occasione, ricordiamo a tutti della cena a sostegno di Rutilio che si svolgerà il prossimo 22 Novembre a Roma. A breve pubblicheremo anche la seconda ed ultima parte di questo scritto.

Di Rutilio Sermonti

RAPPORTO A VOLO D’UCCELLO

Ho sempre considerato il più prezioso dei precetti metodologici lasciati a noi dal Duce, che un’azione politica (nel nostro significato della parola) debba partire dalla situazione in atto e procedere verso l’elevazione della nazione in tutti i campi, e non muovere da un ipotetico e auspicato futuro virtuale e muovere a ritroso verso il presente. Ciò implica, ovviamente, un’attenta considerazione per la “mutevole e complessa realtà”. Ora che la crisi generale di tutto il “sistema” che ci è stato prepotentemente imposto apre una nuova fase della nostra battaglia, penso quindi di far cosa utile esaminando in modo realistico l’odierna situazione di partenza nelle sue linee essenziali, senza perdersi in diatribe sterili su quelli che sono soltanto effetti, e non possono quindi essere affrontati separatamente dalle cause.

1 – COSTATAZIONE PRELIMINARE.
Da questa non si può prescindere, o si parte già condannati a non trarre un ragno dal buco: Esiste una Costituzione della Repubblica Italiana, democratica e fondata sul lavoro (non chiedetemi che significa), nella quale sono minuziosamente elencati i principi, i metodi e gli istituti che la caratterizzano. Tale documento fu redatto e approvato da un’assemblea incontrastatamente dominata dagli Italiani usciti vittoriosamente dalla guerra che l’Italia aveva perduta, e traduceva fedelmente la volontà del nemico vincitore, consistente nella castrazione del popolo italiano. Comunque, era pur sempre la chiara espressione dei criteri con cui la cosa pubblica sarebbe stata gestita da allora innanzi, tanto per regolarsi. Sennonché, la menzionata Cosa Pubblica (Italiani inclusi) non è affatto gestita secondo le regole costituzionali, né dai poteri in essa previsti, bensì secondo una logica ben diversa, e da poteri reali che con la “sovranità popolare”, col lavoro e con gli interessi nazionali nulla hanno a che fare. E i c.d.”partiti”- chi non lo sa?- non sono affatto libere associazioni di cittadini desiderosi di concorrere a determinare la politica nazionale, bensì associazioni di stampo mafioso, ormai prive anche di qualifica “ideologica”, desiderose, ciascuna, di ritagliarsi e sfruttare una porzione più generosa possibile di potere, di aumentarsi prebende e privilegi e di rendere impossibile la nascita di formazioni nuove. Ai capi-partito (e non agli elettori), le attuali regole assicurano addirittura (con l’abolizione delle preferenze) la facoltà di “nominare” i nuovi rappresentanti del popolo in cambio di fedeltà personale, di sostegno economico o di prestazioni sessuali.

2 – I RIMEDI GIURISDIZIONALI.
La sez. 2ª del Titolo 5° e l’intero Titolo 6° Co. dovrebbero fornire al cittadino i rimedi e le difese contro gli abusi di cui al paragrafo precedente, ma chi pensasse di ricorrere contro di essi ai Giudici non può che sortire esperienze defatiganti e deludenti, legate alla natura stessa del “sistema”, e quindi non ovviabili.
La costituzione (e tutte le consimili), essendo, non una legge, ma una superlegge, non è tenuta a curarsi dell’attuabilità pratica delle norme proclamate, che può brillantemente scaricare sul legislatore ordinario. L’esistenza, tra i suoi dettami, di poche norme “immediatamente precettive”, non è che un penoso sofisma demagogico che non fa davvero onore ai magistrati o ai giuristi che le hanno “scoperte” tra le riserve mentali inespresse dei costituenti. Il testo della Co, di immediata precettività non fa menzione. Il cittadino può ricorrere solo al Giudice ordinario, e dev’essere quello a decidere se la pretesa di infedeltà costituzionale della norma investita presenti possibile fondatezza. A tale condizione, comunque, la legge ordinaria giunge al severo controllo della Co.Co.. Bello, eh? Il guaio è che i Giudici costituzionali sono nominati per 1/3 dal Parlamento (e cioè dai capi-partito, come detto), per 1/3 dal Presidente della repubblica (nominato a sua volta dai capi-partito), e per 1/3 da quell’areopago di casta che è il CSR. Ne risulta, ahimè, avendo presenti la genericità e opinabilità dei “principi” costituzionali, che basta alla Co Co mettere in fila quattro sofismi da liceali perché i ricorsi vengano decisi secondo la volontà e gli interessi dei capi-partito. Bella garanzia!
Non che non esistano, intendiamoci, singoli Giudici ligi alla giustizia sostanziale e al loro dovere. Ma, anche quando non vengono ammazzati, la loro voce si perde nel grande pantano. La c.d. giustizia non è quindi che uno strumento del sistema, un suo prodotto e una sua difesa. Pensare di ricorrere ad essa, dai giudici di pace alla Consulta, per abbattere il sistema medesimo, è quindi un’imperdonabile ingenuità.

3 – I RIMEDI DEMO-PARLAMENTARI.
Gran tempo, risorse ed energie, in questo interminabile dopoguerra, sono state impiegate da gente nostra, anche rispettabile, per scendere nel c.d. “agone elettorale”. È un punto su cui dobbiamo essere particolarmente chiari. Bisogna andarci piano con le questioni di principio, perché non divengano alibistiche. Tesi come dobbiamo essere al raggiungimento dello scopo, non si deve escludere neppure di ricorrere a mezzi a noi non congeniali, purché non ci se ne lasci fuorviare. Così, le iniziative elettorali possono essere utili per violare la “congiura del silenzio” che viene ampiamente adibita contro di noi dai “mass media” asserviti al nemico, ma occorre la massima cura nell’osservare un diverso “stile”, affinché nessuno pensi che siamo anche noi come gli altri, verso cui il popolo prova una crescente nausea. Purtroppo, il metodo ha, di per sé, effetti corruttivi (privilegio dell’apparenza sulla sostanza). Basti ricordare come il tempo del massimo successo parlamentare di una formazione nostra o quasi (M.S.I. – 1972) coincise col massimo adeguamento di essa al “contesto”, e come la pronta e violenta reazione teppistica e giudiziaria abbia indotto il capo di allora (on. Almirante) a tirar dentro testa e zampe come una testuggine e a non disturbare i manovratori, quasi chiedendo scusa del parziale successo conseguito, che infatti andò rapidamente svanendo, per finire a Fini.
Ma altra rilevante considerazione è , a fortiori, analoga a quella già fatta sopra per la giustizia.
Il sistema politico, e cioè per l’accesso al potere, partendo dalle generiche ed enfatiche proclamazioni costituzionali, è stato via via precisato e regolamentato dalle due Camere, e cioè dai partiti in esse numericamente prevalenti. E loro unica preoccupazione non è stata certo la più autentica espressione della inesistente volontà popolare, bensì quella di elevare i vantaggi, lucri e privilegi dei vari On. e Sen. e di barricare la porta della stanza dei bottoni (e dei pubblici capezzoli) a nuovi, sgraditi concorrenti. Non si allude alla concorrenza, assai funzionale, della opposizione in attesa di alternanza, che non è opposta, ma complice (centrodestra-centrosinistra), ma di quella vera e totale. Di quest’ultima, non c’è altro che la nostra, e quindi tutti i trucchi e marchingegni studiati in sessant’anni dai ronzanti cervelli dei nababbi parlamentari non hanno avuto altro oggetto che quello di rendere impossibile a formazioni nuove e serie (e quindi, all’inizio, necessariamente piccole) di penetrare nelle segrete stanze.
Illudersi quindi di usare proprio di quei surrettizi regolamenti per il fine opposto, è proprio come chi, per galleggiare, indossasse scarpe con la suola di piombo.
Stando le cose come stanno, se qualche passo nel percorso elettorale può conseguire qualche effetto utile, è quindi un’ingenuità ancor più marchiana della precedente progettare che su quel percorso possa essere combattuta la battaglia decisiva.

4 – LE CONVERGENZE.
La prova disastrosa che il regime post-bellico, disonesto e servile, imposto dagli invasori, ha esibita al popolo, con la sola eccezione dei parassiti “politici” e lo squallido livello dei medesimi, hanno portato a degradare l’Italia da paese esemplare, cui in tutto il mondo si guardava con speranza e persino invidia, a fanalino di coda impotente e arrancante nella scia delle “nazioni che contano”. Non c’è settore produttivo o culturale che funzioni in modo decente e che non continui a peggiorare; abbiamo un “premier” che non primeggia che come personaggio di sprezzanti barzellette grandguignolesche; e chi non è pronto in qualche modo a prostituirsi (o il modo non lo trova) ha vita assai grama, aggravata da una sottilissima vernice di “benessere” fasullo, che è peggio del malessere. Ognuno ha quindi uno o più motivi di scagliarsi sdegnosamente (a parole, o talora a bottiglie Molotov) contro qualche aspetto della generale disfunzione e chi ne appare responsabile.
Noi, avversari globali e inesorabili di TUTTO il sistema, presunti pregi inclusi, è quindi inevitabile che, in manifestazioni specificamente indirizzate, (chessò: contro l’immigrazione selvaggia, o contro l’irresponsabile ricorso al nucleare, o contro la criminalità organizzata, o contro i latrocinii dei “politici”), ci troviamo affiancati a gente che non ha il minimo rapporto con le nostre concezioni spirituali, e percepisce solo il disagio di quella disfunzione.
Guardiamoci dall’errore di attribuire a tali ipotesi il valore di autentiche convergenze. Senza affermare che il generico malcontento, soprattutto se diventa rabbia, sia privo di utilità per la vera rivoluzione, rinunzieremmo a quella utilità se non lo guardassimo con realismo.
Cominciamo col registrare che gli stessi organizzatori, palesi od occulti, di quelle manifestazioni, inorridiscono al sol pensiero di una sinergia coi “nazifascisti”, rifiutano sdegnosamente il nostro apporto (anche se determinante del successo) e danno fiato a tutte le loro massmediatiche trombe con le solite litanie resistenziali da cerebrolesi. Non vorremo mica fare gli innamorati respinti di tutto il pattume nazionale!
Ma, soprattutto, se i NO son tutti uguali, ben diverse, e addirittura opposte, possono essere le cause di quei NO e le conclusioni che ne vanno tratte sul piano operativo. Teniamo conto che, anche se numerosa, una manifestazione di piazza viene sempre vista da un’esigua minoranza, che, per giunta, le programmate teppistiche violenze (vedi Roma) provvedono a tenere lontana. Gli altri, il “paese”, ne hanno notizie, anche visive, dalla televisione. Ma chi controlla le grandi emittenti? Mancano forse a lorsignori le tecniche, la ricchezza di mezzi e l’assoluta amoralità necessarie per propinare al popolo fischi per fiaschi? Per mostrare, non la verità, ma la versione di essa voluta dalla casta imperante e intoccabile?
Attenti con l’esultare per le “vaste convergenze”, allora. C’è rischio che tutto, anche i nostri encomiabili sforzi organizzativi, sia volto – oplà – proprio a favore di ciò che intendiamo distruggere.
Chiediamoci, piuttosto: che accorgimenti dovremo adottare da oggi perché^ una simile truffa non abbia a ripetersi? Ma chiediamocelo senza dimenticare che non è con gentiluomini, che abbiamo a che fare, ma con la più spregevole feccia venduta ai nemici della nostra Patria e dell’Europa. Se c’è un modo di perdere tempo, è polemizzare con loro!
Se un modo efficace si trova, si adotti con estremo impegno. Altrimenti, anche le pacifiche dimostrazioni di piazza, lasciamole perdere, e troviamo un metodo di lotta compatibile col secolo XXI.

5 – LE AGGREGAZIONI SPURIE.
Sono quelle che i Francesi chiamano liaisons dangereuses, e consistono nell’unione pattizia, in un’unica lista, coi candidati di una formazione politica estranea, ai fini di mettere insieme una maggioranza. Si tratta di un’espediente di “bassa politica”, che, come tale, non ci piace. Esaminandolo comunque freddamente, resta evidente che un momentaneo giovamento può trovarvi la più forte di quelle formazioni, mentre l’altra (o le altre) divengono solo puntelli e sostegni della prima e suoi umili strumenti. Basterebbe questo a sconsigliarne vivamente il ricorso a sodalizi della nostra parte, che, in termini democratici, sono veramente deboli. Abbiamo il recente esempio del defunto MSI, “alleanzizzato” dall’improbo Fini, i cui vari Larussa, Gasparri e Alemanno hanno fatto addirittura il gran salto.
È ben vero che a una liaison del genere ricorse, nel 1921, anche Mussolini, ma poté permetterselo sol perché già disponeva, a livello umano e di piazza, di una forza tale da imprimere il proprio inequivocabile stampo anche sui comizi dei vecchi tromboni del Blocco Nazionale. Poi, l’Italia era una nazione indipendente e non una colonia israeliana, e l’antifascismo non era obbligatorio per legge ed era ancora in fasce. E siamo sempre li: a diversa realtà, diverso consiglio!
Ma poi, non facciamo discorsi astratti. Per fare un patto, bisogna essere almeno in due. E chi lo farebbe, oggi, un patto col “male assoluto”, che siamo noi? Non che i nostri votarelli non facciano gola a tutti! È che, per accettarli, la condizione sarebbe (come si è visto) mettersi la Kippah ed esibire il nulla osta di Netanhyau, autenticato dalla Clinton. Chi avesse siffatte vocazioni naviga ormai, speriamo, ben lungi dalla nostra “area”, e, se si aggira ancora nei pressi, urge fargli ben intendere che, poveri come siamo, abbiamo interi magazzini di calci nel sedere, che teniamo in grande pregio.

Continua…