AVETE DETTO TRILATERAL?

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Scritto da Gabriele Adinolfi

Scavalca Monti divora il piano

Il fatto che Mario Monti sia il presidente europeo della Commissione Trilateral e un valletto della Goldman Sachs proprio come il suo compare, il presidente  della BCE Mario Draghi, paradossalmente, è secondario.
O meglio: è primario da un punto di vista strutturale ma è fuorviante da quello dell’interpretazione politica.
Mi spiego: che questa gente sia incaricata della liquidazione di economie, popoli, stati e che lo sia in maniera gerarchica, appartenendo in modo organico a veri e propri direttivi sovranazionali, è un fatto importante e decisivo.
Che però si confonda il loro agire per conto terzi con una sorta d’infezione dalla quale si potrebbe guarire se al loro posto non ci fossero funzionari dei poteri forti è inesatto. Così prendersela esclusivamente con loro, per gratificante che sia, è sbagliato.

Non è questione di uomini
A proposito del golpe che ha imposto Monti, salta agli occhi l’ostentata e completa sottomissione ai poteri centrali di una classe politica fatta di aiuto-camerieri, risultato dell’onda lunga della purga Mani Pulite che ha disseminato le istituzioni di fossili e molluschi.
Il servilismo palese, tripartisan, assoluto, dei nostri “politici” mette dunque in evidenza la potenza degli ispettori del capitalismo sovranazionale.
Ciò stabilito – e non è poco – vediamo di non fossilizzarci in concetti semplicistici e soprattutto di non proporre alternative risibili alla ricerca di uomini non appartenenti a centrali di potere. Non è una questione di uomini, intesi come individui o personaggi, è un fatto oggettivo.
Vediamo quindi, se vogliamo far qualcosa di più e di meglio che ragliare alla luna, di capire l’insieme, di cogliere le funzioni, la dinamica, insomma ciò che – dopo l’anima – dà senso alla meccanica. Altrimenti penseremo di aver capito tutto ma non avremo capito niente. E, soprattutto non faremmo niente, tranne – nel migliore di casi – sostenerci a vicenda, con gomitate complici e strizzatine d’occhio, per far intendere, con complice arguzia, ad ascoltatori annoiati di aver capito tutto. Il che ci differenzierà da qualsiasi borghese di base in una sola cosa: nell’essere più impotenti di lui. Ma non necessariamente più lucidi, perché gli stereotipi cui ci aggrappiamo sono spesso più imprecisi delle convinzioni istintive dell’uomo qualunque.

E neppure di organizzazioni
Non è questione di uomini e neppure di organizzazioni. La Trilateral, come il Bilderberg, il CFR e organismi internazionali quali il WTO, non sono affatto un “partito fantasma” né la Spectre: sono gli elementi cardine dei consigli di amministrazione supernazionali. Quelli che le Brigate Rosse, in uno dei rari momenti di lucidità analitica, avevano etichettato con la sigla SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali). Una conclusione un po’ grossolana e sostanzialmente impropria che però si avvicinava all’oggettività.
Sono questi consigli d’amministrazione, specialmente in un’era di avanzata post-democrazia, a scrivere gli spartiti e spesso a nominare i direttori d’orchestra.
Per far fronte alla situazione nuova (che comunque cervelli geniali, come quello di Pierre Drieu La Rochelle avevano colto in fieri ben sessantasette anni fa) bisogna capirla. Se non la si capisce e se ci si limita a liquidarla come una “congiura massonica” o come una cospirazione maligna estranea all’era e alla società non si farà altro che accompagnarla in controcanto.
Soltanto comprendendo come questa realtà “antidemocratica” – che io invece sostengo rappresentare la quintessenza della democrazia che per natura e vocazione è negazione di libertà, di giustizia e di partecipazione – si può fare qualcosa di concreto e di positivo.

Lotta di classe?
E’ arduo confrontarsi davvero con la realtà perché essa è complessa, anzi completa. Le sue dimensioni andrebbero colte tutte senza eccezione, a partire da quelle spirituali, metafisiche, fino a percepirne le psichiche, a identificarne le fisiche, le meccaniche.
Restando ai nostri livelli troppo umani è notorio che abbiamo la tentazione di aggrapparci a teorie e schemi che pretendono di spiegarci tutto. Si tratta sempre e solo di stampelle che ci aiutano a zoppicare. Ma zoppicare è meglio che restar paralizzati, e, in un’era così meschina coma la nostra, perché non prendere a prestito – pur irridendola da più alte dimensioni – la chiave di lettura materialista, cioè meschina come lo è l’era, quella della dialettica storica e della lotta di classe?
E’ una chiave di lettura come molte altre e, come le altre, è valida solo settorialmente e frammentariamente, ma parzialmente lo è.
La lotta di classe, così come venne immortalata iconograficamente, si risolve in borghesi contro proletari, padroni contro salariati, capitalisti contro lavoratori. Questa semplficazione, idolatrata da molti, negata da alcuni, e superata da altri ancora, era comprensibile, facile, suggestiva, ma imprecisa.Se da un lato teneva conto del conflitto tra capitale e lavoro, dall’altro non aveva messo in luce un terzo elemento, quello della finanza o del super-capitale.
Per essere  precisi Marx ed Engels se ne avvidero, ma la logica duale, binaria, semplicistica e, proprio in quanto tale, demagogicamete efficace del marxismo, tese a minimizzare la differenza tra speculatori e capitalisti tout court.
Uno degli effetti di questa interpretazione mutila fu la complicità quasi naturale tra i partiti marxisti e le centrali finanziarie, una complicità che ci potrebbe spiegare oltre un secolo di storia. Insieme, socialcomunisti e finanza,  aggredirono a tenaglia l’industria e la libera iniziativa, combatterono e minarono ogni logica di Stato e di Nazione.
Internazionali, cosmpolite, sia la finanza che la religione comunista, si sono ritrovate in un lungo abbraccio, tuttora saldo, che si fondava non solo su di un comune nemico (anzi su tutti i comuni nemici) ma anche su di una sacralità metafisica comune ben precisa.
E, questo lo chiarisco per i “tradizionalisti” che sono quasi sempre dei grammatici ingessati i quali credono di aver capito tutto ma sovente non hanno capito niente, sacralità e metafisica sono termini che non sottendono per forza valori “celesti” o “solari” ma una partecipazione, anche infera, a dimensioni sovraumane o infraumane.
Oggi, se i comunisti subiscono la crisi immancabile dei manipolati, la finanza sembra celebrare il suo trionfo: su popoli, nazioni, stati e capitali.
E i Monti di turno, intercaambiabili come ciabatte, non vanno liquidati come semplici rappresentanti di minoranze complottanti ma identificati come il frutto immancabile di una dinamica, di una serie di rapporti di forza e di un intero sistema.
Se si ragiona altrimenti non si è capito nulla e, quel che è peggio, non si combinerà nulla.

Che fare dunque?
Se il capitalismo si fonda sullo sfruttamento del lavoro, la finanza – che è speculazione pura – se ne fotte del lavoro. Questo “dettaglio” è bene che ce lo si metta in testa. In molti, infatti, pensano che la finanza stia sbagliando strategia perché crea masse di affamati. E’ la medesima logica per la quale si crede che gli americani in Afghanistan abbiano fallito; semplicemente non si è capito cosa cercava davvero lì la Superpotenza (ovvero destabilizzazione, base nella Via della Seta, posizionamento presso l’Heartland e controllo del papavareo da oppio), così come non si capisce che la finanza può permettersi, anzi spesso vuol permettersi, un’altissima percentuale di disoccupati e di senza tetto. E di drogati. E di morti di fame.
Se il capitalismo sfrutta, la finanza impoverisce, rapina e specula.
E quasi tutte le componenti finanziarie si riconoscono, complici, in questo parassitismo che, nel migliore dei casi, intende la folla come plebe urbana cui dare panem et circenses (sussidi di disoccupazione, o prestiti a lungo termine, e sky tv).
Le grandi famiglie finanziarie, ebraiche o protestanti, funzionano così, ma lo stesso vale per la finanza araba, quantomeno waabita, che è ricca per lo sfruttamento del petrolio e per le speculazioni borsistiche.
Paradossalmente, tra le potenze finanziarie, fa eccezione quella cinese che è fondata strutturalmente sullo sfruttamento più arcaico della forza-lavoro e che, per quanto sia sempre più attratta dall’universo speculativo, ha ancora come canone centrale quello della produzione.

Quel che è mancato
Se si colgono questi dati elementari si capisce ciò che è quasi  totalmente mancato a chi vorrebbe opporsi allo stato delle cose.
In primis la lucidità che consiste nel comprendere che la bancarotta sociale e la dismissione della sovranità non rappresentano affatto punti di debolezza del sistema, bensì sono la prova più evidente della sua offensiva trionfale e del suo stato di salute. E dunque bisogna(va) smetterla di affidarsi al “risveglio” dei popoli e delle nazioni e, al contrario, operare per costruire alternative solide e longeve, visto che – a meno di una guerra mondiale – il processo in corso, questo processo di stritolamento dei popoli, degli individui e delle culture, durerà a lungo e che solo l’organizzazione di spazi autocentrati potrà consentire la sopravvivenza ed il guado per gli uni e per le altre.
Bisogna liberare, strutturare e sacralizzare spazi e non predicare crociate!
Il secondo elemento cardine sta nell’identificazione dello scenario e delle lotte intestine.
Ancora una volta ritorno sul mio leit motif: le lotte sono intra-sistemiche. Sono lotte per la conquista, o la salvaguardia, di spazi e di lotti. In un continuo equilibrio fisiologico tra azioni e reazioni, assistiamo da un lato al sempre più stretto controllo di vertice e alla sempre maggior uniformazione e, dall’altro, alla proliferazione di centri geopolitici e geoeconomici.
L’imperativo “rivoluzionario” è quello di cogliere le linee di faglia e di operare tra le due dimensioni (l’organizzazione degli spazi autocentrati e la partecipazione alle sfide geopolitiche e geoconomiche). Raggiungendo, nel frattempo, la forza e la coesione della lobby di popolo.

Opera in nero. Corsara
Per raggiungere questa lucidità, accompagnata da un fanatismo tanto assoluto quanto temprato e, per tanto, liberato dagli eccessi isterici dell’esibizionismo, si deve compiere un’opera in nero, un passaggio attraverso la morte della passione inferiore, sì da  essere in grado di vedere davvero cosa accade e di saperlo decifrare. Come la lunga azione golpistica condotta contro Berlusconi e la Lega va letta – anzi andava letta – come una vera e propria lotta di classe intra-borghese senza confondere tra loro le parti effettivamente in causa e cercando metterla a frutto – il che non è stato  –  così oggi si deve capire, infine e, mi auguro, per davvero, che è tramontato il tempo delle deleghe e dei riconoscimenti in ipotetiche forze di bandiera.
Se la Chiesa, che non mi risulta essere gestita da dilettanti o da incapaci, ha fatto a meno di un partito cattolico, investendo appieno l’epoca del lobbismo e delle azioni locali/globali mediante gruppi articolati e adatti all’epoca delle minoranze, dei software e delle reti, non è certo cercando di ricostruire destre nazionali o roba simile che si andrà da nessuna parte.
Bisogna distinguere i Monti, i Draghi, gli Amato, dai semplici politicanti.Ma questi ultimi, qualunque sia la sensibilità politica che noi abbiamo, vanno considerati oggettivamente e senza alcuna partecipazione sentimentale, assolutamente alla stessa stregua: da Vendola a Storace. Come e se porsi in posizione dialettica con ognuno di essi deve variare di caso in caso ma le varianti devono essere il frutto di un dato oggettivo e non passionale.
Non dobbiamo inseguire proustianamente l’irragiungibile tempo perduto ma portare la sfida all’oligarchia dominante – una sfida esistenzialmente e politicamente corsara – nel suo terreno, nella dinamica dominante, in modo funzionale, con anima e spirito opposti poiché retti.
In quanto alle soluzioni teoriche, è bene approntarle, aggionarle, ma non serve a nulla sbandierarle, bisogna viverle e realizzarle. D’altronde la risposta, completa, soddisfacente e vincente, a tutto quanto viviamo, l’ha data pienamente il fascismo in tutte le sue forme e non c’è poi tanto da cercare o da inventare.
Il problema però non sta nel proporre formule ma nel conquistare forza e nel costruirsi un potere.
Partiamo di qui invece di perdere tempo con proposte di compattamenti, federazioni, rifondazioni, crociate e amenità varie. Crescere bene significa avere lo spirito del fanciullo e lo sguardo del saggio e non, come accade praticamente sempre, avere lo spirito avvizzito e il cervello immaturo.
Facciamo in modo che questa tragedia italiana ci sia utile per crescere.
Senza deliri messianici e illusioni infantilistiche.