Il fascio littorio nell’Antica Roma (I parte)

432

Pubblichiamo la prima parte di uno studio di Arturo Reghini sul fascio littorio. Nonostante Reghini non rappresenti uno dei nostri punti di riferimento e nonostante alcune posizioni da cui dissentiamo rispetto al presente articolo (es. esistenza di una molteplicità di differenze tra Roma e gli etruschi; provenienza non etrusca del principio dell’imperium e del fascio littorio a Roma; etc.) riteniamo vi siano all’interno degli spunti di riflessione comunque interessanti. A breve pubblicheremo anche la seconda e la terza parte di questo scritto.

«Nel linguaggio del diritto pubblico romano, dice il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Roggiero (1922, pag. 37), fasces sono quei mazzi o fastelli composti di una scure (securis) e di più vimini o bacchette (virgae) legati insieme da una correggia, secondo la notizia di Lydus (De Mag. I, 32) di color rosso, e che servivano come insegna propria soprattutto dei magistrati superiori». II nome fasces, il cui significato originale etimologico appare ancora nell’italiano fascio e fascina, sta ad indicare il carattere fondamentale di questo simbolo, ossia il legame e l’unione delle varie verghe del fascio in una unità cui compete l’imperio della giustizia rappresentato dalle verghe. I Romani usavano la parola fasces al plurale, i fasci, perché in generale i littori, che portavano i fasci e precedevano i magistrati cui spettava tale diritto, erano in numero variabile, ma, tranne pochissimi casi, erano sempre più di uno. Così i littori che precedono i consoli sono in numero di dodici (1); e questo numero di dodici littori divenne addirittura il segno della dignità consolare (2). Il dittatore, almeno al tempo di Silla, ne aveva ventiquattro (3), il decemviro del giorno ne aveva dodici, e dodici ne ebbero gli imperatori romani sino a Domiziano che ne ebbe ventiquattro. Altri magistrati ne ebbero in numero minore, come ad esempio il magister equitum che ne aveva sei; ma gli esempii addotti fanno vedere che nel caso fondamentale dei consoli e degli imperatori il numero dei fasci era dodici, e gli altri casi danno per numero dei littori multipli o sottomultipli del numero dodici. È questa una prima importante e sicura constatazione.
Primitivamente, al dire di Plauto (4), i fasci erano fatti con dei polloni di olmo; ma in tempi posteriori Plinio ci apprende (5) che erano fatti di betulla. Quanto alla origine dei fasci littorii romani la tradizione afferma concorde e chiaramente che si tratta di una derivazione dagli Etruschi. I varii autori dissentono soltanto circa il momento in cui tale derivazione si effettuò; vi è chi la attribuisce a Romolo (6), chi a Tullo Ostilio, od a Tarquinio Prisco (7). Tito Livio (8) dice che Romolo assunse i dodici littori; ed aggiunge che sebbene taluni pensino che Romolo determinò il loro numero in dodici dal numero degli uccelli che gli avevano presagito il regno: «Io condivido il parere di coloro cui piace trarre e gli apparitori e simil genere di cose dagli Etruschi finitimi, da cui la sedia curale e la toga pretesta è tratta, ed anche questo stesso numero; e così avere avuto (dodici littori) gli Etruschi perché, creato un unico comune re dai dodici popoli, i singoli popoli dettero i singoli littori». Altri scrittori che fanno dei fasci romani una importazione etrusca sono Dionisio di Alicarnasso, Strabone, Macrobio, Silio Italico, Diodoro Siculo e L. Anneo Floro. Quest’ultimo afferma nettamente (9) (che i Romani derivarono dagli Etruschi “i fasci littorii”, le toghe di apparato (trabeae curules) eccetera, infine tutte le decorazioni e le insegne da cui risplende la dignità del comando.
L’insigne etruscologo Pericle Ducati scrive a questo proposito (10): «Si deve accentuare la origine etrusca del simbolo più celebre della giustizia presso i Romani, il fascio littorio. Riferisce Silio Italico nel Canto VII, V. 485 e seg. delle Puniche: “Vetulonia fu un tempo decoro della gente Meonia (cioè della Lidia): fu la prima città a far precedere dodici fasci ed a congiungere ad essi, con silenzioso terrore altrettante scuri”. È cosa curiosa che appunto una tomba vetuloniese del sec. VII a. c.; la così detta tomba del Littore, ha dato alla luce (nel 1897) i residui di un esemplare pregevolissimo di fascio littorio costituito da verghe di ferro, da cui emerge una scure a doppio taglio o bipenne (Firenze, R. Museo Archeologico), che rivela appunto nella sua forma la persistenza in pieno secolo VII del tipo di doppia scure, a noi noto da documentazioni della vetusta civiltà preellenica o cretese-micenea. La indagine archeologica verrebbe così a dare nuovo appoggio alla notizia di Silio Italico; in ogni modo questa notizia e questo rinvenimento archeologico costituiscono una chiarissima prova della origine etrusca del fascio littorio romano. Ed etrusco è anche il numero dei littori: i dodici littori che stavano al seguito del re prima, poi dei due consoli, ci fanno ricordare la dodecapoli etrusca. Dodici dovevano essere i littori in ciascuna città e tale numero aveva per base la divisione in tre parti della cittadinanza…». Il Ducati poche pagine più innanzi (pag. 142), considerando i nomi di origine etrusca delle tre tribù primitive di Roma, suppone che i Romani abbiano preso dagli Etruschi non i soli nomi ma la stessa ripartizione, e suppone che una analoga ripartizione in tre tribù fosse in ogni singola città etrusca; e fa vedere che a questa ripartizione corrisponde la triplice porta che doveva esistere nella città etrusca, il triplice tempio a Giove, Giunone e Minerva del commento di Servio all’Eneide (11); tutto questo basato sopra il numero tre che è un summultiplo di dodici.
Il Ducati ricorda in proposito (12) una notizia di Servio nel Commento all’Eneide (X, 202), secondo cui «a Mantova, città che mantenne caratteri etruschi sino ai tempi di Plinio (Storia Natur. III, 23, 130), si aveva la divisione della cittadinanza in tre tribù, ciascuna delle quali comprendeva quattro curie che avevano ciascuna a capo un lucumone. Da ciò il numero di dodici littori che sopra abbiamo attribuito ad ogni città etrusca e che riappare come elemento etrusco in Roma. Nella notizia preziosa di Servio è un indizio sugli attributi dei lucumoni che, come i curioni delle curie di Roma, assumevano in sé poteri di sacerdoti, di capitani, di magistrati». Il Ducati ha senza dubbio ragione di porre in evidenza la relazione tra il numero dei dodici littori della città etrusca ed il numero delle quattro curie in cui era divisa ognuna delle tre tribù; tanto più in quanto Servio nel passo citato (X, 202) dice che «in queste singole curie i singoli lucumoni im- peravano, i quali in tutta la Tuscia (Etruria) è manifesto erano dodici, dei quali dodici uno presiedeva a tutti». Ma che questa sia la causa o la ragione della determinazione in dodici del numero dei littori ci sembra assai meno provato. Il numero dodici in Roma ed in Etruria ed in generale dovunque, compare con tanta insistenza e frequenza e con carattere talmente sacro e tradizionale che si impone la determinazione di una ragione più profonda e di natura meno contingente anche per spiegare la sua presenza nei fasci littorii. È appunto quanto ci proponiamo di fare. Aggiungiamo che non soltanto erano dodici i littori, ma ben anche, quasi certamente, dodici erano le verghe costituenti ogni fascio.
Gli autori antichi non specificano quale fosse il loro numero, e nulla dicono in proposito le più importanti opere dedicate all’antichità classica, come la Pauly’s R. Encyclopaedia (VI, 2002), il già citato Dizionario Epigrafico del De Roggiero, il Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines; il Dictionary of Greek and Roman Antiquities eccetera; ma la derivazione dei fasci romani da quelli etruschi rende verosimile che le verghe riunite e fasciate insieme debbano essere state dodici, sia nel caso che ogni verga come ogni littore corrispondesse ad una delle città federate secondo l’interpretazione di Livio, sia nel caso che il numero dodici corrispondesse alle dodici curie delle tre tribù. Questa nostra induzione ed opinione è del resto confermata dalle rappresentazioni antiche dei fasci; per esempio il fascio originale romano del bassorilievo esistente al Museo Capitolino presenta all’osservatore precisamente sei verghe, le altre sei essendo naturalmente situate dall’altra parte rispetto all’osservatore e quindi non raffigurate nel bassorilievo. Il fascio della tomba del littore di Vetulonia è stato restaurato, ed il numero delle verghe che lo compongono è incerto, quantunque pare che debbano esser dodici. Le verghe del fascio romano erano dunque ben dodici e non a caso.

(continua)